Intervista a Teresa Villaverde

16 dicembre 2018

Questo testo è uscito su Cineforum n. 570.

Festival de Sevilla 2017
Intervista a Teresa Villaverde, regista di Colo

Iniziamo dal titolo, Colo. So che è una parola difficile da tradurre, oscura, e che anche in portoghese ha molteplici significati
Sì. Non è veramente una parola oscura, ma può risultare oscura o misteriosa mettere questa parola come titolo di un film. No Colo significa in grembo o in braccio, sulle ginocchia, ha a che fare col prendere un bambino appunto in braccio, sulle ginocchia, in grembo. Ma quando di qualcuno si dice che ha troppo colo in un certo senso significa che è stato troppo coccolato, viziato. Oppure che manca di colo che non ci si è presa sufficientemente cura di lui. Dunque ha innumerevoli significati e è una parola importante, poiché è un po’ dove tutto inizia, quando siamo bambini, ma purtroppo quel tipo di cura, di attenzione, pare sia poco valorizzata adesso. E anche in portoghese, dove la parola è ovviamente conosciuta, mi pongono la stessa domanda, cioè perché scegliere quella parola come titolo di un film. E è divertente e anche un po’ strano spiegarne il significato e le motivazioni che mi hanno spinto a utilizzarla, sia nella mia lingua sia nelle altre. Probabilmente ho scelto Colo come titolo perché è un po’ l’inizio di ogni cosa, anche se nel film potrebbe essere due cose assieme, ossia l’inizio e la fine. La fine di qualcosa e l’inizio di qualcos’altro oppure il ricordo di un inizio, tempo fa.

