The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson con Ralph Fiennes, Tony Revolori, Saoirse Ronan, F. Murray Abraham, Jude Law, Adrien Brody, Willem Dafoe, Jeff Goldblum, Mathieu Amalric, Edward Norton, Harvey Keitel, Tilda Swinton, Tom Wilkinson, Bill Murray, Jason Schwartzman, Owen Wilson, Léa Seydoux, Bob Balaban

In superficie era un mondo di bambole,
con le stelle di carta colorata e le candeline.
La montagnola dell’anteparadiso era in fondo al cortile
e c’era sopra un’acacia (…).
Lì in quei rami sgocciolanti,
figurandoseli carichi di candeline e mezzipanetti di pan d’oro,
si vedeva in controluce com’era fatto il paradiso.

Luigi Meneghello, Libera nos a Malo

the grand budapest hotel 1Quando si guarda un film non ci si dovrebbe mai chiedere quanto di biografico c’è nell’opera, poiché si rischia sempre di scivolare in sciocche forme di psicoanalisi spiccia, che non rendono giustizia né al regista, né tanto meno alla pellicola. Eppure, in alcuni casi, la storia personale, intima, dell’autore, non fa che incrociarsi con quello che viene messo in scena, e senza di essa si capirebbe ben poco di quel che si sta guardano, o comunque se ne perderebbero le sfumature più dolorose e sincere.

Della biografia di Wes Anderson non so un granché. Mi limito a aver visto i suoi film, realizzati da una persona che, durante l’infanzia, sembra aver passato molto tempo per conto suo, o dotata di una sensibilità così spiccata da capire cosa voglia dire per un bambino giocare spesso da solo.

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La Berlinale quest’anno non ha regalato una selezione particolarmente interessante, se si escludono pochi, straordinari film: Boyhood di Richard Linklater, Chiisai Ouchi (The Little House) di Yoji Yamada, Aimer, boire et chanter di Alain Resnais, Xi You (Journey to the West) di Tsai Ming-liang, le visioni più sconvolgenti, ma anche Nymphomaniac vol. I (long version) di Lars Von Trier e The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson; e alcune piccole/grandi sorprese: The Midnight After di Fruit Chan, Ya Gan Bi Haeng (Night Flight) di LeeSong Hee-il, Güeros di Alonso Ruizpalacios, The Dog di Frank Keraudren e Allison Berg.

Si sono visti alcuni film imbarazzanti, altri semplicemente brutti e scivoloni impensabili, come quello che è toccato, incredibilmente, a George Clooney, che in un carriera registica di tutto rispetto stavolta ha incasellato lo svarione. Peccato davvero.

Questa recensione è uscita su Cineforum.it, che mi ha gentilmente “ospitata” a Berlino.

The Monuments Men di George Clooney con Matt Damon, George Clooney, Bill Murray, John Goodman, Jean Dujardin, Bob Balaban, Cate Blanchett

the monuments men 1C’è una scena piuttosto divertente (una delle molte, a dire il vero) in Quattro matrimoni e un funerale, in cui Gareth, uno degli amici (tutti rigorosamente inglesi) del protagonista, si diverte a prendere in giro, durante un matrimonio in cui più della metà degli invitati viene dagli Stati Uniti, gli americani e la loro ignoranza in fatto di cultura. Si spaccia per grande amico di Oscar Wilde e a una delle malcapitate promette anche di farle avere il numero di fax del grande scrittore. Ovviamente tutto il film di Mike Newell si giocava sulle differenze tra Regno Unito e Usa e buona parte delle battute e degli snodi del film vi faceva riferimento.

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