Questo testo è uscito su Cineforum.it.

Intervista a Pedro Cabeleira

In occasione del Torino Film Festival abbiamo incontrato Pedro Cabeleira, regista di Verão danado visto quest’estate al Festival di Locarno, tra i migliori esordi degli ultimi tempi.

In Verão danado si ha l’impressione di essere in un costante presente. L’uso che fai del tempo, che sembra estremamente consapevole ma assai naturale, permette a chi guarda di sentire una specie di espansione dell’istante, dell’adesso, quasi a cancellare passato e futuro. E non parlo tanto di un’esperienza intellettuale, che viene elaborata successivamente, ma di una sensazione fisica, la percezione del tempo che non scorre, ma si espande
In realtà ho cercato di fare in modo che tutto avvenisse in maniera assai naturale, senza prevedere all’inizio una costruzione del tempo specifica. Giravamo le scene più o meno come fossero degli happening, dunque la durata poteva cambiare. A ogni modo avevo e ho la consapevolezza che il tempo non possa essere solamente quello che calcoliamo con un orologio. Per me questo film è anche una sorta di mémoires, e sai bene che quando ricordi qualcosa ha una durata assai diversa rispetto alla durata reale di ciò che è accaduto. Per riuscire a mettere in pratica questa specie di dilatazione temporale non ho attinto solamente dal mio vissuto, dalla mia esperienza, da quella fatta con gli amici, ma anche dalla letteratura. Ho cercato da una parte di non lasciarmi condizionare dal cinema che avevo visto e amato, volevo cercare di fare qualcosa che fosse il più personale possibile, anche visivamente. Dall’altra ho pensato moltissimo a due autori che amo molto, David Foster Wallace e Thomas Pynchon. Se prendiamo Inherent Vice di Pynchon e pensiamo al suo protagonista, Doc Sportello, non riusciremmo a immaginarlo vivere in un tempo preciso e compiuto. Quello che vive e soprattutto che ricorda ha un tempo dilatato. E non solo per l’uso di sostanze, ma per il lavoro che fa sui ricordi e la memoria. Di conseguenza sul tempo. È un modo di non vivere o intendere il tempo in maniera schematica. Un po’, per certi versi, come quando ti domandi che giorno sia oggi. È venerdì e tu credi sia martedì (ride). E ne sei proprio convinto. “No, è martedì!”, insisti “non può essere venerdì”. A me capita…

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Intervista a Serge Bozon

8 dicembre 2017

Questo testo è uscito su Cineforum.it e su Cineforum n. 568.

La prima cosa a cui ho pensato vedendo Madame Hyde a Locarno, è che, in un certo senso, il film abbia a che fare con l’anticonformismo
In realtà non cerco mai di fare film in cui i protagonisti siano degli anticonformisti, non si tratta di sesso, droga e rock & roll, al contrario sono persone assai ordinarie, sono professori in una banlieue, come in questo caso, hanno un marito ordinario, una vita ordinaria, non sono assolutamente degli eccentrici, sono magari un po’ banali, un po’ oscuri, un po’ ottusi. E a un certo punto ne hanno abbastanza di questa banalità, di questa oscurità, di questa ottusità e dunque cercano di superarla, e è quello che accade nel film. Ma in realtà non avevo pensato all’anticonformismo. Tutto quello che posso dire è che nel film ci sono dei personaggi inquieti, preoccupati in rapporto a quello che la società attende da loro, allora una professoressa dovrebbe essere efficace, e lei non lo è, un preside dovrebbe essere carismatico. L’unico che sembra essere fuori dalla società, in questo senso, è il marito di Madame Géquil, poiché non lavora, suona il piano, quanto meno è un po’ artista, e è al di fuori della società, non ha la pressione della società e potremmo dire che è il più libero, forse il più anticonformista, eppure vedendolo, al contrario, sembra assai conformista e questo è dovuto al modo di recitare di José Garcia, che lo interpreta. In un certo senso il preside, Madame Géquil, lo stesso Malick, appaiono più speciali rispetto a lui, che sembra addirittura banale. Quindi grazie al modo di recitare di Garcia il personaggio più anticonformista – non ha figli, non lavora, fa quello che gli piace – sembra al contempo il più banale, e non si rende nemmeno conto della gravità di quello che accade.

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Questo testo è uscito su Cineforum.it.