Il padre nel film ha perduto il lavoro, è in crisi e trova una specie di soluzione, di via d’uscita (se è possibile chiamarla in questo modo), diciamo almeno un’alternativa alla sua condizione di crisi, decidendo di prendersi cura dell’amica di sua figlia, che non conosceva prima di allora e che è incinta, sola, anche lei in una situazione difficile. E ci si rende conto che per quest’uomo ricominciare appunto dove tutto ha inizio, prendersi cura di un bambino e di una ragazza che è poco più di una bambina, è un modo per dimostrare che in realtà è una persona per bene, al contrario della società che riduce a nulla chi non ha un lavoro. Incredibilmente chi perde un lavoro diventa automaticamente qualcuno che perde tutto, anche sé stesso, la sua dignità, la sua personalità, come se potessimo essere qualcosa o qualcuno solo all’interno del lavoro. Il che mi pare folle
Sì, esattamente. E ci si rende conto che quando il padre decide di aiutare e stare vicino alla ragazza incinta e poi al bambino che nascerà, anche se il suo atto è di certo impulsivo, ha un grande bisogno di rendersi utile, di fare qualcosa di buono, di impegnarsi in qualcosa di positivo. Io trovo incredibilmente ingiusto che nella nostra società, nel momento in cui perdi il lavoro, come tu dicevi, non esisti più, non sei più nessuno. Inoltre la maggior parte delle persone non ha il lavoro che ha veramente sognato, non fa quello che voleva fare. Lo trovo una specie di paradosso. Se tu perdi il lavoro della tua vita, quello che non solo ti mantiene ma che effettivamente ti riempie le giornate, è parte di te, è come se tu perdessi qualcosa che ti appartiene intimamente. Se io mi trovassi a non potere più fare il mestiere che faccio sarebbe una tragedia perché è anche il mio modo di esprimermi, di essere. Se tu perdi un lavoro che fai solamente perché hai bisogno di soldi, per vivere, nel momento in cui lo perdi ti viene a mancare il tuo mezzo di sostentamento, che è ovviamente gravissimo, ma non dovresti sentirti azzerato nella tua persona. Invece è esattamente quello che accade. Qualcuno che ha un lavoro ma che non si identifica con quello che fa, non è parte della sua personalità, viene ugualmente ridotto a un niente, anche intimamente, distrutto nella sua persona. Perde la stima in sé stesso, perde tutto. E magari faceva qualcosa che neanche gli piaceva, ma di cui aveva giusto necessità. È assurdo.
Nel film non sappiamo che lavoro facesse il padre, ma immaginiamo fosse un lavoro necessario a sostenere la famiglia, ma senza implicazioni intime, personali. Eppure, una volta perduto, il padre perde valore, agli occhi della moglie, della figlia, ma soprattutto ai suoi stessi occhi. È umiliato, cancellato. Per me è davvero paradossale.
Senza lavoro hai la pressione sociale, il giudizio sociale, associato alla pressione dovuta alla mancanza di soldi, e inoltre inizi a avere la pressione dovuta a una serie di impegni che ti sei preso. Hai debiti. Non conosco così bene la situazione italiana, ma per esempio, in Portogallo, c’è stato un momento in cui tutti, una volta ottenuto un lavoro che poteva sembrare abbastanza stabile, hanno iniziato a comprare una casa, e non avendo soldi a sufficienza, hanno iniziato a aprire dei mutui con le banche. Solo che poi, perso il lavoro, non riuscivano più a pagare il mutuo, e dunque chiedevano dei prestiti a un’altra banca, che poi ti chiederà il conto. L’inferno. E inoltre in questo disastro le persone si sentono sole. Quando accade qualcosa di grave e molte persone sono coinvolte, pensa a una guerra o a un terremoto, non dico accada sempre, ma psicologicamente quegli uomini e quelle donne sentono una vicinanza, sentono di vivere la stessa cosa, e tendono a aiutarsi, c’è una specie di solidarietà. Non viene perso il rispetto uno per l’altro. E anche questo io lo trovo paradossale. Cioè se perdi la tua casa a causa di una bomba nessuno verrà a dirti che è colpa tua, ci mancherebbe altro. Ma se perdi il tuo lavoro c’è sempre un sentimento di vergogna e colpevolezza, almeno in parte, che accompagna questa condizione. È terribile dover provare un sentimento del genere e sentire nello sguardo degli altri una forma di colpevolizzazione. Inoltre non sai in quanti, anche persone vicine a te, condividano la stessa situazione. Inizi a essere sospettoso, senti lo sguardo degli altri su di te, senti una pressione tremenda.
Se torniamo al film, la moglie ha due lavori all’inizio mentre il marito ha perduto il suo. Anche se da un punto di vista pratico, puramente economico, che i soldi entrino in famiglia grazie alla donna o all’uomo non cambia nulla, ma da un punto di vista dell’immaginario c’è ancora l’idea che è un po’ più normale sia la donna semmai a restare a casa senza lavoro, c’è ancora l’idea che sia l’uomo a mantenere la famiglia. In un certo senso, in una visione abbastanza maschilista, è meno grave che sia la donna a restare a casa dal lavoro rispetto a un uomo. Nel film accade esattamente il contrario. Per cui nei confronti dell’uomo c’è una pressione che monta, anche se in casa non ne parlano, ma è un sottointeso che prende sempre più spazio.
Oggi in Portogallo sta accadendo una cosa interessante. Da un punto di vista economico va meglio. Ma questo non significa che siamo usciti totalmente dalla crisi. Al contrario. La situazione è ancora grave. Ora c’è meno disoccupazione, certo, ma c’è anche una generazione che ha perso il lavoro e che non ha ancora avuto modo di trovarne un altro. E siccome gli impieghi oggi sono soprattutto pensati per i più giovani e pare ci sia una ripresa economica, chi è rimasto senza lavoro è ancora più solo e isolato, e se ne parla poco, sempre meno, chi ha perso il lavoro diventa invisibile. È ovvio che dopo un periodo così duro abbiamo anche voglia di respirare e dunque non esattamente di parlare ancora di crisi. Però immagina se tutto il resto del Paese vive una ripresa e tu no, è come se fossi rimasto indietro, hai perso quello che avevi, hai perso il lavoro, e non arrivi a trovare un altro impiego. Ti senti ancora più solo, come se fosse colpa tua, come se avessi qualcosa che non va. Inoltre immagina all’interno della famiglia cosa accade se i figli iniziano a disprezzare il genitore che non ha un lavoro, perché magari a scuola gli altri genitori hanno mantenuto il loro impiego. Se questo tipo di sentimento si installa in seno a una famiglia, successivamente come si arriva a recuperare quel rapporto? Come si arriva a ritrovare la confidenza, la fiducia, l’affetto? Può essere molto difficile, può essere addirittura impossibile. Distruggi totalmente una famiglia. E anche di questo non si parla, non si ha più voglia di parlare. Sono diventati argomenti tabù.

