classifica 2015!?!

19 gennaio 2016

Anche quest’anno Cineforum.it ha chiesto a tutti i suoi collaboratori di stilare una classifica dei 10 migliori film usciti in sala nel 2015 (quelli che più abbiamo amato). Qui trovate anche le classifiche complete di Cineforum.it (il risultato finale delle classifiche dei migliori film usciti in sala nel 2015, ottenuto sommando le classifiche di ognuno; le singole classifiche di tutti i collaboratori dei migliori film usciti in sala nel 2015). Sotto, le mie – le piccole differenze tra questa versione e quella apparsa su Cineforum.it (come negli anni precedenti) dipendono solo dall’aver introdotto qui degli ex aequo che, per ragioni di chiarezza o più semplicemente di regole tali da rendere la classifica di ognuno omogenea con quelle degli altri, non potevano essere inseriti dall’altra parte. Ho anche stilato una classifica (piena di ex aequo anche questa, ma era davvero impossibile fare altrimenti) dei 3 migliori film visti ai festival, in dvd, serie tv, ecc., e delle 3 delusioni. Infine, di alcuni film, in precedenza, avevo scritto una recensione, di altri no: questo non sta a indicare un differente grado di fascinazione nei confronti di un’opera rispetto a un’altra, ma, assai più banalmente, la difficoltà nella gestione del tempo in alcuni periodi…

I 10 migliori film usciti in sala:

1 ) Inherent Vice (Vizio di forma) di Paul Thomas Anderson

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cannes: AN

5 giugno 2015

Questo testo è uscito su Cineforum.it.

AN di Naomi Kawase con Kirin Kiki, Miyoko Asada, Etsuko Ichihara, Miki Mizuno, Masatoshi Nagase, Kyara Uchida

ANNonostante il programma di Un Certain Regard offra una varietà di film finora assai più interessante di quelli inseriti nella Competizione Ufficiale – su tutti l‘incredibile scelta di non mettere in concorso il capolavoro di Apichatpong Weerasethakul Cemetery of Splendour – l’apertura non è stata delle più esaltanti. AN, nuovo film di Naomi Kawase, sempre coccolata dal Festival di Cannes, è tra le opere forse più ruffiane e noiose viste fino a oggi.

Un’anziana signora inizia a lavorare presso un negozio di dorayakis (dolcetto giapponese ripieno di una composta di fagioli rossi, chiamata an), grazie al suo talento culinario, ma soprattutto grazie all’amore che mette in ciò che fa. Il burbero padrone e la giovane figlia si affezioneranno a tal punto alla donna da considerarla rispettivamente una madre e una nonna.

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cannes: carol

1 giugno 2015

Questo testo è uscito su Cineforum.it.

Carol di Todd Haynes con Cate Blanchett, Rooney Mara, Kyle Chandler, Sarah Paulson, Cory Michael Smith, Jake Lacy, Carrie Brownstein, John Magaro, Giedre Bond

carol 1Che senso ha fare un film sull’attrazione, congelandolo a congegno esteticamente perfetto, ma privo di qualsiasi sussulto, senza alcuna empatia, svuotato dell’erotismo che, normalmente, lega due corpi incapaci di stare lontani l’uno dall’altro? Todd Haynes è un regista lontanissimo dal cinema di desiderio. Da anni si impegna in operazioni di messa in teca e formaldeide di melodrammi (basti pensare a Far From Heaven, 2002) che del meló anni ’50 riprendono unicamente l’estetica, i colori, il décor.

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Questo testo è uscito su Cineforum.it.

