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Intervista a Manuel Muñoz Rivas (regista, sceneggiatore, montatore) e Mauro Herce (direttore della fotografia, co-sceneggiatore) – El mar nos mira de lejo

Vedendo El mar nos mira de lejo ho pensato ci fossero tre tempi “raccontati”. Il tempo reale e lineare, quello interiore, dunque dilatato, e quello del lavoro, delle mansioni ripetute e quotidiane
Manuel: Non sono sicuro di essere consapevole di questa tripartizione, ma mi sembra un buon punto per iniziare a discutere del tempo. In effetti il tempo è il soggetto principale di questo film. Probabilmente è il soggetto principale di ogni nostro film. Benché senza la consapevolezza con la quale tu tripartisci il tempo, l’idea iniziale era quella di avvicinarsi al mondo concreto, materiale, reale se vuoi, e alla sua trasformazione nel corso delle stagioni e dunque grazie al passare del tempo. C’è anche una specie di ricordo che aleggia, di memoria, dei primi abitanti di quel luogo, inoltre c’è anche il mito possibile di questa città leggendaria, nascosta sotto la sabbia. Quindi c’era di base la volontà di mettere in relazione la micro-storia e il tempo che la cadenza, relativa alla vita di ognuno, alle loro attività quotidiane, con la macro-storia, la Storia con la S maiuscola, quella dei grandi cambiamenti, dei grandi movimenti nel mondo, quindi il tempo storico. Nel film abbiamo cercato di rendere visibile ciò che era invisibile. Ci sono poi queste presenze fantasmatiche, quasi fossero un monito della fugacità del tempo, e c’è una specie di porta aperta sull’aldilà e su quello che potrà arrivare in un futuro prossimo. Per esempio la ragazza incinta, in attesa di un figlio, oppure la costruzione piuttosto geometrica e moderna, che si vede verso la fine del film. Sono entrambi immagini che rimandano a futuro. Ma il futuro a un certo punto sarà colui che ospiterà le rovine del presente. In un certo senso chi vive oggi, nel presente, oppure i luoghi che abitiamo, un domani saranno a loro volta fantasmi, rovine. Il presente diventerà passato, una volta che saremo nel futuro. C’è anche un sentimento di melancolia, poiché è come se nel film si percepisse il desiderio di trattenere qualcosa che se ne sta andando, sta svanendo.

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Questa intervista è stata pubblicata su Cineforum.it.

Intervista a Mauro Herce, regista di Dead Slow Ahead, presentato in concorso al TFFdoc e già vincitore del Premio speciale della giuria Ciné+ Cineasti del presente al Festival di Locarno.

mauro herce 1Quando ho visto Dead Slow Ahead ho subito pensato fosse un film politico.
Per me in tutti i gesti e in tutti gli atteggiamenti c’è una questione politica. Diventa interessante quando però questo non viene fissato in maniera univoca, o unidirezionale, perché credo si rischi di semplificare troppo la questione, al punto di dire questo è bene e questo è male, “fare della morale”. E io non amo molto la morale al cinema. Molti dei film che consideriamo politici perché lo sono in una maniera assai chiara fin dall’inizio, presentano le cose in un certo modo e non lasciano molto spazio a una “torsione”, a qualcosa di differente, a un dialogo.

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Dead Slow Ahead di Mauro Herce

dead slow aheadFino a che punto un uomo, nella ripetizione quotidiana del gesto, sempre identico a se stesso, è in grado di mantenere qualcosa della sua umanità, prima di trasformarsi definitivamente nell’ingranaggio di una macchina che perpetua all’infinito il suo moto?

Un corpo occupa una porzione di spazio, i suoi movimenti un tempo ben definito, come fosse un dispositivo automatico. Si tratta di un corpo inteso come pura forza lavoro, spassionato, anonimo, intercambiabile. Fino a che punto il gesto (e l’energia spesa per compierlo) è impiegato per ottenere un prodotto (e di conseguenza un fine mercantile)? Quando si riduce a semplice reiterazione di un codice condiviso?

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