Anche in Italia non se ne parla. Oppure non si fa che elencare percentuali per dimostrare che tutto va bene, in realtà la crisi è alle spalle, ne siamo usciti, e soprattutto noi non siamo la Grecia, la Spagna o il Portogallo, detto con una specie di spregio. La realtà è, invece, assai differente
Sì, il problema per esempio con l’Europa e i Paesi del Sud Europeo è che probabilmente se invece di essere nella negazione, prendendo le distanze dalla Grecia, rifiutando di ammettere che le situazioni economiche di Portogallo, Italia, Spagna, Grecia non sono poi così rosee e lontane tra loro, magari ci sarebbe stata la possibilità di lottare in maniera collettiva, fianco a fianco, e non separatamente, uno contro l’altro.

Nel film l’unica che cerchi di porre delle vere domande è la figlia. Mentre la moglie chiede al marito “dove sei?”, “cosa fai?”, pone pressoché solo domande pratiche, la ragazza è l’unica a esprimere una vera inquietudine, a un certo punto dice chiaramente “ho paura che accada qualcosa di brutto”. Detto ciò i dialoghi sono ridotti al minimo, quasi non ci fosse comunicazione. A ogni modo la ragazza pare essere l’unica a avere una vera coscienza, che non è nemmeno una coscienza, ma sente qualcosa. E soffre. Si taglia la pelle. E l’unico essere per il quale sembri provare qualcosa è l’uccellino, poiché non parla nemmeno con l’amica. Certo le due giocano, vanno al concerto, stanno assieme, ma non parlano mai realmente dei loro problemi
Sì, mi sembra che gli adolescenti facciano davvero fatica a parlare, a comunicare quello che sta loro realmente a cuore. Il problema è che non lo fanno nemmeno gli adulti, o non arrivano più a farlo.

In Colo c’è una scena molto bella ma che in un certo senso può apparire strana, quasi frustrante. Avevo visto e sentito qualcosa di simile in un altro tuo film, benché assai diverso, Água e Sal. Cioè c’è il campo ma manca il controcampo e per chi guarda c’è quasi la necessità di prendere la macchina da presa e girarla, talmente siamo abituati al campo e controcampo del cinema classico, mentre tu decidi di non muoverla. In Água e Sal penso alla scena in cui la protagonista è al ristorante sul mare e il giovane uomo un po’ misterioso che lei ha salvato poco prima le si avvicina e inizia a corteggiarla. La macchina da presa non lo inquadra mai, lo riconosciamo solamente per la voce e per la reazione imbarazzata e seduttiva della donna. Ho immaginato questo accadesse perché la giovane donna è come se non avesse un controcampo, fosse totalmente concentrata su sé stessa. In Colo, invece, penso alla scena del bar, in cui marito e moglie, su proposta di lei, sono andati a bere una birra. Entra un uomo, che poi non vedremo più, che aspetta di portare a casa ciò che è avanzato in cucina. La macchina da presa resta su di lui e noi sentiamo le voci di marito e moglie che si domandano se a casa abbia una famiglia, visto che gli vengono consegnate due porzioni abbondanti di cibo. Nonostante siano tutti e tre nella stessa situazione, marito e moglie non si vedono mai nel controcampo, sono come spettatori di quello che sta accadendo al terzo
Anche se la coppia può comprendere la situazione di quest’uomo, i due si sentono ancora lontani da quella condizione. Sono ancora due mondi separati. E poiché l’uomo che vediamo non è uno dei personaggi principali del film, per dargli una dignità di personaggio, bisogna almeno farlo vedere, dunque bisogna in un certo senso arrestare il film e prendere il tempo per mostrarlo. Per me è anche una forma di rispetto. O non utilizziamo questa scena o se la utilizziamo, poiché lui è nel film ma non è uno dei protagonisti e noi possiamo vedere solo quello che accade, di cui veniamo a conoscenza, e nulla di più, dobbiamo avere il tempo di ricordarlo, sennò dal mio punto di vista è puro voyerismo, una specie di sfruttamento, che trovo scorretto. Quindi mi sono detta che era meglio attendere con lui il tempo necessario. Mi pare che in questo modo anche lo sguardo della coppia diventi più profondo, meno superficiale, più rispettoso. Io non volevo fosse giusto un figurante ma avesse, come ho detto prima, la dignità di un personaggio.

