Questa intervista è stata pubblicata su Cineforum.it.

Intervista a Eugène Green, che ha presentato Faire la parole nella sezione Onde del 33. Torino Film Festival

eugene green 1Ho trovato Faire la parole un film di resistenza.
Sì, certo. Ma di resistenza non in un modo militante. Ci sono adesso alcuni cineasti baschi che fanno film, ma sempre film militanti sulla loro storia, sulla lotta, e io non volevo fare questo. Volevo fare un film politico, ma in un modo poetico.

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Faire la parole di Eugène Green

Tutta la comunicazione è pubblicità,
se non è amore.

enrico ghezzi

faire la parole 1È sempre più difficile, oggi, imbattersi in film che siano politici senza essere “militanti”, che facciano resistenza in maniera poetica, coraggiosamente altri, rivendicando la propria alterità attraverso un’inquadratura, un movimento di macchina.

La maggior parte delle opere cosiddette “impegnate” risultano spesso deludenti: giocando in maniera dichiarata tra due polarità (bene-male), ricadono facilmente nei medesimi luoghi comuni che dovrebbero attaccare e smontare, svelando ben presto il loro lato reazionario e ricattatorio. Di fronte a pellicole di questo tipo lo spettatore si sente rassicurato nelle proprie certezze, osserva sullo schermo, come in un gioco di specchi, una rappresentazione di se stesso più schematica e semplificata, che lo mette in salvo dal dubbio e avvalora, quasi fosse una bonaria pacca sulla spalla, la bontà delle sue azioni e del suo pensiero.

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Où est la guerre di Carmit Harash

ou est la guerre 1Aver visto Où est la guerre di Carmit Harash a poco più di una settimana dagli attentati di Parigi, rende il film, già di per sé estremamente potente, un vero e proprio pugno nello stomaco. Girata con enorme intelligenza, la pellicola smonta a uno a uno, non senza un’ironia sottile, tutti i cliché legati alla Ville Lumière e pone una questione fondamentale: che tipo di rapporto si è andato a creare in questi anni tra i parigini (e i francesi in generale) bianchi, laici, borghesi benché non ricchi, molto spesso impegnati politicamente e soprattutto “tolleranti” e i parigini (e francesi a tutti gli effetti) che però provengono da famiglie di religione musulmana, sono di colore, magari parlano ancora con un accento marcato, e portano sul corpo e nella voce i segni di una provenienza altra?

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Intervista a Mauro Herce, regista di Dead Slow Ahead, presentato in concorso al TFFdoc e già vincitore del Premio speciale della giuria Ciné+ Cineasti del presente al Festival di Locarno.

mauro herce 1Quando ho visto Dead Slow Ahead ho subito pensato fosse un film politico.
Per me in tutti i gesti e in tutti gli atteggiamenti c’è una questione politica. Diventa interessante quando però questo non viene fissato in maniera univoca, o unidirezionale, perché credo si rischi di semplificare troppo la questione, al punto di dire questo è bene e questo è male, “fare della morale”. E io non amo molto la morale al cinema. Molti dei film che consideriamo politici perché lo sono in una maniera assai chiara fin dall’inizio, presentano le cose in un certo modo e non lasciano molto spazio a una “torsione”, a qualcosa di differente, a un dialogo.

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Dead Slow Ahead di Mauro Herce

dead slow aheadFino a che punto un uomo, nella ripetizione quotidiana del gesto, sempre identico a se stesso, è in grado di mantenere qualcosa della sua umanità, prima di trasformarsi definitivamente nell’ingranaggio di una macchina che perpetua all’infinito il suo moto?

Un corpo occupa una porzione di spazio, i suoi movimenti un tempo ben definito, come fosse un dispositivo automatico. Si tratta di un corpo inteso come pura forza lavoro, spassionato, anonimo, intercambiabile. Fino a che punto il gesto (e l’energia spesa per compierlo) è impiegato per ottenere un prodotto (e di conseguenza un fine mercantile)? Quando si riduce a semplice reiterazione di un codice condiviso?

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