Questo testo è uscito sul numero 543 di Cineforum.

Inherent Vice di Paul Thomas Anderson con Joaquin Phoenix, Josh Brolin, Owen Wilson, Katherine Waterston, Reese Witherspoon, Benicio Del Toro, Martin Short, Jena Malone, Joanna Newsom, Maya Rudolph, Eric Roberts, Serena Scott Thomas, Jordan Christian Hearn, Hong Chau, Sasha Pieterse, Michael K. Williams, Jeannie Berlin, Sam Jaeger, Steven Wiig, Jefferson Mays, Martin Donovan, Michelle Anne Sinclair

Will your restless heart come back to mine
on a journey through the past?

Neil Young, Journey Through the Past

inherent vice 1E come sa ogni romantico che si rispetti l’unica arma che l’innamorato ha in suo possesso per tenere presso di sé l’oggetto, ormai perduto, del suo amore, è mescolare i ricordi con l’invenzione. Si tratta in fondo di un puzzle a cui mancano delle tessere e quelle a disposizione mostrano bordi non perfettamente coincidenti con le piccole isole vuote, sparse qua e là, portando il poveraccio che si è impegnato in tale meticolosa impresa o a buttare tutto all’aria o a forzare i tasselli rimasti in perimetri simili, ma non combacianti. “Arrivò dal vicolo e salì i gradini sul retro, come sempre. Doc non la vedeva da più di un anno. Né Doc né nessun altro. Prima vestiva immancabilmente in sandali, slip di bikini a fiori e maglietta stinta di Country Joe & the Fish. Stasera invece era tutta in stile-terraferma, i capelli molto più corti di come lui li ricordava e, insomma, combinata proprio come, ai tempi, giurava non si sarebbe mai conciata”.

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her

12 marzo 2014

Questo testo è uscito su Cineforum.it.

Her di Spike Jonze con Joaquin Phoenix, Scarlett Johansson, Amy Adams, Rooney Mara, Olivia Wilde, Chris Pratt, Matt Letscher, Portia Doubleday, Kristen Wiig, Brian Cox, Spike Jonze

Sei piena di tutte le ombre che mi spiano.1
Pablo Neruda

her 1Quando ci si ferisce o si prende una botta molto forte, tra l’urto e la fitta acuta passano alcuni istanti in cui il dolore non è ancora lancinante, ma sordo, trattenuto, quasi distante e, per un momento, si crede di averla scampata. Pensavo peggio, ci si dice, restando immobili per paura che anche un gesto lieve rompa il precario equilibrio. Ma poi il male arriva e porta con sé l’attesa che il sangue si coaguli, che il gonfiore si attenui e l’ematoma pian piano svanisca.

Theodore Twombly (Joaquin Phoenix) vive in una specie di bolla che Spike Jonze gli mette a disposizione facendolo abitare in una città dai colori pastello e dalla luce gentile, che mescola Los Angeles a Shanghai, in cui la musica ha qualcosa di ovattato e i contorni dei volti e delle cose sono pressoché sfumati. Anche il lavoro rispecchia questo suo vivere protetto da una specie di membrana.

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the master

23 gennaio 2013

The Master di Paul Thomas Anderson con Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams, Laura Dern, Jesse Plemons, Ambyr Childers, Rami Malek, Madisen Beaty

the-master-11È un po’ come quando ci si perde a guardare su una parete la rifrazione della luce che filtra da un vetro smerigliato o che, specchiandosi nell’acqua, provoca una specie di scintillio, noto anche come gibigianna: difficile prevederne il movimento, quasi impossibile deciderne la direzione, ma il momento di contemplazione di fronte a quello strano e incomprensibile disegno che va stagliandosi sul muro basta a se stesso e non richiede spiegazioni. D’altra parte, qualsiasi delucidazione di ordine ottico o matematico non sarebbe sufficiente a coglierne e esaurirne la bellezza. The Master è un film oscuro e affascinante, lascia lo spettatore frastornato dinanzi a una malìa che si presta a svariate letture ma non si compie in nessuna, portando con sé un mistero che è il nucleo stesso dell’opera.

