Questa intervista è stata pubblicata su Cineforum.it.

Intervista a Mauro Herce, regista di Dead Slow Ahead, presentato in concorso al TFFdoc e già vincitore del Premio speciale della giuria Ciné+ Cineasti del presente al Festival di Locarno.

mauro herce 1Quando ho visto Dead Slow Ahead ho subito pensato fosse un film politico.
Per me in tutti i gesti e in tutti gli atteggiamenti c’è una questione politica. Diventa interessante quando però questo non viene fissato in maniera univoca, o unidirezionale, perché credo si rischi di semplificare troppo la questione, al punto di dire questo è bene e questo è male, “fare della morale”. E io non amo molto la morale al cinema. Molti dei film che consideriamo politici perché lo sono in una maniera assai chiara fin dall’inizio, presentano le cose in un certo modo e non lasciano molto spazio a una “torsione”, a qualcosa di differente, a un dialogo.

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Dead Slow Ahead di Mauro Herce

dead slow aheadFino a che punto un uomo, nella ripetizione quotidiana del gesto, sempre identico a se stesso, è in grado di mantenere qualcosa della sua umanità, prima di trasformarsi definitivamente nell’ingranaggio di una macchina che perpetua all’infinito il suo moto?

Un corpo occupa una porzione di spazio, i suoi movimenti un tempo ben definito, come fosse un dispositivo automatico. Si tratta di un corpo inteso come pura forza lavoro, spassionato, anonimo, intercambiabile. Fino a che punto il gesto (e l’energia spesa per compierlo) è impiegato per ottenere un prodotto (e di conseguenza un fine mercantile)? Quando si riduce a semplice reiterazione di un codice condiviso?

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Sangue del mio sangue di Marco Bellocchio con Pier Giorgio Bellocchio, Roberto Herlitzka, Lidiya Liberman, Filippo Timi, Fausto Russo Alesi, Alba Rohrwacher, Federica Fracassi, Toni Bertorelli, Elena Bellocchio, Ivan Franek, Patrizia Bettini, Sebastiano Filocamo, Alberto Bellocchio, Alberto Cracco, Bruno Cariello

45 Years di Andrew Haigh con Charlotte Rampling, Tom Courtenay, Geraldine James, Dolly Wells, David Sibley, Sam Alexander, Richard Cunningham, Hannah Chambers, Camille Ucan, Rufus Wright, Max Rudd, Paul Goldsmith, Charles Booth, Peter Dean Jackson

Reflect what you are, in case you don’t know
Lou Reed, I’ll Be Your Mirror

sangue del mio sangue 1A distanza di un mese uno dall’altro, sono usciti in sala due film diversissimi tra di loro, Sangue del mio sangue di Marco Bellocchio e 45 Years di Andrew Haigh. Estremamente interessante e doloroso il secondo, magnifico e totalmente libero il primo, probabilmente una delle pellicole più potenti dell’anno.

Sangue del mio sangue, pur apparentemente diviso in due blocchi distinti, trova la sua compattezza nella complessa stratificazione di motivi che si intrecciano e fondono, come in una partitura musicale. Si potrebbe affrontare l’analisi ironica, con punte che toccano la farsa, dell’Italia contemporanea, retta da un coro di fantasmi, di morti che camminano, perché in fondo, in questo Paese, “comandano i morti” come diceva Smamma (Gianni Cavina) al protagonista de Il regista di matrimoni (2006).

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while we’re young

10 luglio 2015

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While We’re Young di Noah Baumbach con Ben Stiller, Naomi Watts, Adam Driver, Amanda Seyfried, Charles Grodin, Adam Horovitz, Brady Corbet, Ryan Serhant, Maria Dizzia, Peter Yarrow

– Monsieur pardon, vous n’avez rien contre la jeunesse?
– Si, moi j’aime bien les vieux!
À bout de souffle
, Jean-Luc Godard

while we_re young 1Non deve aver una grossa fiducia nell’umanità Noah Baumbach – e come dargli torto – se riesce a imbastire un film totalmente pessimista come While We’re Young, camuffandolo da commedia lieve e ironica.

