Questa intervista è stata pubblicata su Cineforum.it.

Intervista a Eugène Green, che ha presentato Faire la parole nella sezione Onde del 33. Torino Film Festival

eugene green 1Ho trovato Faire la parole un film di resistenza.
Sì, certo. Ma di resistenza non in un modo militante. Ci sono adesso alcuni cineasti baschi che fanno film, ma sempre film militanti sulla loro storia, sulla lotta, e io non volevo fare questo. Volevo fare un film politico, ma in un modo poetico.

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Profondo rosso di Dario Argento con David Hemmings, Daria Nicolodi, Gabriele Lavia, Glauco Mauri, Macha Méril, Giuliana Calandra, Clara Calamai, Eros Pagni, Nicoletta Elmi

profondo rosso 1Pochi film hanno la potenza evocativa di Profondo rosso (1975, restaurato in occasione del suo prossimo quarantennale, e proiettato al 32. Torino Film Festival), insinuandosi nell’immaginario di chiunque abbia avuto l’occasione di vederlo in maniera definitiva. Il capolavoro di Dario Argento non ha perso nemmeno un briciolo del suo magnetismo, anzi, a una seconda, terza, decima visione continua a acquistare fascino. Come il protagonista alla fine del film non riesce a smettere di guardare, terrorizzato e sconvolto, la profondo rosso 2pozza di sangue nella quale si specchia, lo spettatore é incapace di distogliere gli occhi dallo schermo, come se, a sua volta, lo schermo lo ri-guardasse.

Profondo rosso é, in effetti, non solo un’opera capitale per il genere thriller/horror (chi ha fatto cinema successivamente non può non tenerne conto), ma una delle più sorprendenti riflessioni sullo sguardo e sul cinema, sulla meccanicità dello sguardo (e della ripresa cinematografica) e su quel che sfugge a questa ripetizione macchinica.

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sopra e sotto valutati

16 luglio 2014

Cineforum.it ha chiesto ai suoi collaboratori un breve elenco di cinque film (a seconda delle opinioni e dei gusti di ognuno, ovviamente) sopravvalutati e di cinque sottovalutati. Dato per scontato che cinque titoli sono troppo pochi sia per i film sopravvalutati sia per quelli sottovalutati, questo è un brevissimo elenco, non esaustivo, di opere che per lo più ho detestato, ma sono state osannate dalla critica e, in alcuni casi, sostenute dal pubblico, e di altre pellicole da me molto amate ma quasi totalmente dimenticate dagli spettatori e spesso mal comprese da critici e appassionati.

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La jalousie di Philippe Garrel con Louis Garrel, Anna Mouglalis, Olga Milshtein, Esther Garrel, Rebecca Convenant

Tutte le volte che ho cercato di comunicare con qualcuno,
l’amore è andato via.
La notte
, Michelangelo Antonioni

la jalousie 1“E come sa ogni romantico che si rispetti, l’anima (spiritus, ruah, pneuma) non è altro, in sostanza, che aria; dunque è del tutto naturale che le perturbazioni dell’atmosfera si raccolgano in coloro che la respirano. E così, al di sopra e al di là delle componenti pubbliche – giorni festivi, attrazioni turistiche – vi sono meandri privati legati al clima, come se questo breve incantesimo fosse uno stretto nella fuga dell’anno; tempo instabile, amori inconcludenti, impegni imprevisti: mesi che si possono facilmente trascorrere in fuga, perché più tardi in questa città i venti, le piogge, le passioni di febbraio e quelle di marzo, stranamente non si ricordano più; come se non fossero mai esistite” (Entropia, Thomas Pynchon).

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La sedia della felicità di Carlo Mazzacurati con Valerio Mastandrea, Isabella Ragonese, Giuseppe Battiston, Katia Ricciarelli, Raul Cremona, Marco Marzocca, Milena Vukotic, Roberto Citran, Mirco Artuso, Roberto Abbiati, Lucia Mascino, Natalino Balasso, Fabrizio Bentivoglio, Silvio Orlando, Antonio Albanese, Roberta Da Soller, Maria Paiato, Giovanni Capovilla, Stefano Scandaletti, Cosimo Messeri, Silvio Comis, Nicoletta Maragno

Piccola patria di Alessandro Rossetto con Maria Roveran, Roberta Da Soller, Vladimir Doda, Diego Ribon, Mirko Artuso, Lucia Mascino, Mateo Çili, Nicoletta Maragno, Giulio Brogi

Così a ciascuno i luoghi dell’infanzia ritornano alla memoria;
in essi accaddero cose che li han fatti unici
e li trascelgono sul resto del mondo
con questo suggello mitico.

Cesare Pavese

Manca il fine; manca la risposta al «perché?»
Friedrich Nietzsche

piccola patria 1Il Veneto è un ibrido. Un (piccolo) paese mancato in un’Italia mancata. Luogo marginale per il cinema, forse a causa della sua ambiguità, sfuggente, sconto via. Più protestante, calvinista, che cristiano cattolico, esprime il sacro attraverso il lavoro, lo spirito del capitalismo. “Ma inoltre, e soprattutto, il lavoro è lo scopo stesso della vita che è prescritto da Dio. La massima paolina «Chi non lavora non deve mangiare» vale incondizionatamente e per ciascuno. L’avversione al lavoro è sintomo dell’assenza dello stato di grazia”1. Negli anni successivi la Seconda Guerra Mondiale, i luoghi devastati dal conflitto pian piano venivano bonificati e trasformati, opere come il petrolchimico di Porto Marghera era salutato come il simbolo del progresso, un’opera proiettata verso un futuro in continuo fermento.

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Xi You (Journey to the West) di Tsai Ming-liang con Lee Kang-sheng, Denis Lavant

journey to the west 1Che Michelangelo Antonioni fosse un nume tutelare per Tsai Ming-liang era noto fin dalle prime opere (e per stessa ammissione del regista). Forse per questo di fronte allo straordinario Xi Jou (Journey to the West) vengono in mente, senza nemmeno troppi voli pindarici, un paio di lavori del regista ferrarese.

Xi Jou si apre col volto di un uomo (Denis Lavant) che respira lentamente, mentre il suo viso irregolare e magnetico riempie lo schermo. Poco dopo l’inquadratura cambia e il profilo di Lavant si staglia davanti a una montagna, come se anche il suo viso fosse un paesaggio. A questo punto non è difficile pensare al ciclo Le montagne incantante, in cui Antonioni, dopo aver disegnato dei volti sulla carta, li strappava e faceva degli ingrandimenti fotografici dei singoli pezzi (grazie alla tecnica della latensificazione, ossia del blow up), e quei contorni frastagliati diventavano montagne, rupi, strapiombi.

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