Questa recensione è uscita su Cineforum.it.

Xi You (Journey to the West) di Tsai Ming-liang con Lee Kang-sheng, Denis Lavant

journey to the west 1Che Michelangelo Antonioni fosse un nume tutelare per Tsai Ming-liang era noto fin dalle prime opere (e per stessa ammissione del regista). Forse per questo di fronte allo straordinario Xi Jou (Journey to the West) vengono in mente, senza nemmeno troppi voli pindarici, un paio di lavori del regista ferrarese.

Xi Jou si apre col volto di un uomo (Denis Lavant) che respira lentamente, mentre il suo viso irregolare e magnetico riempie lo schermo. Poco dopo l’inquadratura cambia e il profilo di Lavant si staglia davanti a una montagna, come se anche il suo viso fosse un paesaggio. A questo punto non è difficile pensare al ciclo Le montagne incantante, in cui Antonioni, dopo aver disegnato dei volti sulla carta, li strappava e faceva degli ingrandimenti fotografici dei singoli pezzi (grazie alla tecnica della latensificazione, ossia del blow up), e quei contorni frastagliati diventavano montagne, rupi, strapiombi.

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holy motors

15 luglio 2013

Holy Motors di Leos Carax con Denis Lavant, Edith Scob, Eva Mendes, Kylie Minogue, Michel Piccoli, Elise Lhomeau, Jeanne Disson

Anche nel caso di una riproduzione altamente perfezionata,
manca un elemento: l’hic et nunc dell’opera d’arte –
la sua esistenza unica è irripetibile nel luogo in cui si trova.
Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica

holy-motors-1Oggetto anarcoide e cangiante, refrattario a qualsiasi tipo di descrizione–catalogazione, Holy Motors potrebbe rappresentare lo stadio ultimo del processo descritto da Walter Benjamin nel suo saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica e il suo ribaltamento, un’opera d’arte riprodotta e riproducibile eppure irripetibile.

Il film inizia in una sala cinematografica gremita di spettatori addormentati. Sullo schermo scorrono le immagini degli studi sul movimento di Muybridge e Marey, i precursori del cinema. In una stanza d’albergo di fianco a un aeroporto, dove però si sentono i garriti dei gabbiani e le sirene delle navi, nonché il rumore del traffico cittadino, dorme anche Leos Carax. Si sveglia e osserva una parete, la cui carta da parati raffigura una foresta (copia di un bosco reale oppure rimando alla foresta che avanza, profezia delle streghe poi realizzata dai soldati, in Macbeth: in entrambi i casi sorta di trompe-l’œil che destabilizza il sistema percettivo). Una delle sue dita ha una sorta di protesi–chiave con la quale aprire e sfondare la parete-foresta.

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