Intervista a Pedro Cabeleira

20 dicembre 2017

Questo testo è uscito su Cineforum.it.

Intervista a Pedro Cabeleira

In occasione del Torino Film Festival abbiamo incontrato Pedro Cabeleira, regista di Verão danado visto quest’estate al Festival di Locarno, tra i migliori esordi degli ultimi tempi.

In Verão danado si ha l’impressione di essere in un costante presente. L’uso che fai del tempo, che sembra estremamente consapevole ma assai naturale, permette a chi guarda di sentire una specie di espansione dell’istante, dell’adesso, quasi a cancellare passato e futuro. E non parlo tanto di un’esperienza intellettuale, che viene elaborata successivamente, ma di una sensazione fisica, la percezione del tempo che non scorre, ma si espande
In realtà ho cercato di fare in modo che tutto avvenisse in maniera assai naturale, senza prevedere all’inizio una costruzione del tempo specifica. Giravamo le scene più o meno come fossero degli happening, dunque la durata poteva cambiare. A ogni modo avevo e ho la consapevolezza che il tempo non possa essere solamente quello che calcoliamo con un orologio. Per me questo film è anche una sorta di mémoires, e sai bene che quando ricordi qualcosa ha una durata assai diversa rispetto alla durata reale di ciò che è accaduto. Per riuscire a mettere in pratica questa specie di dilatazione temporale non ho attinto solamente dal mio vissuto, dalla mia esperienza, da quella fatta con gli amici, ma anche dalla letteratura. Ho cercato da una parte di non lasciarmi condizionare dal cinema che avevo visto e amato, volevo cercare di fare qualcosa che fosse il più personale possibile, anche visivamente. Dall’altra ho pensato moltissimo a due autori che amo molto, David Foster Wallace e Thomas Pynchon. Se prendiamo Inherent Vice di Pynchon e pensiamo al suo protagonista, Doc Sportello, non riusciremmo a immaginarlo vivere in un tempo preciso e compiuto. Quello che vive e soprattutto che ricorda ha un tempo dilatato. E non solo per l’uso di sostanze, ma per il lavoro che fa sui ricordi e la memoria. Di conseguenza sul tempo. È un modo di non vivere o intendere il tempo in maniera schematica. Un po’, per certi versi, come quando ti domandi che giorno sia oggi. È venerdì e tu credi sia martedì (ride). E ne sei proprio convinto. “No, è martedì!”, insisti “non può essere venerdì”. A me capita…

Anche a me…
Ecco, appunto. E questo non significa essere distratti riguardo a ciò che stiamo vivendo o che sta accadendo, ma magari in quel momento, proprio per quello che ci sta accadendo, sapere che è giovedì o lunedì, che è l’una di notte o sono le tre, non è così importante. Non è la cosa più importante. Non in quel momento. Per esempio nel film non è chiaro quanto tempo sia passato tra l’incontro di Chico con Maria, la ragazza che vuole partire per Londra, e la mattinata che il protagonista passa al parco con l’amico, prima di andare a fare il colloquio di lavoro al ristornate. Colloquio che, tra l’altro, non sappiamo se farà o meno. La cosa importante per lui, quello che lo marca, per lo meno in quel momento, durante quella serata, e che si espande nella sua memoria, e si espande anche nel presente del film, è l’incontro con Maria. E poi il fatto di incontrare, non sappiamo quanto tempo dopo, un suo caro amico, avere un appuntamento di lavoro e andare a una festa. Sono episodi che avvengono nel corso di un’estate e che lui trattiene, che vive in maniera profonda, ma senza che lo sviluppo del tempo sia “reale”, magari questi momenti prendono più tempo nella sua vita rispetto a altri, per lui meno significativi, e dunque possiamo tranquillamente avere dei salti temporali, dei vuoti nell’ordine cronologico del tempo. È un tempo psicologico, emotivo.