Per una rosa di Marco Bellocchio
con Elena Bellocchio, Vanessa Scalera, Corrado Invernizzi
Fuori Concorso: Shorts

L’inferiorità è legata al non aver coraggio del proprio desiderio
Lorenzo Colajanni (Vittorio Mezzogiorno) ne La condanna

Risulta assai sorprendente come film dopo film, anno dopo anno, Marco Bellocchio raggiunga una sempre maggior libertà, che gli permette di affrontare le sue ossessioni in maniera costantemente rinnovata e originale, senza ripetersi mai, pur risultando riconoscibilissimo fin dalla prima inquadratura.

Per una rosa è un cortometraggio di 18 minuti, presentato nella sezione Fuori Concorso: Shorts all’ultimo Festival di Locarno, frutto del lavoro svolto con gli allievi del Progetto Fare Cinema.

In neanche venti minuti Bellocchio è riuscito a mettere tutto il suo cinema, i suoi temi, facendone un piccolo gioiello.

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Questo testo è uscito su Cineforum.it.

Madame Hyde di Serge Bozon
con Isabelle Huppert, Romain Duris, José Garcia
Concorso Internazionale

Se si dovesse trovare un aggettivo per definire il cinema di Serge Bozon, questa parola sarebbe dingue, ossia folle, assurdo, spostato. È ovviamente detto nel migliore delle accezioni possibili.

Già di per sé piuttosto non convenzionale come artista (è attore, regista, sceneggiatore, critico cinematografico, cinefilo di grande acume e dj dai raffinati gusti musicali), Bozon vanta una manciata di film come realizzatore tra i più originali visti negli ultimi anni (basti pensare a Mods o a Tip Top). Non fa eccezione Madame Hyde, tra le cose migliori viste a Locarno e negli ultimi tempi, ambientato in una scuola “difficile” di una banlieue francese.

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Locarno 2017: Mrs. Fang

8 dicembre 2017

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Mrs. Fang di Wang Bing
Concorso Internazionale

Inutile girarci intorno, un grande regista lo si vede da come usa la macchina da presa, da cosa sceglie di mostrare e di lasciare fuori campo.

Mrs. Fang è la storia di un’agonia, quella di una donna, nemmeno troppo anziana, 75 anni, a cui, otto anni prima è stato diagnosticato il morbo di Alzheimer. Dopo essere stata curata per lungo tempo in ospedale, risultando le cure ormai inefficaci, viene rimandata a casa presso i familiari, dove trascorrerà gli ultimi mesi della sua vita.

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9 Doigts di F. J. Ossang / Lucky di John Carroll Lynch / Milla di Valérie Massadian / As Boas Maneiras di Marco Dutra e Juliana Rojas

Non è semplice parlare di un film quando questi risulta essere un bellissimo oggetto cinefilo, ma senza provocare alcuna emozione, nessun sussulto.

Passata l’ondata postmoderna, o meglio la novità deflagrante che questa portava con sé, negli ultimi anni, anche in letteratura si è ricominciato a parlare di ritorno al realismo. Ora, sempre che sia di qualche interesse distinguere in due macro-categorie di questo tipo qualsiasi opera d’arte, letteraria o cinematografica, c’è da chiedersi quanto il postmoderno abbia ancora da dire, se ridotto a puro gioco combinatorio.

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Verão Danado di Pedro Cabeleira

con Pedro Marujo, Ana Valentim, Lia Carvalho, Daniel Viana
Festival del Film Locarno – Cineasti del Presente

Moving as in a trance
destination did not matter…

Mr. G – Pause 4 Thought “With You” feat. Garfield King

Per chi ha vissuto anche solo la coda del ‘900, gli ultimi decenni del Secolo Breve, non volendosi allineare all’ordine orrendo, due erano le vie da percorrere: fight the system e fuck the system.

Mentre la prima veniva sostenuta da una logica e una razionalità ferree, dalla lettura di testi fondamentali che fungevano da basi teoriche, dalla partecipazione all’attività politica, fino a arrivare alla messa in pratica di una strategia ben precisa e alla lotta, la seconda, portava con sé la carica sovversiva (e di resistenza) di un radicale cambio di frame: io non lotto contro il tuo sistema, non entro nel tuo gioco, lo saboto dall’esterno, alzando il dito medio e tirandomene fuori.

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