Questa intervista è stata pubblicata su Cineforum.it.

Intervista a Mauro Herce, regista di Dead Slow Ahead, presentato in concorso al TFFdoc e già vincitore del Premio speciale della giuria Ciné+ Cineasti del presente al Festival di Locarno.

mauro herce 1Quando ho visto Dead Slow Ahead ho subito pensato fosse un film politico.
Per me in tutti i gesti e in tutti gli atteggiamenti c’è una questione politica. Diventa interessante quando però questo non viene fissato in maniera univoca, o unidirezionale, perché credo si rischi di semplificare troppo la questione, al punto di dire questo è bene e questo è male, “fare della morale”. E io non amo molto la morale al cinema. Molti dei film che consideriamo politici perché lo sono in una maniera assai chiara fin dall’inizio, presentano le cose in un certo modo e non lasciano molto spazio a una “torsione”, a qualcosa di differente, a un dialogo.

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Dead Slow Ahead di Mauro Herce

dead slow aheadFino a che punto un uomo, nella ripetizione quotidiana del gesto, sempre identico a se stesso, è in grado di mantenere qualcosa della sua umanità, prima di trasformarsi definitivamente nell’ingranaggio di una macchina che perpetua all’infinito il suo moto?

Un corpo occupa una porzione di spazio, i suoi movimenti un tempo ben definito, come fosse un dispositivo automatico. Si tratta di un corpo inteso come pura forza lavoro, spassionato, anonimo, intercambiabile. Fino a che punto il gesto (e l’energia spesa per compierlo) è impiegato per ottenere un prodotto (e di conseguenza un fine mercantile)? Quando si riduce a semplice reiterazione di un codice condiviso?

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