Nel film ho trovato estremamente interessante il modo in cui la casa è trattata (e inquadrata). C’è qualcosa di misterioso, nonostante tu utilizzi spesso il piano sequenza per mostrarla, rimane una specie di ambiguità. Alla fine non sono sicura di sapere esattamente come sia fatto questo appartamento, che funge da rifugio, da riparo (penso alla ragazza che ospita la sua amica o il fidanzato) ma che è anche una specie di gabbia, quasi soffocante
Sì, quello che dici è giusto, poiché la mia intenzione era esattamente questa. È un luogo che in realtà protegge, dove i membri della famiglia vivono assieme ma in un certo senso separati. E anche se l’appartamento non è immenso abbiamo l’impressione che i tre non condividano molto tra loro, né gli spazi né altro, quasi non si conoscessero. Inoltre la casa, benché sia un rifugio, come dicevi, è anche un luogo problematico. Poiché è il luogo che probabilmente andranno a perdere, vista la mancanza di denaro e, come sai, quando perdi la casa perdi tutto in un certo senso. Nonostante loro siano già separati in casa, nel momento in cui questa viene a mancare, madre, padre e figlia si perdono anche fisicamente, si separano realmente. Probabilmente se non avessero avuto il problema della casa, che devono lasciare, la pressione sarebbe stata inferiore, per quanto grave. E nonostante tra di loro abbiano dei problemi di comunicazione e all’interno di quelle quattro mura percepiamo il malessere, sappiamo anche che lasciare quel luogo sarà assai peggio per tutti.

Sì, sicuramente c’è già una separazione tra i tre, ancor prima che si dividano realmente. E d’altra parte tra di loro sembra quasi il linguaggio fallisca. La comunicazione attraverso il linguaggio non trova spazio. Come se la lingua non fosse più sufficiente
Come dicevamo prima parlano di cose pratiche. Per esempio la madre quando parla con la figlia le chiede sempre “hai mangiato?”, “cosa fai?”, che è un po’ il genere di dialogo che potremmo avere con un bambino. È come se ci fosse uno spostamento del tempo e dell’età, come se la madre, all’età che ha la figlia, che è un’adolescente, non avesse un linguaggio appropriato per parlare con lei. La figlia a un certo punto glielo rinfaccia, dicendo “ma la vita non è solamente mangiare, andare a scuola”. D’altra parte in una famiglia già in crisi il fatto che i figli abbiano potuto mangiare, andare a scuola e siano in salute è già moltissimo. Ma ovviamente è assai triste non avere la possibilità di parlare e riflettere anche sul resto. Intendo dire, a volte è meglio non aver mangiato ma aver parlato, aver trovato una forma di vicinanza o di condivisione. C’è anche il fatto che il lavoro prende gran parte del tuo tempo e della tua giornata. Se in più non hai un lavoro vicino a casa effettivamente parti assai presto la mattina, torni tardi la sera, stanco, non solo non hai molta voglia di parlare, ma non ti resta il tempo che per mangiare e andare a dormire. Non fai altro. E anche questo è contraddittorio. So che è utopistico, ma abbiamo davvero bisogno di lavorare così tanto? Ovviamente dobbiamo lavorare per mantenerci. Ma c’è gente che fa due lavori e gente che non ne ha. Sarebbe bene liberare il tempo, non lavorare e basta. Ci alziamo, lavoriamo, mangiamo, dormiamo. Se abbiamo fortuna abbiamo qualche giorno di vacanza ma magari i soldi non sono sufficienti per viaggiare. E poi siamo stanchi. Ma la vita rischia di ridursi a questo. E poi moriamo. Intendo dire passiamo il tempo a organizzare la nostra vita, ma non a vivere.