Il fatto di aver lavorato su un tempo non “reale” ma intimo, emotivo, ti permette anche di rendere perfettamente l’idea di un presente ostinato, continuo. Tutto è vissuto nella propria immediatezza, qui e ora, e sembra avere senso solo così. Penso per esempio al dialogo con l’amico al parco o a certi dialoghi nel corso della festa che, complici l’alcool o le sostanze, ascoltati dall’esterno, presi fuori dal contesto, sembrano non avere senso, mentre hanno pienamente senso in quel preciso momento e in quella precisa condizione. Come se in quel flusso, anche di parole, tu trovassi una forma e una pienezza. Tutto si tiene, in maniera profonda. Ma solo in quell’istante e in quella situazione. E effettivamente, benché probabilmente concepite con volontà diverse, non si può non pensare a certe pagine di Thomas Pynchon o di Roberto Bolaño
Sì, anche per questo prima ti parlavo di Pynchon. O di Wallace. Pensa a quel capolavoro che è Infinite Jest. Io non ho mai letto nulla del genere e mi ha totalmente sconvolto. Per me Infinite Jest è un lavoro sulla semplicità e sulla naturalezza della percezione. Mi spiego meglio. Ovviamente leggendolo ti rendi conto che chi lo ha scritto aveva un’intelligenza fuori dal comune, per cui ci sono riferimenti geniali a differenti ambiti – aveva anche una cultura straordinaria – eppure riesce a rendere con estrema semplicità la percezione naturale, umana, del tempo. Quella della quale tutti noi abbiamo esperienza quotidiana ma che è estremamente difficile da rendere per quello che è, senza costruzioni al di sopra. Anche al cinema, una delle cose più difficili da ottenere non è tanto il naturalismo di una scena – scenografia, recitazione, luce, ecc. – ma rendere naturale la percezione del tempo in quella scena. Così com’è vissuta dai personaggi. Tornando a Wallace, mi ricordo di un capitolo in cui ci sono dei ragazzi che vanno a lezione di tennis – sport dal quale lo stesso autore era ossessionato – stanno pranzando e parlano del più e del meno. A un certo punto uno di loro tenta d ricordare qualcosa. E al contrario di quello che farebbe probabilmente qualsiasi altro scrittore, Wallace non descrive la scena ma lo sforzo di questo personaggio di ricordare. In realtà quello che sta raccontando è il tempo che scorre, con una serie di dettagli che permettono a chi legge di percepire esattamente la maniera in cui il tempo passa e dunque si espande, si dilata, poiché tu sei concentrato a ricordare il nome di qualcosa che non ti viene in mente. E infatti, a metà capitolo, esattamente come succede nella vita di tutti i giorni, “era questo”, cioè la cosa di cui voleva ricordarsi eccola, gli è venuta in mente improvvisamente, dopo uno sforzo di concentrazione. Ma ciò che è importante non è tanto la cosa che gli è tornata in mente e nemmeno i pensieri attorno alla cosa, ma il tempo impiegato per arrivare a quel ricordo. La percezione del tempo. E io ho pensato a questo nella scena in cui Chico è al parco col suo amico, che è una scena a cui tengo molto. Anche lì per me si tratta del tempo che scorre. Iniziano a parlare di un argomento. E poi, hop, passano a un altro argomento. E poi, hop, a un altro ancora. E sono seduti uno di fronte all’altro. E poi uno è seduto per terra e l’altro è sdraiato sulla panchina e per poco, vista la posizione, non gli infila un piede in bocca. E poi il tempo è passato. E i due, che nel frattempo hanno fumato, sono “fatti”. E quello che si sono detti, così come il tempo trascorso assieme, è stato importante, anche se i due lo hanno sicuramente percepito in maniera differente. E poi c’è il colloquio di lavoro, di cui Chico si era dimenticato, o meglio, si era concentrato su altro senza rendersi conto del tempo che passava. Allora i due prendono il tram, e forse ci vanno al colloquio. O forse no. Ma non è questa la cosa rilevante.

