true detective

4 agosto 2014

Questo testo è uscito sul n. 534 di Cineforum. Ne riporto solo un primo stralcio. Per chi fosse interessato al resto rimando qui o può scrivermi a uno dei contatti indicati.

True Detective

Creatore: Nic Pizzolatto
Regia: Cary J. Fukunaga
Cast: Matthew McConaughey, Woody Harrelson, Michelle Monaghan
Produzione: HBO

true detective 1È un po’ come quando l’occhio si fissa a guardare un vortice. Può essere un mulinello d’aria che solleva la sabbia, rendendo visibile il suo moto, oppure l’acqua che forma una piccola spirale, scomparendo nel buco dello scarico. Benché spiegabile attraverso la fisica, rimane ipnotico il movimento, che sembra non avere inizio e finire nel niente. True Detective è una specie di magnete, attrae lo spettatore, quasi soggiogandolo, e lo lascia spiazzato poiché si presta a svariate letture ma non si compie in nessuna, irradiando così infinite direzioni e mantenendo al contempo intatto il suo mistero.

A un primo sguardo l’opera di Pizzollato appare come un’ottima serie per la tv, con due interpreti straordinari (Matthew McConaughey e Woody Harrelson), un’atmosfera intrigante – le paludi della Lousiana, gli omicidi seriali intrecciati ai riti pagani – e una sceneggiatura ben costruita, sviluppata attorno ai continui flashback dei due detective protagonisti, Rustin “Rust” Cohle e true detective 2Martin “Marty” Hart. Eppure qualcosa non torna. Non appena lo spettatore si sente di dire “ho capito!”, forte di tutti i rimandi letterari e cinematografici di cui la serie è pervasa, questa vira e va da un’altra parte. Gli otto episodi sono costituiti da un cavallo di Troia e da una falsa pista. Il cavallo di Troia è l’atmosfera intrigante, sostenuta, come già detto, da un’impressionante prova attoriale. La falsa pista è la sceneggiatura ben costruita. True Detective è una riflessione sui soggetti della narrazione – che true detective 3sarebbe più corretto chiamare oggetti – che si muovono come pedine in situazioni che si ripeteranno ancora, ancora e ancora – “Qualcuno una volta mi ha detto Il tempo è un cerchio piatto. Tutto ciò che facciamo o faremo, lo rifaremo ancora, ancora e ancora. E quel bambino e quella bambina saranno in quella stanza ancora, e ancora, e ancora. Per sempre” (Rust ai poliziotti, nel 2012, durante l’interrogatorio). true detective 4Parallelamente la riflessione andrebbe estesa anche a noi stessi che, nella nostra realtà, di cui ognuno ha quotidiana esperienza, che altro non è se non una gigantesca narrazione, agiamo come piccole e insignificanti figure di un racconto che continuerà a riproporsi all’infinito. A questo punto verrebbe da chiedersi se esiste un momento di fuoriuscita, cioè se si ha un istante di comprensione della narrazione da parte delle pedine che la abitano (e per true detective 48comprensione non intendo cogliere razionalmente ma comprendere a livello di esperienza). Questa fuoriuscita è una fuga dal racconto stesso? E la possibilità di deragliare per un momento dalla narrazione “fa senso”?

Note
Molto interessante sul tema del Personaggio Vuoto la disamina fatta da Giuseppe Genna.

cannes 3: lost river

2 giugno 2014

Questo testo è apparso su Cineforum.it.

Lost River di Ryan Gosling con Christina Hendricks, Saoirse Ronan, Eva Mendes, Matt Smith, Iain De Caestecker, Ben Mendelsohn, Barbara Steele, Reda Kateb, Landyn Stewart, Garrett Thierry, Rob Zabrecky, Demi Kazanis, Torrey Wigfield, Cody Stauber

lost river 1Il fiume perduto del titolo è quello delle immagini che hanno accompagnato l’infanzia e l’adolescenza di Ryan Gosling. I film di Sam Raimi e Tobe Hooper – su tutti The Evil Dead (La casa, 1981), citata in maniera estremamente esplicita, e The Texas Chainsaw Massacre (Non aprite quella porta, 1974) – ma anche le pellicole che vedevano protagonista Barbara Steele, icona del cinema horror, qui nel ruolo della nonna che non parla ma continua a guardare vecchi filmati in cui lei appare magnetica e inquietante come lo era lost river 2ne La maschera del demonio (1960) di Mario Bava o in The Pit and the Pendulum (Il pozzo e il pendolo, 1961) di Roger Corman. Alle immagini estremamente evocative, che risentono, per la stilizzazione della trama – quasi nulla – e per certe atmosfere enigmatiche, dell’influenza di Nicolas Winding Refn e David Lynch, si contrappone una realtà che di evocativo non ha più nulla, ma che assiste al collasso dell’Immaginario, di cui il film si nutre, nel nudo Reale.

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