Trois souvenirs de ma jeunesse di Arnaud Desplechin con Quentin Dolmaire, Lou Roy-Lecollinet, Mathieu Amalric, Elyot Milshtein, Pierre Andrau, Lily Taieb, Raphaël Cohen, Clémence Le Gall, Ève Doé-Bruce, Théo Fernandez, Yassine Douighi, Mélodie Richard, Éric Ruf, André Dussollier, Antoine Bui, Olivier Rabourdinm, Françoise Lebrun

trois souvenirs de ma jeunesse 1Nel corso della vita talvolta capita di sentirsi esiliati da se stessi. Sono brevi episodi, in alcuni casi addirittura piacevoli, quasi ci si potesse prendere una piccola vacanza dal personaggio che ognuno di noi si è costruito negli anni. Ovviamente le cose cambiano quando la condizione di esilio è permanente e, in maniera contorta, l’esilio non è imposto ma cercato sistematicamente.

Paul Dédalus – figura ricorrente nel cinema di Desplechin, così come la maggior parte dei personaggi che popolano i suoi film, colti in una costante situazione di conflitto – torna a Parigi dopo aver trascorso diversi anni in Tadjikistan. Un problema coi documenti lo costringe a ripensare a alcuni momenti della sua giovinezza. Il pretesto dichiarato dello scambio e della perdita di identità – ancora adolescente Paul, in gita scolastica nell’ex URSS, aveva donato il suo passaporto a un ragazzo che, grazie alle nuove generalità, avrebbe trois souvenirs de ma jeunesse 2potuto raggiungere Israele – serve al regista per indagare il “cuore fanatico” di un uomo in fuga dalle sue radici – dalla madre, che soffre di depressione, dalla sua città natale, Roubaix, dal suo Paese e dalla sua lingua: Hannah Arendt diceva che la lingua di un uomo è la sua patria, e Paul Dédalus studia lingue diverse con una certa facilità, e scrive e parla di continuo.

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le stade de wimbledon 1Mathieu Amalric è stato tra i protagonisti di Incroci di civiltà, Festival Internazionale di Letteratura a Venezia, che si è tenuto tra il 25 e il 28 marzo 2015, dove ha presentato Le Stade de Wimbledon (2001), tuttora inedito in Italia, tratto dall’omonimo romanzo di Daniele Del Giudice. L’intervista che segue è stata l’occasione per parlare del suo cinema, del suo lavoro come regista e come attore, del suo rapporto con la pagina scritta e con la luce.

La prima cosa che mi è venuta in mente, guardando Le Stade de Wimbledon, è un verso di Cesare Pavese che chiude Un ricordo, una poesia che parla di una donna un po’ misteriosa, dalla sensualità enigmatica: “Sorride da sola / il sorriso più ambiguo camminando per strada”1. E in fondo la protagonista del tuo film fa una specie di indagine su un autore che non scrive, ma al tempo stesso fa un’indagine su se stessa, su qualcosa di lei che rimane nascosto
le stade de wimbledon 6È molto bello… È vero, soprattutto a Londra, sorride molto Jeanne (Balibar). Ovviamente io non avevo pensato assolutamente a questo, non conoscevo questa poesia. A ogni modo c’era un percorso, complicato dalle riprese… La maniera in cui abbiamo girato l’ultima scena, per esempio… che non è l’ultima scena del film, ma l’ultima che abbiamo girato, e è quella a casa di Ljuba (Ljuba Blumenthal interpretata da Esther Gorintin). L’abbiamo girata in Bretagna, nella casa dei nonni di Jeanne. È talmente costoso girare in Inghilterra, che non potevamo rimanere molto tempo laggiù, quindi abbiamo utilizzato questa casa in Bretagna, per gli interni, e questa è davvero l’ultima ripresa. Mi ricordo, comunque, che subito dopo l’inizio, mi sono detto che avrebbe dovuto essere chiaro che tutto quello che lei aveva vissuto, che avevamo visto e che ci aspettavamo di sapere fin le stade de wimbledon 2dall’inizio – perché vengono dette delle cose che successivamente si ricorderanno in maniera differente -, che tutta questa materia, insomma, sarebbe stata trasformata attraverso l’immaginazione, che molto sarebbe stato inventato. Ebbene, ecco il testo. Tutto quello che ha vissuto l’ha messo nel testo che invia a questa donna. E è un po’ diverso dal romanzo, perché col romanzo tu hai un libro tra le mani, dunque il risultato dell’indagine è il libro che tu tieni tra le mani, ma nel cinema non può essere così, bisognava trovare un modo che funzionasse, potesse essere condiviso chiaramente, qualche frase che evocasse… Quello che mi interessava di più era ciò che aveva a che fare col poliziesco, con l’inchiesta, in modo tale che le stade de wimbledon 4la gente avesse il piacere di carpire delle informazioni. In fondo quello che mi diverte nel fare un film, nella sua “fabbricazione”, sono i problemi più grossolani. Mentre giri un film sai che ci sono cose che fanno parte di una specie di sottogenere – quel sole, questa donna che fa un’inchiesta su se stessa – ma può essere che tu possa esprimerle in un altro modo… Ti dici beh, sarebbe bello che lei passasse di fronte a un negozio di chiavi, allora guardi le chiavi, qualcuno potrebbe pensare ma perché le chiavi? ah beh sì, le chiavi, dunque lei sta cercando qualcosa… Ecco, sembrano sciocchezze, ma girando un film pensi a delle piccole cose così. E è per questo, infatti, che c’è un momento, verso la fine, lavorando al montaggio, c’è una volta in cui tu vedi il film, dopo i tagli di alcuni dettagli, del lavoro, del rimpianto anche, e trovi qualcosa, se questo ovviamente funziona, che può darti la sensazione di essere uno spettatore. E è in fondo tutto ciò che cerchi quando fai il film. Ti dici, ecco questo fa pensare a questo o a quello…