Una coppia di quarantacinquenni senza figli – lui filmmaker con all’attivo un solo film, che da anni tenta di terminare un documentario sul capitalismo e nel frattempo si arrabatta insegnando all’università, senza un grande seguito; lei circondata da amiche che non fanno che decantare le meraviglie della maternità, tra poppate e pannolini, e impegnata come assistente e produttrice del padre, grande cineasta, che compatisce il genero impantanato in un progetto che non vedrà mai la luce – inizia a frequentare una coppia di venticinquenni, in apparenza alternativi e liberi, ottenendo dall’incontro coi due la voglia di rivedere la propria vita e, pateticamente, di tornare a sentirsi giovani.

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cannes: macbeth

19 giugno 2015

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Macbeth di Justin Kurzel con Michael Fassbender, Marion Cotillard, David Thewlis, Jack Reynor, Elizabeth Debicki, Sean Harris, Paddy Considine, David Hayman, Daniel Westwood, Ross Anderson, Maurice Roëves, Barrie Martin, Seylan Baxter, Hilton McRae, Lynn Kennedy

macbeth 1Ci vuole sempre un gran coraggio a affrontare William Shakespeare e ci vuole ancor più coraggio a rifare il Macbeth, dopo Orson Welles (Macbeth, 1948), Akira Kurosawa (Kumonosu-jôIl trono di sangue, 1957) e Roman Polanski (The Tragedy of Macbeth, 1971). Ma il punto, forse, non è nemmeno questo: spesso l’azzardo conduce a risultati notevoli proprio per la follia insita nel rischio. Purtroppo il film di Justin Kurzel non sembra né frutto di coraggio, né di encomiabile azzardo, piuttosto di un macbeth 8insopportabile calcolo studiato a tavolino per portare sullo schermo due divi amatissimi e coccolati da Hollywood – Michael Fassbender e Marion Cotillard – in un film che sembra un incrocio tra lo spot di un profumo maschile e 300 (2006) di Zack Snyder.

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As mil e uma noites di Miguel Gomes con Joana de Verona, Cristina Alfaiate, Gonçalo Waddington, Carloto Cotta, Adriano Luz, Rogério Samora, Isabel Muñoz Cardoso, Maria Rueff, Teresa Madruga, Luísa Cruz, Margarida Carpinteiro, Diogo Dória, Américo Silva, João Pedro Bénard, Dinarte Branco, Cristina Carvalhal, Tiago Fagulha, Xico Xapas, Bruno Bravo, Louison Tresallet, Lucky

È ora di smetterla di fare film
che parlano di politica.
È ora di fare film
in modo politico.

Jean-Luc Godard

as mil e uma noiteMia madre di Nanni Moretti si apre con una manifestazione di lavoratori di una fabbrica che stanno per perdere l’impiego. La scena si interrompe quasi subito perché Margherita Buy, la regista del film nel film, non è contenta della riuscita della breve sequenza. Quel che la donna sta girando, in balia di una crisi personale, è chiaramente un film brutto e sbagliato, la classica pellicola militante, piena di retorica e di luoghi comuni, che mostra in maniera semplificata la realtà, privandola di conflitti più sottili, scordando che al campo serve un controcampo (come insegna ancora Godard) affinché ci sia dialettica. E serve anche un fuoricampo.

In maniera quasi miracolosa Miguel Gomes riesce a realizzare un film monstre di oltre sei ore in cui campo, controcampo e fuoricampo si parlano ininterrottamente. As mil e uma noites è una specie di oggetto non as mil e uma noite 2identificato, un’opera straordinaria e cangiante, che trova la sua integrità e una sghemba omogeneità grazie alla portata politica del suo progetto – come già avveniva in Tabu (2012) e Redemption (2013), per esempio.

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Visita ou memórias e confissões di Manoel de Oliveira con Manoel de Oliveira, Maria Isabel de Oliveira, Diogo Dória, Teresa Madruga, Urbano Tavares Rodrigues

visita ou memorias e confissoes 1Poche volte ci si trova di fronte a un’opera che è assieme un testamento e un inno alla vita e al cinema, trovando nella pellicola il luogo sospeso, nello spazio e nel tempo, in cui continuare a vivere. Visita ou memórias e confissões è il film che Manoel de Oliveira ha girato tra il 1981 e il 1982, all’età di 73 anni, quando ha dovuto lasciare la casa in cui aveva vissuto quarant’anni con la moglie Maria Isabel e i quattro figli. Il film è stato depositato alla Cinemateca Portuguesa con la richiesta, da parte dell’autore, di visita ou memorias e confissoes 2mostrarlo solo dopo la propria dipartita, avvenuta lo scorso aprile. Nei trentatré anni trascorsi de Oliveira ha continuato a fare cinema, capolavori che giocavano col tempo e la morte. E gioco è forse la parola che più si addice a quest’ultimo straordinario film (che non è l’ultimo), perché ha la leggerezza di certe giornate terse di primavera, che senza motivo ti risollevano il morale e ti portano a sorridere senza ragione.