No, infatti. In un certo senso che il protagonista faccia o meno quel colloquio di lavoro non cambia nulla. Anche quando parla con Carlota, la prima ragazza con la quale ha una specie di storia, e lei gli chiede se ha consegnato i suoi curricula, lui risponde di no, in maniera abbastanza disinteressata. Allora mi sono anche chiesta se, benché non esplicitamente, poiché non viene mai fatto cenno alla situazione economico-politica del Portogallo, il fatto che Chico non faccia alcuno sforzo per trovare un lavoro non sia anche legato al sapere che tanto quel lavoro non cambierà la sua vita (ha studiato filosofia e ha un colloquio per lavorare in un ristorante) e soprattutto la crisi economica non si è conclusa
Non ho pensato direttamente alla crisi, ma soprattutto alla mancanza di motivazioni successiva o addirittura contemporanea al percorso scolastico. È molto frequente in Portogallo essere al secondo anno di studi all’Università, dopo aver intrapreso un certo ambito, magari anche con convinzione, e capire piuttosto alla svelta, anche prima della laurea, che non hai molte possibilità di fare il lavoro per il quale ti stai formando…

Succede anche in Italia…
Ecco. Quindi diventa molto chiaro perché finisci gli studi sempre più demotivato, con meno voglia, con meno entusiasmo. Per cui i ragazzi del film non sono depressi per quel che riguarda la loro vita privata, ma per quel che riguarda il loro futuro lavorativo. A ogni modo non credo di aver fatto un film triste o deprimente. Lo spero, almeno.

No, per niente! Anzi, io trovo che Verão danado sia un film vitalissimo, vivace, pieno di desiderio
Sì, lo è per tutto ciò che riguarda la loro vita al di fuori dell’ambito lavorativo che invece è tenuto in un certo senso fuori dal film, perché sentito come noioso, necessario per mantenersi, certo, ma fatto in maniera svogliata. Sia chiaro, anche io, per mantenermi, ho fatto lavori che non mi corrispondevano, non mi interessavano. Li ho fatti seriamente e ne avevo bisogno, ma non era certo quello che mi entusiasmava nella mia vita, che mi rendeva felice o del quale serbi ricordi indimenticabili. Eppure c’è un sacco di gente che per necessità fa questo tutta la vita, impiega il suo tempo in lavori che non ama ma di cui ha ovviamente necessità. E di principio tutto ciò è orribile. Per me questo è un film su un gruppo di persone che vivono un momento di passaggio, di transizione, durante il quale si rendono conto che le loro aspettative, i loro desideri verranno frustrati, passano dal periodo dello studio a quello del lavoro. Molti di loro, lo stesso Chico, che ha studiato filosofia, hanno seguito materie umanistiche, e anche psicologicamente si sono formati per quello, che però a livello lavorativo non è certo il dominio più richiesto. Se penso alla generazione dei miei genitori, rispetto alla mia, la differenza è evidente. Quando i miei hanno iniziato a lavorare, il mestiere che garantiva un posto sicuro e duraturo era quello di insegnante. E una volta ottenuto un diploma o la laurea era piuttosto facile trovare un impiego. Inoltre volevano avere una famiglia e hanno fatto qualsiasi cosa per me e mio fratello. La mia generazione, o almeno la maggioranza di essa, non ha la stessa percezione di sé stessa, gli stessi sogni. Per quanto mi riguarda il mio lavoro è quello del regista, non l’impiegato o altro. Ovviamente ognuno di noi pensa in grande per la propria vita. Poi dopo inizi a realizzare che il prezzo da pagare è molto alto e che magari non ce la farai a diventare quello che vorresti, a fare quello per cui ti senti portato. Secondo me nel film Chico ha capito che probabilmente non ce la farà a intraprendere una carriera lavorativa coerente coi suoi studi e non ha voglia di ammetterlo con gli altri. L’unico momento in cui discute seriamente con gli amici è durante la cena, in cui ognuno di loro dice che cosa fa, una parla di un blog di moda, lui che appunto si è laureato in filosofia, ecc. Ma quello di cui parlano sono soprattutto dei progetti, dei propositi per l’avvenire, non i veri lavori che permettono loro di mantenersi. Inoltre la situazione a quella cena è strana perché lui è colpito da Maria e inizia a flirtare con lei quindi la discussione sul lavoro lo interessa meno rispetto al motivo per il quale lei voglia partire per Londra. Quindi in un certo senso ho preferito che il film mostrasse soprattutto il rapporto tra i vari personaggi, il desiderio, l’amicizia e l’amore tra di loro e non l’inquietudine per il futuro o per il lavoro mancato. Volevo fosse un film sulla vita, che fosse vivo.