Arbeit macht frei (Il lavoro rende liberi) era la scritta che campeggiava sul cancello all’entrata del lager di Auschwitz. Ovviamente è estremo quello che sto dicendo, soprattutto per rapporto all’Olocausto, però l’idea che il lavoro renda le persone libere sembra una specie di presa in giro dal momento che è proprio il lavoro che ti mangia il tempo, e più che liberarti diventa una prigione
Sì, assolutamente. Pensando anche che la maggior parte delle persone fa un lavoro che non ha scelto, che non ama e che dunque impiega la maggior parte del suo tempo in qualcosa di frustrante. Poi, ovviamente la mancanza di lavoro e di sostentamento è ancora peggiore. Pensa alla depressione, ai debiti, come dicevamo prima. C’è gente che si ammazza a causa dei debiti, perché non riesce a saldarli. C’è gente che è depressa per questioni diremmo personali, intime, che ha uno spirito, un’indole depressiva. E magari arriva al suicidio. Questo è ovviamente gravissimo e triste, ma è un’altra cosa. Ma qualcuno che di base ama la vita e arriva a suicidarsi per la vergogna di non poter pagare i debiti, che spesso non sono nemmeno così giganteschi, semplicemente in quel momento non hai soldi a sufficienza, lo trovo davvero un gesto di una violenza inaudita. E in Portogallo ce ne sono molti, solo che la gente non ne parla, poiché, come sappiamo, poi si teme l’emulazione. Per cui ovviamente bisogna fare attenzione anche a questo ma non si può non parlarne del tutto, sennò non si arriva a affrontare il problema. C’è stato un periodo nel mio Paese dove c’erano continuamente “incidenti” poco chiari, non meglio precisati. È talmente tremendo che è anche difficile parlarne. Uccidersi per i debiti. Uccidersi per il lavoro. Inoltre quante volte poi abbiamo sentito dire, a proposito di chi si toglie la vita, “sì ma era una persona debole”. Ma che significa? Me ne frego se una persona è debole o forte, è un essere umano. Credo sia davvero una grande vergogna per la nostra società non essere in grado di affrontare tutto questo.

C’è stato un periodo in Italia in cui andava di moda la parola meritocrazia, che a dire il vero trovo pressoché fascista, come se ci fosse una costante competizione per chi lavora di più e meglio, e chi non lavora, per svariate ragioni, viene letteralmente escluso dalla società, non è più degno, non va aiutato ma lasciato a sé stesso. Tutto ciò dà i brividi
Sono totalmente d’accordo. E non è un caso che a fianco di questo si rischi di rinfocolare il razzismo, l’odio. Pensa a come trattano gli immigrati. E pensa all’ipocrisia che c’è dietro. Quante volte la gente al cinema vede un film, che so, dei rifugiati durante la Seconda Guerra Mondiale e tutti si commuovono e piangono. Ora ci troviamo davanti a altri rifugiati, solo che sono altri popoli e ce ne freghiamo completamente, come non ci riguardasse, terrorizzati di perdere qualche privilegio. Mi pare una specie di follia collettiva.