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cannes: AN

5 giugno 2015

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AN di Naomi Kawase con Kirin Kiki, Miyoko Asada, Etsuko Ichihara, Miki Mizuno, Masatoshi Nagase, Kyara Uchida

ANNonostante il programma di Un Certain Regard offra una varietà di film finora assai più interessante di quelli inseriti nella Competizione Ufficiale – su tutti l‘incredibile scelta di non mettere in concorso il capolavoro di Apichatpong Weerasethakul Cemetery of Splendour – l’apertura non è stata delle più esaltanti. AN, nuovo film di Naomi Kawase, sempre coccolata dal Festival di Cannes, è tra le opere forse più ruffiane e noiose viste fino a oggi.

Un’anziana signora inizia a lavorare presso un negozio di dorayakis (dolcetto giapponese ripieno di una composta di fagioli rossi, chiamata an), grazie al suo talento culinario, ma soprattutto grazie all’amore che mette in ciò che fa. Il burbero padrone e la giovane figlia si affezioneranno a tal punto alla donna da considerarla rispettivamente una madre e una nonna.

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cannes: carol

1 giugno 2015

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Carol di Todd Haynes con Cate Blanchett, Rooney Mara, Kyle Chandler, Sarah Paulson, Cory Michael Smith, Jake Lacy, Carrie Brownstein, John Magaro, Giedre Bond

carol 1Che senso ha fare un film sull’attrazione, congelandolo a congegno esteticamente perfetto, ma privo di qualsiasi sussulto, senza alcuna empatia, svuotato dell’erotismo che, normalmente, lega due corpi incapaci di stare lontani l’uno dall’altro? Todd Haynes è un regista lontanissimo dal cinema di desiderio. Da anni si impegna in operazioni di messa in teca e formaldeide di melodrammi (basti pensare a Far From Heaven, 2002) che del meló anni ’50 riprendono unicamente l’estetica, i colori, il décor.

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Trois souvenirs de ma jeunesse di Arnaud Desplechin con Quentin Dolmaire, Lou Roy-Lecollinet, Mathieu Amalric, Elyot Milshtein, Pierre Andrau, Lily Taieb, Raphaël Cohen, Clémence Le Gall, Ève Doé-Bruce, Théo Fernandez, Yassine Douighi, Mélodie Richard, Éric Ruf, André Dussollier, Antoine Bui, Olivier Rabourdinm, Françoise Lebrun

trois souvenirs de ma jeunesse 1Nel corso della vita talvolta capita di sentirsi esiliati da se stessi. Sono brevi episodi, in alcuni casi addirittura piacevoli, quasi ci si potesse prendere una piccola vacanza dal personaggio che ognuno di noi si è costruito negli anni. Ovviamente le cose cambiano quando la condizione di esilio è permanente e, in maniera contorta, l’esilio non è imposto ma cercato sistematicamente.

Paul Dédalus – figura ricorrente nel cinema di Desplechin, così come la maggior parte dei personaggi che popolano i suoi film, colti in una costante situazione di conflitto – torna a Parigi dopo aver trascorso diversi anni in Tadjikistan. Un problema coi documenti lo costringe a ripensare a alcuni momenti della sua giovinezza. Il pretesto dichiarato dello scambio e della perdita di identità – ancora adolescente Paul, in gita scolastica nell’ex URSS, aveva donato il suo passaporto a un ragazzo che, grazie alle nuove generalità, avrebbe trois souvenirs de ma jeunesse 2potuto raggiungere Israele – serve al regista per indagare il “cuore fanatico” di un uomo in fuga dalle sue radici – dalla madre, che soffre di depressione, dalla sua città natale, Roubaix, dal suo Paese e dalla sua lingua: Hannah Arendt diceva che la lingua di un uomo è la sua patria, e Paul Dédalus studia lingue diverse con una certa facilità, e scrive e parla di continuo.

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