Questo testo è uscito su Cineforum.it.

As mil e uma noites di Miguel Gomes con Joana de Verona, Cristina Alfaiate, Gonçalo Waddington, Carloto Cotta, Adriano Luz, Rogério Samora, Isabel Muñoz Cardoso, Maria Rueff, Teresa Madruga, Luísa Cruz, Margarida Carpinteiro, Diogo Dória, Américo Silva, João Pedro Bénard, Dinarte Branco, Cristina Carvalhal, Tiago Fagulha, Xico Xapas, Bruno Bravo, Louison Tresallet, Lucky

È ora di smetterla di fare film
che parlano di politica.
È ora di fare film
in modo politico.

Jean-Luc Godard

as mil e uma noiteMia madre di Nanni Moretti si apre con una manifestazione di lavoratori di una fabbrica che stanno per perdere l’impiego. La scena si interrompe quasi subito perché Margherita Buy, la regista del film nel film, non è contenta della riuscita della breve sequenza. Quel che la donna sta girando, in balia di una crisi personale, è chiaramente un film brutto e sbagliato, la classica pellicola militante, piena di retorica e di luoghi comuni, che mostra in maniera semplificata la realtà, privandola di conflitti più sottili, scordando che al campo serve un controcampo (come insegna ancora Godard) affinché ci sia dialettica. E serve anche un fuoricampo.

In maniera quasi miracolosa Miguel Gomes riesce a realizzare un film monstre di oltre sei ore in cui campo, controcampo e fuoricampo si parlano ininterrottamente. As mil e uma noites è una specie di oggetto non as mil e uma noite 2identificato, un’opera straordinaria e cangiante, che trova la sua integrità e una sghemba omogeneità grazie alla portata politica del suo progetto – come già avveniva in Tabu (2012) e Redemption (2013), per esempio.

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Questo testo è uscito su Cineforum.it.

Trois souvenirs de ma jeunesse di Arnaud Desplechin con Quentin Dolmaire, Lou Roy-Lecollinet, Mathieu Amalric, Elyot Milshtein, Pierre Andrau, Lily Taieb, Raphaël Cohen, Clémence Le Gall, Ève Doé-Bruce, Théo Fernandez, Yassine Douighi, Mélodie Richard, Éric Ruf, André Dussollier, Antoine Bui, Olivier Rabourdinm, Françoise Lebrun

trois souvenirs de ma jeunesse 1Nel corso della vita talvolta capita di sentirsi esiliati da se stessi. Sono brevi episodi, in alcuni casi addirittura piacevoli, quasi ci si potesse prendere una piccola vacanza dal personaggio che ognuno di noi si è costruito negli anni. Ovviamente le cose cambiano quando la condizione di esilio è permanente e, in maniera contorta, l’esilio non è imposto ma cercato sistematicamente.

Paul Dédalus – figura ricorrente nel cinema di Desplechin, così come la maggior parte dei personaggi che popolano i suoi film, colti in una costante situazione di conflitto – torna a Parigi dopo aver trascorso diversi anni in Tadjikistan. Un problema coi documenti lo costringe a ripensare a alcuni momenti della sua giovinezza. Il pretesto dichiarato dello scambio e della perdita di identità – ancora adolescente Paul, in gita scolastica nell’ex URSS, aveva donato il suo passaporto a un ragazzo che, grazie alle nuove generalità, avrebbe trois souvenirs de ma jeunesse 2potuto raggiungere Israele – serve al regista per indagare il “cuore fanatico” di un uomo in fuga dalle sue radici – dalla madre, che soffre di depressione, dalla sua città natale, Roubaix, dal suo Paese e dalla sua lingua: Hannah Arendt diceva che la lingua di un uomo è la sua patria, e Paul Dédalus studia lingue diverse con una certa facilità, e scrive e parla di continuo.

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Kaguya-hime no monogatari (The Tale of Princess Kaguya) esce in sala, in Italia, per soli (purtroppo) 3 giorni – 3, 4 e 5 novembre – col titolo La storia della principessa splendente.

Questo testo è uscito sul n. 535 di Cineforum subito dopo il Festival di Cannes, dove il film è stato presentato alla Quinzaine des Réalisateurs.

Kaguya-hime no monogatari (The Tale of Princess Kaguya) di  Isao Takahata

kaguyaThe Tale of Princess Kaguya, gioiello che la Quinzaine des Réalisateurs ha soffiato alla selezione ufficiale dell’ultimo Festival di Cannes (che a parte lo straordinario Adieu au langage di Jean-Luc Godard, Cronenberg, Bonello e poco altro, non ha lasciato grandi emozioni), è un film sulla grazia e sul cinema. Sull’istante di assoluta grazia che di tanto in tanto balugina in un film, o anche nella vita. La principessa Kaguya, che spunta come un germoglio di bambù, cresce velocemente – in un istante, si direbbe – e diventa una splendida fanciulla, è l’emblema della bellezza che attraversa l’esistenza dell’essere umano come un palpito, svolazzando al di sopra dei quotidiani affanni. Inafferrabile, non solo non si lascerà deviare dalle ricchezze – al contrario dei suoi genitori adottivi, immediatamente traviati dal denaro e dall’abbondanza – ma nemmeno dalla corte dei facoltosi e potenti spasimanti.

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