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Stasera The Master di Paul Thomas Anderson e È stato il figlio di Daniele Ciprì. Il film di Anderson è bellissimo, forse meno potente di There Will Be Blood (Il petroliere), ma ugualmente ambizioso, complesso, stratificato. Impossibile parlarne in poche righe, si dovrebbe andare avanti a discurne ore. Il film è incentrato su un rapporto amoroso, che come tale non può che creare dipendenza (al contrario della “relazione”, cioè la sua veste mondana, il “legame” si nutre poprio dell’incomprensione del mondo di fronte a esso, che trova molto spesso inspiegabile), tra maestro (Philip Seymour Hoffman) e allievo (Joaquin Phoenix), che instaurano un legame padre-figlio che però si genera da una gigantesca impostura. Lo scapestrato allievo, testa calda, refrattario a qualsiasi regola, randagio, alcolizzato e fissato col sesso, completamente solo, abbandonato dai genitori, vive nel rimpianto dell’unica ragazza davvero amata, la virginale e casta Doris, dalla quale è fuggito e dalla quale vorrebbe tornare, suo unico ancoraggio, ideale accogliente e materno. Nelle sue fughe (viene costantemente allontanato da qualsiasi luogo di lavoro – ha attraversato la guerra, il campo di lavoro, la fame, ecc.) si imbatte in un sedicente maestro, che contro il parere di tutti lo accoglie e ne fa il figlio prediletto (i suoi figli biologici sono oggettivamente delle pappemolli). Eppure l’allievo non è un adepto alla setta, non crede al metodo del maestro, sa che quelle che va blaterando sono imposture da imbonitore, glielo dice anche, ma è l’unico che arriva alle mani per difenderlo, che non sopporta di vederlo deriso o attaccato. Al tempo stesso il maestro, pur col parere contrario della moglie, dei figli, dei collaboratori più stretti, non può che accoglierlo e amarlo, pur sapendo che è un ladro, un borderline. È esattamente quello che accade tra un padre e un figlio, o tra gli innamorati (io ho visto i tuoi mostri, li conosco e mi fanno orrore, ma ti amo lo stesso, non posso che amarti proprio per questo). Allora, come capita, il maestro tenta, col suo metodo, di irrigimentarlo di normalizzarlo, con delle sedute di parapsicologia in cui, attraverso l’ipnosi, dovrebbe uscire il grande trauma di questo ragazzo, e guarirlo. Ma il metodo è un falso, e l’unica cosa che può fare è tentare di infantilizzare il più possibile l’allievo. Gli adepti ci cascano tutti come allocchi, l’allievo non ce la fa. Bello il dialogo tra il maestro e un’adepta: “Ma lei, nel suo metodo, chiedeva sempre “cerca di ricordare…”, perchè nel libro che ha scritto ora dice “cerca di immaginare”?”, domanda che manda il maestro su tutte le furie, poichè una religione non si discute. La cosa interessante è che non essendo nel campo della pscioanalisi, in cui l’immaginazione e il discorso attorno al vissuto sono la cosidetta Talking Cure, un cambio del genere (ricordare-immaginare), svela palesemente l’impostura sulla quale si basa tutto il credo della setta. L’allievo prediletto se ne andrà, per niente normalizzato e sempre più solo, alla ricerca della ragazza amata, che nel frattempo si è sposata e ha avuto due figli. Deluso e ancora più solo tornerà dall’unica persona che davvero lo ha amato, il maestro, dopo averlo sognato che lo richiamava a sè, che però, come un amante tradito gli dice, dopo avergli spiegato come nella vita precedente i due si erano già conosciuti, vivendo in simbiosi, “puoi restare, se vuoi, ma se te ne andrai ancora e ci dovessimo reincontrare nella prossima vita, io sarò il tuo più acerrimo nemico, non avrò pietà”. Resa dei conti. L’allievo riparte, usa il metodo imparato dal maestro per ipnotizzare le persone, scherzando, mentre è a letto con una ragazza (a quel metodo non ha mai creduto, ma, come dire, “fa palco”). Infine si ritrova sulla spiaggia in cui era all’inizio del film, abbracciato a una gigantesca figura femminile fatta con la sabbia, dalla enorme vagina che lui, in precedenza, aveva posseduto. Un tentativo di rientrare nel ventre materno (la mancanza, l’impossibilità che genera il desiderio – in fondo l’allievo non vuole che essere accolto, amato e trovare un riparo da se stesso, da cui però non può ovviamente liberarsi)? Quello che interessa a Anderson è comunque l’America, coi suoi miti falsi di fondazione, coi padri che sono degli impostori e i figli che si dividono tra creduloni ottusi e ribelli senza causa. Un Paese che ha bisogno di giustificare un legame sincero (come quello tra i due protagonisti) con una gigantesca farsa religiosa, la ricerca sempre e costantemente del dominio, anche e soprattutto di ciò che si ama. The Master è la risposta a tutti gli At Any Price e anche a tutti i Paradies: Glaube: il mistero c’è e non è esplicabile: come possono gli uomini essere in balìa di passioni che non giustificano? Vittime di eventi che non capiscono? E allora va bene bersi l’enorme bugia, così come i protagonisti si bevono gli intrugli alcolici e quasi velenosi preparati dall’allievo: e più è grande e pericolosa la bugia e più ha effetto, più la gente ci crede. Il film è tragico. Tragica è la solitudine dei due. Non c’è rimedio alla disperazione rabbiosa dell’allievo, al suo bisogno di fuga e contraddittoriamente di riparo che lo porta a incatenarsi mani e piedi alla miseria della sua vita, così come non c’è rimedio al bisogno del maestro di sedurre la persona reticente, alla sfida di vederlo capitolare, il brivido di un potere che ha piegato migliaia di persone (che non contano niente), ma non l’Altro verso il quale, proprio perché irrimediabilmente altro da te, vai a sbattere e vuoi con tutte le tue forze.

È stato il figlio invece è un film visivamente molto bello (Ciprì è un grande direttore della fotografia), ma debolissimo. Il parallelo luoghi devastati-corpi devastati: umanità terminale sulla quale si basavano i film con Maresco (ma anche Cinico TV) funziona assai meno, si è ammorbidita, passa ancora una volta attraverso il grottesco, però, una volta uscito dal cinema, a parte alcune inquadrature degli ecomostri palermitani, illuminati da una luce a dir poco sinistra, non ti rimane più niente. Vero è anche che, vederlo dopo aver visto The Master, certo non aiuta.