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Trois souvenirs de ma jeunesse di Arnaud Desplechin con Quentin Dolmaire, Lou Roy-Lecollinet, Mathieu Amalric, Elyot Milshtein, Pierre Andrau, Lily Taieb, Raphaël Cohen, Clémence Le Gall, Ève Doé-Bruce, Théo Fernandez, Yassine Douighi, Mélodie Richard, Éric Ruf, André Dussollier, Antoine Bui, Olivier Rabourdinm, Françoise Lebrun

trois souvenirs de ma jeunesse 1Nel corso della vita talvolta capita di sentirsi esiliati da se stessi. Sono brevi episodi, in alcuni casi addirittura piacevoli, quasi ci si potesse prendere una piccola vacanza dal personaggio che ognuno di noi si è costruito negli anni. Ovviamente le cose cambiano quando la condizione di esilio è permanente e, in maniera contorta, l’esilio non è imposto ma cercato sistematicamente.

Paul Dédalus – figura ricorrente nel cinema di Desplechin, così come la maggior parte dei personaggi che popolano i suoi film, colti in una costante situazione di conflitto – torna a Parigi dopo aver trascorso diversi anni in Tadjikistan. Un problema coi documenti lo costringe a ripensare a alcuni momenti della sua giovinezza. Il pretesto dichiarato dello scambio e della perdita di identità – ancora adolescente Paul, in gita scolastica nell’ex URSS, aveva donato il suo passaporto a un ragazzo che, grazie alle nuove generalità, avrebbe trois souvenirs de ma jeunesse 2potuto raggiungere Israele – serve al regista per indagare il “cuore fanatico” di un uomo in fuga dalle sue radici – dalla madre, che soffre di depressione, dalla sua città natale, Roubaix, dal suo Paese e dalla sua lingua: Hannah Arendt diceva che la lingua di un uomo è la sua patria, e Paul Dédalus studia lingue diverse con una certa facilità, e scrive e parla di continuo.

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le stade de wimbledon 1Mathieu Amalric è stato tra i protagonisti di Incroci di civiltà, Festival Internazionale di Letteratura a Venezia, che si è tenuto tra il 25 e il 28 marzo 2015, dove ha presentato Le Stade de Wimbledon (2001), tuttora inedito in Italia, tratto dall’omonimo romanzo di Daniele Del Giudice. L’intervista che segue è stata l’occasione per parlare del suo cinema, del suo lavoro come regista e come attore, del suo rapporto con la pagina scritta e con la luce.

La prima cosa che mi è venuta in mente, guardando Le Stade de Wimbledon, è un verso di Cesare Pavese che chiude Un ricordo, una poesia che parla di una donna un po’ misteriosa, dalla sensualità enigmatica: “Sorride da sola / il sorriso più ambiguo camminando per strada”1. E in fondo la protagonista del tuo film fa una specie di indagine su un autore che non scrive, ma al tempo stesso fa un’indagine su se stessa, su qualcosa di lei che rimane nascosto
le stade de wimbledon 6È molto bello… È vero, soprattutto a Londra, sorride molto Jeanne (Balibar). Ovviamente io non avevo pensato assolutamente a questo, non conoscevo questa poesia. A ogni modo c’era un percorso, complicato dalle riprese… La maniera in cui abbiamo girato l’ultima scena, per esempio… che non è l’ultima scena del film, ma l’ultima che abbiamo girato, e è quella a casa di Ljuba (Ljuba Blumenthal interpretata da Esther Gorintin). L’abbiamo girata in Bretagna, nella casa dei nonni di Jeanne. È talmente costoso girare in Inghilterra, che non potevamo rimanere molto tempo laggiù, quindi abbiamo utilizzato questa casa in Bretagna, per gli interni, e questa è davvero l’ultima ripresa. Mi ricordo, comunque, che subito dopo l’inizio, mi sono detto che avrebbe dovuto essere chiaro che tutto quello che lei aveva vissuto, che avevamo visto e che ci aspettavamo di sapere fin le stade de wimbledon 2dall’inizio – perché vengono dette delle cose che successivamente si ricorderanno in maniera differente -, che tutta questa materia, insomma, sarebbe stata trasformata attraverso l’immaginazione, che molto sarebbe stato inventato. Ebbene, ecco il testo. Tutto quello che ha vissuto l’ha messo nel testo che invia a questa donna. E è un po’ diverso dal romanzo, perché col romanzo tu hai un libro tra le mani, dunque il risultato dell’indagine è il libro che tu tieni tra le mani, ma nel cinema non può essere così, bisognava trovare un modo che funzionasse, potesse essere condiviso chiaramente, qualche frase che evocasse… Quello che mi interessava di più era ciò che aveva a che fare col poliziesco, con l’inchiesta, in modo tale che le stade de wimbledon 4la gente avesse il piacere di carpire delle informazioni. In fondo quello che mi diverte nel fare un film, nella sua “fabbricazione”, sono i problemi più grossolani. Mentre giri un film sai che ci sono cose che fanno parte di una specie di sottogenere – quel sole, questa donna che fa un’inchiesta su se stessa – ma può essere che tu possa esprimerle in un altro modo… Ti dici beh, sarebbe bello che lei passasse di fronte a un negozio di chiavi, allora guardi le chiavi, qualcuno potrebbe pensare ma perché le chiavi? ah beh sì, le chiavi, dunque lei sta cercando qualcosa… Ecco, sembrano sciocchezze, ma girando un film pensi a delle piccole cose così. E è per questo, infatti, che c’è un momento, verso la fine, lavorando al montaggio, c’è una volta in cui tu vedi il film, dopo i tagli di alcuni dettagli, del lavoro, del rimpianto anche, e trovi qualcosa, se questo ovviamente funziona, che può darti la sensazione di essere uno spettatore. E è in fondo tutto ciò che cerchi quando fai il film. Ti dici, ecco questo fa pensare a questo o a quello…

