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Roi Soleil di Albert Serra

Roi Soleil

Difficile trovare oggi, nel panorama cinematografico mondiale, qualcuno più libero, coraggioso e addirittura ambizioso di Albert Serra. Si tratti di un film, una pièce teatrale – come la geniale Liberté, presentata nel febbraio 2018 al Volksbühne di Berlino (per molti “il miglior film della Berlinale”, nonostante non facesse nemmeno parte della selezione) – o un’installazione d’arte – impressionante Singularity, esposta nel Padiglione della Catalunya durante la Biennale d’Arte di Venezia nel 2015.

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Reunión di Ilan Serruya

reunion

Presentato qualche settimana fa al DocLisboa, Reunión di Ilan Serruya, nella sezione “Revoluciones Permanentes”, è probabilmente tra i film, assieme a Sobre tudo sobre nada di Dídio Pestana, più toccanti e dolorosi visti al Festival de Cine de Sevilla, che ne conferma l’ottima programmazione.

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Sobre tudo sobre nada di Dídio Pestana

Sobre tudo sobre nada

But this dedication is for others to read:
These are private words addressed to you in public
T.S. Eliot, A Dedication to My Wife

Al contrario di una lettera, sempre rivolta a qualcuno, o di un intero carteggio, dal quale si possono intravedere umori e sfumature sentimentali che rimbalzano tra due persone anche senza essere dichiarati – la scelta di un aggettivo, la frase costruita con cortesia o diplomazia, oppure la dolcezza di certa punteggiatura, o al contrario il ritmo nervoso di una pagina che pare scritta di getto – un diario è sempre una questione privata. Anni fa ne vendevano addirittura col lucchetto, proprio perché di solito gli vengono consegnati pensieri e ricordi talmente intimi e privi di gentilezza da poter essere offensivi o scioccanti se letti da qualcuno vicino all’autore.

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Mariphasa di Sandro Aguilar

Dead Horse Nebula di Tarik Aktaş

mariphasa

Because sometimes my cloudy brain
remembers for one moment you were mine
Lee Hazlewood, For One Moment

Tra i film presentati nella sezione “La Nuevas Olas” del Festival de Cine de Sevilla due risultano particolarmente affascinanti e misteriosi, addirittura criptici, Mariphasa di Sandro Aguilar e Dead Horse Nebula di Tarik Aktaş. Se Dead Horse Nebula arriva a avere una struttura di racconto più o meno lineare, benché non sia certo la sinopsi a essere interessante in questo film ironico e intelligente, Mariphasa chiede allo spettatore di lasciarsi andare completamente all’atmosfera cupa e seducente, ai suoni e alla situazione che ricorda quella di un sogno o di un incubo in cui diventa impossibile decidere con certezza se i personaggi che li abitano siano davvero “quei personaggi”, presenti “in quei luoghi precisi” e in “quel tempo esatto”.

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di María Antón

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Presentato nella sezione “Revoluciones Permanentes” del Festival de Cine de Sevilla, di María Antón è una specie di Comizi d’amore (1965) del nuovo millennio. Anche in questo caso si tratta di intervistare ragazzi di diversa estrazione sociale cercando di indagare il loro rapporto con la sessualità. Ma cosa e quanto è cambiato il rapporto col sesso e con l’amore per le nuove generazioni – spagnole stavolta e, in realtà, non è una differenza da poco – rispetto a quelle italiane di quasi cinquant’anni fa? Ciò che immediatamente risulta evidente è la maggior consapevolezza femminile del proprio corpo e del proprio desiderio, l’emancipazione e l’atteggiamento quasi provocatorio nei confronti dell’uomo. La ragazza che viene seguita pressoché per tutto il film non ha problemi a flirtare su Facebook o Tinder, dire tutto ciò che la fa pensare alla sessualità nel corso di una giornata, provarci con un ragazzo che le piace. Tutto con la stessa naturalezza con la quale, da sola, si mette a andare per il parco cittadino su uno skate o si ferma a fare una specie di danza di gruppo in una piazzola in cui un capannello di persone si è dato appuntamento per fare ginnastica. Il fatto che si muova per tutta la giornata in solitudine e in maniera indipendente la dice lunga sul modo di sentire sé stessa all’interno della società, come qualcuno che non ha necessità di stare con gli altri per qualche obbligo, ma soltanto per il suo piacere.

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Lejos de los árbores di Jacinto Esteva (1972)

Lejos

Fra i film proposti nella retrospettiva “Rituales Encontrados” al Festival de Cine de Sevilla, c’è un capolavoro del 1972 di Jacinto Esteva, Lejos de los árbores. Molto più di un documentario a carattere etnografico, Lejos de los árbores, sostenuto da un montaggio modernissimo, mescola la fascinazione per tutto ciò che costituisce il folclore spagnolo – rituali religiosi, corrida, flamenco – con la profondità di sguardo di chi si interroga sulla società alla quale appartiene.

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Retrospettiva Ula Stöckl

Ula

Tra i vanti del Festival de Cine de Sevilla, oltre all’ottimo programma, ci sono le retrospettive, pensate con intelligenza, grazie alle quali è possibile riscoprire veri e propri gioielli (quella integrale, lo scorso anno, dedicata a António Reis e Margarida Cordeiro, con tutti i film proiettati in pellicola) o prendere visione per la prima volta di vere e proprie perle, come Lejos de los árboles di Jacinto Esteva, nella retrospettiva “Rituales Encontrados”, quest’anno.

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