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Deux, trois fois Branco di Boris Nicot

Branco

Prima o poi qualcuno un film su Paulo Branco doveva pur farlo. Personaggio mitico e mitologico del cinema, produttore di quasi trecento film – grazie a lui hanno visto la luce le opere di Manoel de Oliveira, João César Monteiro, João Botelho, Raul Ruiz, Wim Wenders, Alain Tanner, Chantal Akerman, Werner Schroeter, Andrzej Zulawski, Pedro Costa, Jean-Claude Biette, Mathieu Amalric, Philippe Garrel, Olivier Assayas, David Cronenberg, Jerzy Skolimowski, e la lista potrebbe continuare – figura controversa e affascinante.

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Quest’anno Cineforum ha chiesto a tutti i suoi collaboratori di scrivere un breve testo su un film visto nel 2017, non uscito in sala in Italia, che abbiamo particolarmente amato. Il mio è questo.

A fábrica de nada di João Matos, Leonor Noivo, Luisa Homem, Pedro Pinho, Tiago Hespanha, diretto da Pedro Pinho
con José Smith Vargas, Carla Galvão, Njamy Sebastião, Joaquim Bichana Martins, Danièle Incalcaterra, Hermínio Amaro, João Santos Lopes, Paulo Vitorino, Rui Ruivo, António Cajado Santos, Zé Pedro, Arlindo Miguel, Boris Nunes, Euclides Furtado, Fernando Lopes

Se c’è un film che vale la pena di segnalare e vedere, e rivedere, soprattutto in Italia, dove la parola salario è scomparsa dal vocabolario e chi perde il lavoro viene pressoché emarginato dalla società o, alla meno peggio, prende il ruolo di comparsa muta in qualche programma tv d’attualità, è A fábrica de nada del collettivo Terratreme – João Matos, Leonor Noivo, Luisa Homem, Pedro Pinho, Tiago Hespanha – diretto da Pedro Pinho.

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Intervista a Pedro Pinho

11 dicembre 2017

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Intervista a Pedro Pinho

In occasione del Torino Film Festival abbiamo incontrato Pedro Pinho, regista de A fábrica de nada, visto un paio di settimane prima al Festival de Sevilla 2017 (e vincitore del Festival, nonché del secondo premio a Torino).

Se ti va cominciamo dalla fine. O meglio dalla pre-fine del film. A un certo punto c’è un lungo piano sequenza, in cui Zé e il regista (Daniele Incalcaterra) stanno discutendo, che si conclude con una scena dove il dialogo tra i due riprende quello tra l’arrotino e il protagonista di Sicilia! di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet[1]
Devo premettere una cosa, ossia che questo film, questa idea di sperimentazione che si trova nel film non è mia. Il film non avrei dovuto realizzarlo io inizialmente e credo non avrei mai avuto un’idea del genere, cioè di fare un musical dentro a una fabbrica, che se vuoi è un’idea totalmente assurda e un po’ bizzarra. Dunque abbiamo iniziato con una specie di libertà un po’ incosciente, irresponsabile, cercando di pensare e di riprendere quello che noi avevamo amato nel cinema. Per cui alla fine abbiamo scritto e girato questa scena, assai poco improvvisata in rapporto al resto del film, assai classica se vuoi, in cui i due camminano praticamente verso il niente, verso il fallimento, il collasso di tutto, e volevamo però terminare la sequenza con qualcosa che desse un po’ di speranza, non dico di ottimismo, ma fare in modo che alla fine una persona non uscisse dal cinema con la voglia di spararsi (ride). Dunque, dopo la discussione in fabbrica durante la quale Zé si arrabbia poiché si rende conto che già alla prima riunione di autogestione nessuno è d’accordo con l’altro e quindi lui se ne va deluso, non sapevamo bene come far fare una specie di svolta, anche repentina, al suo personaggio, del tipo “va bene, non ne posso più, siamo nella merda, non abbiamo alcuna speranza di riuscita, ma nonostante tutto ci proviamo”. Se ti ricordi, dopo lo sfogo di Zé, che appunto non ce la fa più, è amareggiato, Daniele si volta verso di lui e gli dice “E quindi cosa resta? La ricerca della felicità? A questa credi?” e a me è venuto in mente un film di Jonas Mekas, mi pare sia Reminiscences of a Journey to Lithuania, ma non ne sono certo, dove all’inizio racconta del suo arrivo a New York e poi è a una specie di ballo, c’è la musica, e allora mi sono detto che potevamo cercare appunto qualcosa in cui le cose elementari, che ci fanno vivere, fossero presenti, in maniera semplice. L’amore per la vita, per il mondo. Quindi c’è questo movimento verso Sicilia! di Straub e Huillet e c’è questo dialogo assai poetico tra l’arrotino e il protagonista che è una dichiarazione d’amore per la vita. E c’è anche una gestualità, un modo di muoversi, che l’arrotino ha mentre parla. È quel tipo di gestualità che abbiamo cercato per la sequenza musicale, che è una specie di liberazione non fluida, è costruita. Una liberazione nella quale non ci si può liberare totalmente. Per me questi due film sono stati una specie di ispirazione un po’ strana, si sono mescolati e mi sono serviti per scene diverse.

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A fábrica de nada di João Matos, Leonor Noivo, Luisa Homem, Pedro Pinho, Tiago Hespanha, diretto da Pedro Pinho
con José Smith Vargas, Carla Galvão, Njamy Sebastião, Joaquim Bichana Martins, Danièle Incalcaterra, Hermínio Amaro, João Santos Lopes, Paulo Vitorino, Rui Ruivo, António Cajado Santos, Zé Pedro, Arlindo Miguel, Boris Nunes, Euclides Furtado, Fernando Lopes

Molto spesso i grandi film donano una pista allo spettatore già nella prima scena. A fábrica de nada, in competizione ufficiale al Festival de Sevilla 2017, si apre con una coppia che sta facendo l’amore appassionatamente ma viene bruscamente interrotta da una telefonata che lascia attonito Zé, uno dei protagonisti del film, che abbandona il letto e si precipita al lavoro. La fabbrica nella quale lavora chiude senza preavviso. I costi in Portogallo sono eccessivi, meglio delocalizzarla altrove.

Cosa mostra dunque questa prima scena? Semplicemente che il lavoro (e soprattutto la sua perdita) invade la vita privata delle persone. Un altro film presentato quest’anno, Colo di Teresa Villaverde, affronta la disgregazione familiare a partire dalla crisi economica.

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