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classifica 2014!?!

15 gennaio 2015

Per il secondo anno (secondo anno per me) Cineforum.it ha chiesto a tutti i suoi collaboratori di stilare una classifica dei 10 migliori film usciti in sala nel 2014 (quelli che più abbiamo amato), dei 3 migliori film visti ai festival, in dvd, serie tv, ecc., e delle 3 delusioni. Qui trovate anche le classifiche complete di Cineforum.it (il risultato finale delle classifiche dei migliori film usciti in sala nel 2014, ottenuto sommando le classifiche di ognuno; le singole classifiche di tutti i collaboratori dei migliori film usciti in sala nel 2014; le singole classifiche dei migliori film visti nel 2014 ma non ancora distribuiti nelle sale italiane; le singole classifiche delle delusioni cinematografiche 2014). Sotto, le mie – le piccole differenze tra questa versione e quella apparsa su Cineforum.it (come lo scorso anno) dipendono solo dall’aver introdotto qui degli ex aequo (moltissimi quest’anno, per la verità, ma i film davvero buoni erano tanti) che, per ragioni di chiarezza o più semplicemente di regole tali da rendere la classifica di ognuno omogenea con quelle degli altri, non potevano essere inseriti dall’altra parte. Infine, di alcuni film, in precedenza, avevo scritto una recensione, di altri no: questo non sta a indicare un differente grado di fascinazione nei confronti di un’opera rispetto a un’altra, ma, assai più banalmente, la difficoltà nella gestione del tempo in alcuni periodi…

I 10 migliori film usciti in sala:

1) Adieu au langage di Jean-Luc Godard (che, effettivamente, andrebbe fuori, oltre, qualsiasi classifica)

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boyhood

23 ottobre 2014

Boyhood di Richard Linklater con Ellar Coltrane, Lorelei Linklater, Patricia Arquette, Ethan Hawke

Il passato non è ciò che è scomparso
ma ciò che ci appartiene.
Ciò che ci appartiene
sono i nostri ricordi insieme.
Ismaël Vuillard1

boyhood 1Cos’è il tempo? È possibile fermarlo? Forse è possibile fissarne degli istanti, che si staccano dal correre continuo degli eventi, e se ne stanno lì, sospesi, nella memoria, a fluttuare. Non sono quasi mai momenti importanti, episodi che “hanno cambiato la vita” di qualcuno. Si tratta sempre di dettagli, felici o meno, di avvenimenti per lo più insignificanti. Tra le sequenze più belle di un film straordinario come The Tree of Life di Terrence Malick ci sono quelle che riguardano i giochi del protagonista da ragazzino coi fratelli e la madre. La stagione non può che essere l’estate, quella profonda, afosa, infinita, attraversata da una corsa perpetua, inframezzata dal particolare della donna che si pulisce la caviglia sporca d’erba, dei bambini che scherzano nella vasca da bagno con una lucertola, che osservano con meraviglia le fronde di un albero.

