Kaguya-hime no monogatari (The Tale of Princess Kaguya) esce in sala, in Italia, per soli (purtroppo) 3 giorni – 3, 4 e 5 novembre – col titolo La storia della principessa splendente.

Questo testo è uscito sul n. 535 di Cineforum subito dopo il Festival di Cannes, dove il film è stato presentato alla Quinzaine des Réalisateurs.

Kaguya-hime no monogatari (The Tale of Princess Kaguya) di  Isao Takahata

kaguyaThe Tale of Princess Kaguya, gioiello che la Quinzaine des Réalisateurs ha soffiato alla selezione ufficiale dell’ultimo Festival di Cannes (che a parte lo straordinario Adieu au langage di Jean-Luc Godard, Cronenberg, Bonello e poco altro, non ha lasciato grandi emozioni), è un film sulla grazia e sul cinema. Sull’istante di assoluta grazia che di tanto in tanto balugina in un film, o anche nella vita. La principessa Kaguya, che spunta come un germoglio di bambù, cresce velocemente – in un istante, si direbbe – e diventa una splendida fanciulla, è l’emblema della bellezza che attraversa l’esistenza dell’essere umano come un palpito, svolazzando al di sopra dei quotidiani affanni. Inafferrabile, non solo non si lascerà deviare dalle ricchezze – al contrario dei suoi genitori adottivi, immediatamente traviati dal denaro e dall’abbondanza – ma nemmeno dalla corte dei facoltosi e potenti spasimanti.

Leggi il seguito di questo post »

Annunci

boyhood

23 ottobre 2014

Boyhood di Richard Linklater con Ellar Coltrane, Lorelei Linklater, Patricia Arquette, Ethan Hawke

Il passato non è ciò che è scomparso
ma ciò che ci appartiene.
Ciò che ci appartiene
sono i nostri ricordi insieme.
Ismaël Vuillard1

boyhood 1Cos’è il tempo? È possibile fermarlo? Forse è possibile fissarne degli istanti, che si staccano dal correre continuo degli eventi, e se ne stanno lì, sospesi, nella memoria, a fluttuare. Non sono quasi mai momenti importanti, episodi che “hanno cambiato la vita” di qualcuno. Si tratta sempre di dettagli, felici o meno, di avvenimenti per lo più insignificanti. Tra le sequenze più belle di un film straordinario come The Tree of Life di Terrence Malick ci sono quelle che riguardano i giochi del protagonista da ragazzino coi fratelli e la madre. La stagione non può che essere l’estate, quella profonda, afosa, infinita, attraversata da una corsa perpetua, inframezzata dal particolare della donna che si pulisce la caviglia sporca d’erba, dei bambini che scherzano nella vasca da bagno con una lucertola, che osservano con meraviglia le fronde di un albero.

Leggi il seguito di questo post »

Things People Do di Saar Klein con Wes Bentley, Jason Isaacs, Vinessa Shaw, Haley Bennett

things people do 1Ormai da anni, parecchi anni, un nuovo genere è comparso a far concorrenza agli ormai sfiancati generi cinematografici, rivitalizzati quasi esclusivamente dalle serie tv americane (di recente) e da tutto ciò che da circa trent’anni va sotto il nome di “postmoderno”: – I generi sono esplosi! – Sì, da trent’anni. Anzi, da prima. Ma ancora qualcuno ripropone la questione come se fosse una novità dell’ultima ora. Sarà forse per questo che il famigerato “nuovo” genere, che sta spopolando da anni, invadendo festival e rassegne di nicchia, sembra, appunto, nuovo.

Leggi il seguito di questo post »

berlinale 5: boyhood

27 febbraio 2014

Boyhood di Richard Linklater con Ellar Coltrane, Lorelei Linklater, Patricia Arquette, Ethan Hawke

Il passato non è ciò che è scomparso
ma ciò che ci appartiene.
Ciò che ci appartiene
sono i nostri ricordi insieme.
Ismaël Vuillard1

boyhood 1Cos’è il tempo? È possibile fermarlo? Forse è possibile fissarne degli istanti, che si staccano dal correre continuo degli eventi, e se ne stanno lì, sospesi, nella memoria, a fluttuare. Non sono quasi mai momenti importanti, episodi che “hanno cambiato la vita” di qualcuno. Si tratta sempre di dettagli, felici o meno, di avvenimenti per lo più insignificanti. Tra le sequenze più belle di un film straordinario come The Tree of Life di Terrence Malick ci sono quelle che riguardano i giochi del protagonista da ragazzino coi fratelli e la madre. La stagione non può che essere l’estate, quella profonda, afosa, infinita, attraversata da una corsa perpetua, inframezzata dal particolare della donna che si pulisce la caviglia sporca d’erba, dei bambini che scherzano nella vasca da bagno con una lucertola, che osservano con meraviglia le fronde di un albero.

Leggi il seguito di questo post »

Solo un film stasera, per non fare la fine della sera precedente con The Master (il film successivo passato a pensare al film precedente). Incredibile la reazione della sala a To the Wonder di Terrence Malick: gente che urlava, fischiava esasperata, ecc. Ricordo una reazione del genere solo col Garrel dello scorso anno, bellissimo e in buona parte incompreso. Malick ancora una volta mette in scena una perdita e la ricerca dell’assoluto. Una donna innamorata vede l’amore svanire, un prete perde la fede. Non c’è una ragione per cui l’amore svanisce (litigi, fughe, tradimenti, sono solo accidentali, sintomi). Stesso discorso per la fede: il prete continua nella sua missione, aiuta i deboli, dice messa, fa quello che un prete dovrebbe fare, ma non sente più dio con lui. Quella che si perde è la meraviglia, che è anche quella che si cerca. Nel film precedente era la grazia. Stessa cosa. In The Three of Life il protagonista, lasciato dalla donna, entra in depressione e ricerca la grazia perduta di quando era bambino. Una perdita chiama un’altra perdita (l’infazia, la giovinezza, l’innocenza, il fratello che viene a mancare). Dov’era la grazia? La bellezza? In un movimento del corpo, uno sguardo, una luce. Tutto crolla e tutto si rigenera. The Three of Life era più potente di To the Wonder (quest’ultimo ha anche la pecca di avere il cameo di un’attrice italiana – proiezione della protagonista – davvero pessimo, a causa dell’attrice veramente incapace), ma ugualmente, anche in quest’ultimo, quello che rimane sono immagini, ritagli di momenti insignificanti eppure indispensabili. Non è mai una scena madre a rimanere, sono i dettagli minimi. Anche in questo caso la macchina da presa non è mai ferma, rincorre qualcosa, è alla ricerca di qualcosa. Come i protagonisti inquieti, che hanno perduto la grazia (dio, l’amore) e ricercano il momento di meraviglia, Malick è a sua volta alla ricerca di un assoluto che non vuole rivelarsi, che sfugge, si intravede, c’è stato e forse non c’è più. Malick si spinge, appunto, verso la meraviglia (to the wonder), che è inafferrabile, indicibile.

Incredibile come un sentimento di questo tipo, che dovrebe essere comune a chiunque, scateni nel pubblico reazioni così violente: la perdita d’abitudine a confrontarsi con qualcosa di misterioso e irragionevole, non esplicabile. Se si accetta nella vita non capisco perchè non si debba accettare al cinema.