Questo testo è uscito su Cineforum.it.

A fábrica de nada di João Matos, Leonor Noivo, Luisa Homem, Pedro Pinho, Tiago Hespanha, diretto da Pedro Pinho
con José Smith Vargas, Carla Galvão, Njamy Sebastião, Joaquim Bichana Martins, Danièle Incalcaterra, Hermínio Amaro, João Santos Lopes, Paulo Vitorino, Rui Ruivo, António Cajado Santos, Zé Pedro, Arlindo Miguel, Boris Nunes, Euclides Furtado, Fernando Lopes

Molto spesso i grandi film donano una pista allo spettatore già nella prima scena. A fábrica de nada, in competizione ufficiale al Festival de Sevilla 2017, si apre con una coppia che sta facendo l’amore appassionatamente ma viene bruscamente interrotta da una telefonata che lascia attonito Zé, uno dei protagonisti del film, che abbandona il letto e si precipita al lavoro. La fabbrica nella quale lavora chiude senza preavviso. I costi in Portogallo sono eccessivi, meglio delocalizzarla altrove.

Cosa mostra dunque questa prima scena? Semplicemente che il lavoro (e soprattutto la sua perdita) invade la vita privata delle persone. Un altro film presentato quest’anno, Colo di Teresa Villaverde, affronta la disgregazione familiare a partire dalla crisi economica.

Ma A fábrica de nada si muove in maniera assai diversa. Il film della Villaverde è intimo, o meglio parte dal privato per fare un discorso universale, il film realizzato da Pedro Pinho inizia con la presa di coscienza di un piccolo gruppo di operai che uniti, in maniera collettiva, decidono di occupare la fabbrica che li sta “dismettendo”. Tanto Colo è un’opera quasi priva di parole, fatta di pochissimi e scarni dialoghi, quanto A fábrica de nada è ricco di discussioni, scontri verbali, di una vera e propria dialettica che passa nel linguaggio ma al quale il linguaggio non è sufficiente, servono le azioni.

E è sul continuo scontro tra realtà – angosciante, soffocante, durissima – e finzione – un regista (interpretato da Daniele Incalcaterra) contatta gli operai perché vuole girare un documentario sulle fabbriche occupate – che si muove lo straordinario film di Pedro Pinho, probabilmente tra i migliori film realizzati sul potere mortifero e mortale (ci fosse ancora bisogno di ribadirlo) del capitalismo. Speculare e opposto andrebbe rivisto in questo senso Nocturama di Bertrand Bonello, sguardo dichiaratamente borghese sul medesimo soggetto.

Ma non è l’unica dicotomia riscontrabile in quest’opera liberissima e coraggiosa dove non vengono mai date risposte ma tutto viene messo in discussione.

Sono ancora efficaci i metodi della sinistra radicale nella lotta politica in rapporto al cambiamento di scenario capitalista? È possibile far funzionare una fabbrica, autogestirla senza una struttura piramidale di potere e senza cadere nuovamente nella trappola del capitalismo? Come far coesistere in maniera coerente la teoria politica con i problemi quotidiani e pratici? E, ancora una volta, come far diventare azione la parola e renderla efficace?

A fábrica de nada è un film sulla crisi (economica) dalla quale si irradiano, quasi fosse un contagio, tutte le altre. Crisi personale e sentimentale (Zé e la compagna iniziano a avere problemi di coppia sempre più evidenti), crisi politica (le questioni poste qui sopra), crisi sociale (il welfare viene totalmente smantellato), crisi artistica (il regista non riesce a girare il suo film; Zé si rifugia nel suo gruppo punk più per sfogare la rabbia e la frustrazione che per altro). È anche un film aperto a ogni possibile affabulazione, a qualsiasi linguaggio (opera documentaristica e musical, dramma e commedia), un film “coerentemente” di un collettivo – João Matos, Leonor Noivo, Luisa Homem, Pedro Pinho, Tiago Hespanha – in cui compare buona parte di chi ha lavorato alla pellicola benché in ruoli diversi. Un film che non si chiude, non finisce in un certo senso, ma si interrompe con un’immagine interlocutoria. Gli operai lavorano in una fabbrica che in realtà non produce più nulla, in cui le macchine non possono che girare a vuoto. È il lavoro umano che produce il valore, non quello della macchina, come viene spiegato in maniera assai chiara dal regista quando parla di plusvalore, riprendendo ovviamente le parole di Marx.

In fondo è il capitalismo che gira a vuoto, il suo sistema di produzione assolutamente perverso. E allora i momenti di poesia all’interno di un luogo fatto di alienazione sono quelli in cui ci si permette di giocare a calcio a fianco dei macchinari, di danzare e cantare, di giocare a carte. Di rubare tempo al lavoro, che normalmente si mangia tutto il resto. Resistendo alla follia di considerarsi persone degne solo attraverso una professione, senza la quale tutto sembra perdere significato, come se il valore dell’uomo fosse esclusivamente un valore legato al suo potenziale lavorativo.

Il niente di una catena di montaggio che funziona senza produrre nulla si contrappone al niente in cui gli operai liberano il tempo normalmente impiegato nelle loro mansioni. E quel niente non è un vuoto. È “qualcosa”. O quanto meno è un inizio.

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Nocturama di Bertrand Bonello con Finnegan Oldfield, Vincent Rottiers, Hamza Meziani, Manal Issa, Martin Guyot, Jamil McCraven, Rabah Naït Oufella, Laure Valentinelli, Ilias le Doré, Robin Goldbromm, Luis Rego, Hermine Karagheuz, Adèle Haenel

nocturama-1Che Nocturama di Bertrand Bonello avrebbe creato un certo scalpore alla sua uscita nelle sale francesi, lo scorso 7 settembre, lo si era intuito già da qualche mese. Progetto al quale il regista lavorava dal 2010, il film avrebbe dovuto intitolarsi ironicamente Paris est une fête, riecheggiando lo splendido romanzo di Ernest Hemingway, A Moveable Feast (Festa mobile), ma a seguito degli attentati del 13 novembre 2015 la produzione, d’accordo con il regista, decide di cambiare titolo nel più cupo e evocativo Nocturama. A metà aprile di quest’anno, quando viene reso noto il programma del Festival di Cannes, coglie un po’ tutti di sorpresa non vedere Bonello né in competizione ufficiale, dove solitamente è di casa, e nemmeno in sezioni parallele come la Quinzaine des réalisateurs. Il film è stato visto dai selezionatori ma Thierry Frémaux in conferenza stampa rimane vago coi giornalisti che chiedono spiegazioni, lasciando intendere che forse, il film, non l’ha visto. Édouard Waintrop, da parte sua, rifiuta il film alla Quinzaine, ritenendo il contenuto politico inaccettabile. Se da un lato è comprensibile la volontà di Frémaux di preservare il clima allegro e un po’ circense di Cannes, senza intaccarne il glamour con le polemiche che un film del genere avrebbe portato con sé, dall’altra parte è interessante osservare come la critica si sia divisa in queste settimane tra chi considera Nocturama un capolavoro, come Jean-François Rauger su “Le Monde” (“Un grande film si riconosce dalla sua capacità di portare a un alto grado di fusione diverse caratteristiche essenziali e contraddittorie del cinema: rendere le idee sensibili e filmare corpi in movimento, produrre pensiero e catturare la realtà visibile”), e chi trova sia un film deludente e mancato, come Gaspard Nectoux su “Les Cahiers du Cinéma” (“Il cinema francese lotta ancora contro il suo vuoto politico”).

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