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La chambre bleue di Mathieu Amalric con Mathieu Amalric, Léa Drucker, Stéphanie Cléau, Laurent Poitrenaux, Serge Bozon, Blutch, Mona Jaffart, Véronique Alain, Paul Kramer, Alain Fraitag, Christelle Pichon, Mustapha Abourachid, Olivier Mauvezin, Alexandre Patoyt, Henri Cherel, Tonio Chanca, Jean-Yves Cresenville, Nicolas Beliard, Laetitia Lebreton, Claude Picoron

Era vero. In quel momento tutto era vero, perchè viveva ogni cosa così come veniva, senza chiedersi niente, senza cercare di capire, senza neppure sospettare che un giorno ci sarebbe stato qualcosa da capire. E non solo tutto era vero ma era anche reale: lui, la camera, Andrée ancora distesa sul letto sfatto, nuda, con le gambe divaricate e la macchia scura del sesso da cui colava un filo di sperma.
Era felice? Se glielo avessero chiesto, avrebbe risposto di sì senza esitare. Non gli passava neanche per la testa di avercela con Andrée perchè gli aveva morso il labbro. Faceva parte dell’insieme, come tutto il resto.
Georges Simenon, La chambre bleue

la chambre bleue 1La chambre bleue – sia il romanzo di Simenon, sia il film di Amalric – è tutto contenuto in queste prime righe: la sensualità, la violenza, la tragedia che incombe. Il film procede per frammenti: i dettagli dei corpi degli amanti, della luce che filtra dalle imposte socchiuse, di un barattolo di marmellata, del colore della parete della stanza, lo stesso del tribunale che vedrà i due condannati. Senza cercare di capire, perchè da capire non c’è proprio niente: come inizia una storia del genere? In maniera banale, comune a tante altre. Quando il protagonista viene interrogato non è in grado di fornire spiegazioni, solo di descrivere quello che è accaduto. Ne esce un film magnifico e crudele, brutale nella sua evidenza: nessuna psicologia, solo i sensi, e dunque il corpo ancora una volta, dal momento che, già in Tournée (2010), i corpi erano l’unica certezza nella sospensione in cui i personaggi sceglievano di esistere.

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cannes in tre film

4 giugno 2014

adieu au languageCineforum.it ha chiesto ai suoi collaboratori di stilare una breve lista dei tre film più amati dell’ultimo Festival di Cannes. Ecco la mia.

Adieu au langage di Jean-Luc Godard, la rivoluzione della visione, l’immagine che è due, cioè dialettica, lo sguardo del cane che vede dove noi non vediamo, accecati dalla coscienza: vous n’avez encore rien vu.

la chambre bleueMaps to the Stars di David Cronenberg – parente stretto di The Canyons di Paul Schrader – in cui un piccolo mondo “familiare” è destinato all’estinzione, collasso dell’immaginario che ha contribuito a creare. Agli antipodi dello straordinario Jauja di Lisandro Alonso.

La chambre bleue di Mathieu Amalric, magnifico e crudele, brutale nella sua evidenza, film antiplatonico, in cui ogni sentimento – paura e desiderio – ha un sapore, una consistenza, una luce.

Come già per la Berlinale 2014, anche per il Festival di Cannes ho collaborato, con grande piacere, per Cineforum.it. Da oggi pubblico qui i testi che ho scritto, o per la rivista o per questo blog, su film amati e detestati visti qualche giorno fa. Inizierò con quelli detestati, tanto per togliermeli subito, per poi passare a quelli che, in un modo o nell’altro, mi hanno sorpreso o confermato nell’amore per i loro autori. In alcuni casi si tratta di film bellissimi – Maps to the Stars di David Cronenberg, La chambre blueu di Mathieu Amalric, Jauja di Lisandro Alonso – in altri (o meglio, in un altro, uno solo e irripetibile) si tratta di un capolavoro e di una rivoluzione: Adieu au langage di Jean-Luc Godard. Il momento più divertente, però, è stato rivedere in sala The Texas Chainsaw Massacre di Tobe Hooper alla presenza del regista, emozionato fino alle lacrime, e di un entusiasta Nicolas Winding Refn, che ha fatto una presentazione davvero straordinaria. Un film che ha abitato i miei incubi da bambina (secondo solo a Profondo rosso di Dario Argento, altro film straordinario, da cui sono stata ossessionata per anni e chissà se ne sono davvero uscita) e che oggi (un oggi che è già da un bel po’), riconoscendone l’evidente genialità, mi riempie di tenerezza. Buona lettura.

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Hermosa juventud di Jaime Rosales con Ingrid García Jonsson, Carlos Rodríguez, Inma Nieto, Fernando Barona, Juanma Calderón, Patricia Mendy, Miguel Guardiola

hermosa juventud 1Un ragazzo e una ragazza si amano, sono appassionati e lei rimane incinta. Entrambi vengono da due famiglie un po’ disastrate e con problemi economici. La giovane donna continua a fare test su test di gravidanza prima di svelare al compagno il suo stato. Vista la mancanza di soldi i due decidono di girare un porno amatoriale. La cosa si ferma lì. Purtroppo il film non è Zack and Miri Make a Porno (2008) di Kevin Smith, divertente commedia con attori appatowiani, che ha più di un momento esilarante. In Hermosa juventud, pellicola terribilmente seria, il problema si pone nel momento in cui, di fronte alla precarietà di entrambi, tutto quello che accade non “fa problema”. Com’è possibile? Che senso ha fare un film cupo e grave per poi non approfondire nulla?