In Colo, però, alla fine c’è un’altra persona che in un certo senso fa un gesto di accoglienza, e è l’uomo che dà ospitalità all’adolescente che sceglie questa capanna, che è poco più di una casa per gli attrezzi, per vivere. C’è a questo punto, proprio al termine del film, un bellissimo movimento di macchina. La macchina da presa si avvicina a questa casetta, si ferma e fa il movimento contrario, allontanandosi, quasi non volesse svelare un segreto e al tempo stesso preservare una sorta di pudore
Sì, e c’è anche un’incomprensione. Quando muovi la macchina da presa in avvicinamento è come se tu ti avvicinassi a capire più profondamente qualcosa e arrivassi addirittura a affermare che hai capito. Arrestarsi e fare il movimento contrario per me è come porsi nella condizione di chi invece non ha capito, o non ha capito fino in fondo. Quel carrello all’indietro è una specie di punto di domanda per me, di interrogazione. Ma amavo anche l’idea che questa ragazza potesse essere aiutata da qualcuno che è un pescatore, cioè qualcuno che fa un lavoro assai concreto, di cui abbiamo bisogno realmente, per nutrirci. Eppure lavori come quello sono considerati lavori umili, poco pagati. Mentre sono essenziali. Inoltre ho questa idea romantica che chi lavora con qualcosa di pratico e concreto – agricoltori, pescatori, allevatori, cioè chi vede concretamente la natura agire – non solo sia più solidale, ma anche che capisca meglio cosa stia facendo, si senta meno perduto. Come se si regolasse attraverso il rapporto diretto con la natura e potesse vedere le cose più chiaramente. Per esempio che non è l’uomo a dover essere sempre al centro dell’universo. Credo abbia la possibilità di vedere quello che accade con un equilibrio e una distanza maggiori. Inoltre fare un lavoro dove sei coinvolto dall’inizio alla fine del ciclo mi pare aiuti molto, rispetto al trovarsi perduto all’interno di un meccanismo di cui non capisci bene il funzionamento e ti trovi a partecipare solo a qualcosa di assai ristretto, un po’ come avviene in una catena di montaggio.

Ripensando ai tuoi film, che hanno soggetti diversi e sono stati girati in periodi diversi, se dovessi trovare qualcosa che li accomuna, mi pare sia uno guardo attento, curioso e assai umano su questi personaggi che sembrano mettere sé stessi e il loro corpo costantemente in pericolo. Quasi fossero in un equilibrio assai precario, pronti a cadere. Secondo me tu riesci sempre a cogliere quel momento tra l’equilibrio e la possibile caduta, quel tipo di ambiguità
Sì, a pensarci da qui, hai ragione. Ma non è qualcosa a cui penso prima di fare un film. È qualcosa che viene quasi naturalmente. Forse per Colo ho riflettuto in maniera differente. Forse. Non ne sono sicura. Ma ogni volta che fai un film l’ultimo ti sembra differente. E magari non è così. L’unica cosa che posso dire, invece, magari per bilanciare un film così cupo e non molto ottimista come quest’ultimo è che sono davvero tanto contenta di aver terminato di girare un film con Tonino De Bernardi, col quale siamo amici da molto tempo. Ho provato una tale energia e una tale gioia a trascorrere del tempo con lui e la sua famiglia. È magnifico vedere che ci siano persone così belle e per bene. Ho girato tra Torino e Casalborgone. Alloggiavo da loro, stavo con loro dal mattino alla sera e ero libera di riprenderli quando e come volevo. Avendo molta confidenza tutto avveniva in modo molto naturale. Sono felice perché il film è sulla trasmissione di una specie di eredità culturale all’interno di una famiglia, dai nonni ai nipoti. Era il soggetto di un altro film che poi avevo abbandonato, che non ero riuscita a girare e che ora ho invece ripreso. Ma è un film molto semplice. Benché girare un documentario sia tutt’altro che semplice. Ma credo di aver trovato una specie di equilibrio. Non l’ho ancora mostrato a Tonino e alla sua famiglia. Mi auguro l’ameranno.

Una Risposta to “Intervista a Teresa Villaverde”

  1. […] apparentemente senza importanza, di preparazione a qualcosa che verrà dopo. In Água e Sal (2001) Teresa Villaverde inquadra, senza muovere la macchina da presa, Ana (Galatea Ranzi) mentre al tavolino di […]

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