classifica 2014!?!

15 gennaio 2015

Per il secondo anno (secondo anno per me) Cineforum.it ha chiesto a tutti i suoi collaboratori di stilare una classifica dei 10 migliori film usciti in sala nel 2014 (quelli che più abbiamo amato), dei 3 migliori film visti ai festival, in dvd, serie tv, ecc., e delle 3 delusioni. Qui trovate anche le classifiche complete di Cineforum.it (il risultato finale delle classifiche dei migliori film usciti in sala nel 2014, ottenuto sommando le classifiche di ognuno; le singole classifiche di tutti i collaboratori dei migliori film usciti in sala nel 2014; le singole classifiche dei migliori film visti nel 2014 ma non ancora distribuiti nelle sale italiane; le singole classifiche delle delusioni cinematografiche 2014). Sotto, le mie – le piccole differenze tra questa versione e quella apparsa su Cineforum.it (come lo scorso anno) dipendono solo dall’aver introdotto qui degli ex aequo (moltissimi quest’anno, per la verità, ma i film davvero buoni erano tanti) che, per ragioni di chiarezza o più semplicemente di regole tali da rendere la classifica di ognuno omogenea con quelle degli altri, non potevano essere inseriti dall’altra parte. Infine, di alcuni film, in precedenza, avevo scritto una recensione, di altri no: questo non sta a indicare un differente grado di fascinazione nei confronti di un’opera rispetto a un’altra, ma, assai più banalmente, la difficoltà nella gestione del tempo in alcuni periodi…

I 10 migliori film usciti in sala:

1) Adieu au langage di Jean-Luc Godard (che, effettivamente, andrebbe fuori, oltre, qualsiasi classifica)

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true detective

4 agosto 2014

Questo testo è uscito sul n. 534 di Cineforum. Ne riporto solo un primo stralcio. Per chi fosse interessato al resto rimando qui o può scrivermi a uno dei contatti indicati.

True Detective

Creatore: Nic Pizzolatto
Regia: Cary J. Fukunaga
Cast: Matthew McConaughey, Woody Harrelson, Michelle Monaghan
Produzione: HBO

true detective 1È un po’ come quando l’occhio si fissa a guardare un vortice. Può essere un mulinello d’aria che solleva la sabbia, rendendo visibile il suo moto, oppure l’acqua che forma una piccola spirale, scomparendo nel buco dello scarico. Benché spiegabile attraverso la fisica, rimane ipnotico il movimento, che sembra non avere inizio e finire nel niente. True Detective è una specie di magnete, attrae lo spettatore, quasi soggiogandolo, e lo lascia spiazzato poiché si presta a svariate letture ma non si compie in nessuna, irradiando così infinite direzioni e mantenendo al contempo intatto il suo mistero.

A un primo sguardo l’opera di Pizzollato appare come un’ottima serie per la tv, con due interpreti straordinari (Matthew McConaughey e Woody Harrelson), un’atmosfera intrigante – le paludi della Lousiana, gli omicidi seriali intrecciati ai riti pagani – e una sceneggiatura ben costruita, sviluppata attorno ai continui flashback dei due detective protagonisti, Rustin “Rust” Cohle e true detective 2Martin “Marty” Hart. Eppure qualcosa non torna. Non appena lo spettatore si sente di dire “ho capito!”, forte di tutti i rimandi letterari e cinematografici di cui la serie è pervasa, questa vira e va da un’altra parte. Gli otto episodi sono costituiti da un cavallo di Troia e da una falsa pista. Il cavallo di Troia è l’atmosfera intrigante, sostenuta, come già detto, da un’impressionante prova attoriale. La falsa pista è la sceneggiatura ben costruita. True Detective è una riflessione sui soggetti della narrazione – che true detective 3sarebbe più corretto chiamare oggetti – che si muovono come pedine in situazioni che si ripeteranno ancora, ancora e ancora – “Qualcuno una volta mi ha detto Il tempo è un cerchio piatto. Tutto ciò che facciamo o faremo, lo rifaremo ancora, ancora e ancora. E quel bambino e quella bambina saranno in quella stanza ancora, e ancora, e ancora. Per sempre” (Rust ai poliziotti, nel 2012, durante l’interrogatorio). true detective 4Parallelamente la riflessione andrebbe estesa anche a noi stessi che, nella nostra realtà, di cui ognuno ha quotidiana esperienza, che altro non è se non una gigantesca narrazione, agiamo come piccole e insignificanti figure di un racconto che continuerà a riproporsi all’infinito. A questo punto verrebbe da chiedersi se esiste un momento di fuoriuscita, cioè se si ha un istante di comprensione della narrazione da parte delle pedine che la abitano (e per true detective 48comprensione non intendo cogliere razionalmente ma comprendere a livello di esperienza). Questa fuoriuscita è una fuga dal racconto stesso? E la possibilità di deragliare per un momento dalla narrazione “fa senso”?

Note
Molto interessante sul tema del Personaggio Vuoto la disamina fatta da Giuseppe Genna.