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boyhood

23 ottobre 2014

Boyhood di Richard Linklater con Ellar Coltrane, Lorelei Linklater, Patricia Arquette, Ethan Hawke

Il passato non è ciò che è scomparso
ma ciò che ci appartiene.
Ciò che ci appartiene
sono i nostri ricordi insieme.
Ismaël Vuillard1

boyhood 1Cos’è il tempo? È possibile fermarlo? Forse è possibile fissarne degli istanti, che si staccano dal correre continuo degli eventi, e se ne stanno lì, sospesi, nella memoria, a fluttuare. Non sono quasi mai momenti importanti, episodi che “hanno cambiato la vita” di qualcuno. Si tratta sempre di dettagli, felici o meno, di avvenimenti per lo più insignificanti. Tra le sequenze più belle di un film straordinario come The Tree of Life di Terrence Malick ci sono quelle che riguardano i giochi del protagonista da ragazzino coi fratelli e la madre. La stagione non può che essere l’estate, quella profonda, afosa, infinita, attraversata da una corsa perpetua, inframezzata dal particolare della donna che si pulisce la caviglia sporca d’erba, dei bambini che scherzano nella vasca da bagno con una lucertola, che osservano con meraviglia le fronde di un albero.

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berlinale 5: boyhood

27 febbraio 2014

Boyhood di Richard Linklater con Ellar Coltrane, Lorelei Linklater, Patricia Arquette, Ethan Hawke

Il passato non è ciò che è scomparso
ma ciò che ci appartiene.
Ciò che ci appartiene
sono i nostri ricordi insieme.
Ismaël Vuillard1

boyhood 1Cos’è il tempo? È possibile fermarlo? Forse è possibile fissarne degli istanti, che si staccano dal correre continuo degli eventi, e se ne stanno lì, sospesi, nella memoria, a fluttuare. Non sono quasi mai momenti importanti, episodi che “hanno cambiato la vita” di qualcuno. Si tratta sempre di dettagli, felici o meno, di avvenimenti per lo più insignificanti. Tra le sequenze più belle di un film straordinario come The Tree of Life di Terrence Malick ci sono quelle che riguardano i giochi del protagonista da ragazzino coi fratelli e la madre. La stagione non può che essere l’estate, quella profonda, afosa, infinita, attraversata da una corsa perpetua, inframezzata dal particolare della donna che si pulisce la caviglia sporca d’erba, dei bambini che scherzano nella vasca da bagno con una lucertola, che osservano con meraviglia le fronde di un albero.

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