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The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson con Ralph Fiennes, Tony Revolori, Saoirse Ronan, F. Murray Abraham, Jude Law, Adrien Brody, Willem Dafoe, Jeff Goldblum, Mathieu Amalric, Edward Norton, Harvey Keitel, Tilda Swinton, Tom Wilkinson, Bill Murray, Jason Schwartzman, Owen Wilson, Léa Seydoux, Bob Balaban

In superficie era un mondo di bambole,
con le stelle di carta colorata e le candeline.
La montagnola dell’anteparadiso era in fondo al cortile
e c’era sopra un’acacia (…).
Lì in quei rami sgocciolanti,
figurandoseli carichi di candeline e mezzipanetti di pan d’oro,
si vedeva in controluce com’era fatto il paradiso.

Luigi Meneghello, Libera nos a Malo

the grand budapest hotel 1Quando si guarda un film non ci si dovrebbe mai chiedere quanto di biografico c’è nell’opera, poiché si rischia sempre di scivolare in sciocche forme di psicoanalisi spiccia, che non rendono giustizia né al regista, né tanto meno alla pellicola. Eppure, in alcuni casi, la storia personale, intima, dell’autore, non fa che incrociarsi con quello che viene messo in scena, e senza di essa si capirebbe ben poco di quel che si sta guardano, o comunque se ne perderebbero le sfumature più dolorose e sincere.

Della biografia di Wes Anderson non so un granché. Mi limito a aver visto i suoi film, realizzati da una persona che, durante l’infanzia, sembra aver passato molto tempo per conto suo, o dotata di una sensibilità così spiccata da capire cosa voglia dire per un bambino giocare spesso da solo.

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berlinale 5: boyhood

27 febbraio 2014

Boyhood di Richard Linklater con Ellar Coltrane, Lorelei Linklater, Patricia Arquette, Ethan Hawke

Il passato non è ciò che è scomparso
ma ciò che ci appartiene.
Ciò che ci appartiene
sono i nostri ricordi insieme.
Ismaël Vuillard1

boyhood 1Cos’è il tempo? È possibile fermarlo? Forse è possibile fissarne degli istanti, che si staccano dal correre continuo degli eventi, e se ne stanno lì, sospesi, nella memoria, a fluttuare. Non sono quasi mai momenti importanti, episodi che “hanno cambiato la vita” di qualcuno. Si tratta sempre di dettagli, felici o meno, di avvenimenti per lo più insignificanti. Tra le sequenze più belle di un film straordinario come The Tree of Life di Terrence Malick ci sono quelle che riguardano i giochi del protagonista da ragazzino coi fratelli e la madre. La stagione non può che essere l’estate, quella profonda, afosa, infinita, attraversata da una corsa perpetua, inframezzata dal particolare della donna che si pulisce la caviglia sporca d’erba, dei bambini che scherzano nella vasca da bagno con una lucertola, che osservano con meraviglia le fronde di un albero.

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Venere in pelliccia di Roman Polanski con Emmanuelle Seigner, Mathieu Amalric

Divenuti i modelli dei loro autori,
  gli attori non erano più gli stessi. 
Diventavano indimenticabili
perché ad un certo punto
un regista – o il Cinema – li aveva usati
per compiere impudentemente
un atto d’amore verso se stesso.
Serge Daney

la vénus à la fourrureE mentre te ne stai lì, lasciandoti pigramente ingannare da schermaglie di piccolo cabotaggio, sognando al riparo delle semplici e solide certezze che ti sei costruito, vieni travolto da una creatura furiosa e affascinante, che smaschera le debolezze che così minuziosamente avevi nascosto, e ti risveglia dal molle torpore in cui ti eri adagiato. La straordinaria creatura che ti invade la mente e gli occhi è La vénus à la fourrure di Roman Polanski, geniale film che sta allo spettatore come, sulla scena, Vanda sta a Thomas.

In un teatro parigino, al termine di una giornata di audizioni fallimentari, Thomas (un immenso Mathieu Amalric), “adattatore” del romanzo Venere in pelliccia (1870) di Leopold von Sacher-Masoch per una pièce teatrale di cui è anche regista, si ritrova davanti Vanda (Emmanuelle Seigner, sublime), un’attrice apparentemente volgare, ignorante e pronta a tutto per ottenere la parte, che assai rapidamente si trasforma in un seducente e spietato angelo sterminatore.

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