Sì, lo è totalmente! E è anche un film pieno di musica, tra l’altro piuttosto varia e che per certi aspetti sembra, benché non lo sia, scritta per il film. Penso per esempio a Canção do Engate[1] di António Variações che sembra descrivere, mentre Chico e Maria ballano, quello che sta accadendo tra di loro
Sì, in un certo senso è così. Inoltre adoro quella canzone e adoro tutto quello che ha scritto António Variações. Era un poeta ma anche un riferimento. Inoltre amo moltissimo chi riesce a trovare una profondità estrema in cose semplicissime. António Variações faceva musica molto popolare, non musica colta. È stato un poeta e un cantautore popolare. Inoltre è davvero “portoghese”, dell’interno del Paese, vedi il suo modo di dire le cose… Canção do Engate è una canzone che conosco da quando ero bambino. È assai nota. I miei genitori l’ascoltavano. Per me era importante usarla in quel momento poiché quel momento è quello che Chico tratterrà con lui, che gli appartiene completamente, che ricorderà. Per me questo è il momento più importante del film, questi due o tre minuti con la canzone di António Variações, Chico e Maria che si guardano negli occhi, ballano. Questa è la vera essenza del film. Due persone che aspettano tutta la loro vita fino a quel momento, ventidue, ventitré anni, per arrivare a quel tipo di empatia, di vicinanza, di pienezza e in un momento così quella è per me la canzone che vorresti ascoltare. Da lì in poi il film avrebbe potuto diventare un film attorno a una storia d’amore, loro due avrebbero che so, in seguito, potuto sposarsi, avere dei figli, avere una vita soddisfacente. E invece no. Non sempre la vita è un romanzo rosa. Non lo è quasi mai. E infatti lei se ne va. Magari sarebbe stato un film migliore se fosse stato sulla storia d’amore tra loro due. (Ride) O magari no. A ogni modo avranno sempre quella notte.

C’è un film, che è un capolavoro, e che parla di questo, Une Partie de campagne di Jean Renoir
Purtroppo non ho visto questo film, ma penso spesso a Le Plaisir di Max Ophüls, in particolare all’episodio in cui una tenutaria di un bordello e le altre prostitute vanno in campagna e sono in contatto con la natura e tra loro si parlano, si crea una grande empatia, è un momento di una bellezza straordinaria, e finalmente, per quel pomeriggio, si sentono bene. Poi però devono tornare. Ma quel pomeriggio probabilmente è tra gli istanti più importanti della loro vita. Per me ci sono davvero alcuni momenti che sono assai più importanti di due o tre anni interi. Sono fissati nella tua memoria. È anche per questo che il tempo in Verão danado è strutturato in questo modo. Perché come nella vita ci sono istanti di grande intensità e che prendono molto spazio della tua esistenza e della tua memoria, sono ricchi di dettagli e altri dimenticabilissimi, senza interesse, a causa della monotonia, della noia. Per questo amo David Foster Wallace. Per come ti fa sentire il tempo che scorre, anche nella monotonia, ma lo fa in maniera davvero naturale.

A proposito di tempo, usi molto il piano sequenza. Penso alle scene della cena e della festa. A quelle del parco. E lo fai nel modo più naturale possibile
Quando abbiamo iniziato a girare, ogni ripresa veniva fatta dall’inizio alla fine della scena, la conteneva completamente. Per esempio la scena della playstation durava otto minuti! Cercavo di trovare il modo di essere vicino a loro, dentro alla scena e di includere più dettagli possibili. Per esempio nella scena della festa per me era importante essere con loro, tra di loro, “dentro” alla festa. Non poteva essere fatta altrimenti. Ma ovviamente per muovermi in quel modo e con una certa naturalezza avevo bisogno di usare, per esempio, il travelling. Inoltre per fare in modo che anche lo spettatore si sentisse parte della festa da un lato dovevo essere a fianco dei protagonisti, seguirli nei loro movimenti, dall’altro anche io con la macchina da presa dovevo comportarmi come uno dei tanti presenti e dunque decidere di spostarmi e muovermi in maniera indipendente agli altri, come quando sei appunto a una festa e inizi a muoverti, a guardarti in giro. Anche per la scena della partita di calcio avevo fatto delle riprese molto lunghe ma con il calcio non funziona perché i movimenti dei giocatori e della palla sono molto rapidi e le azioni spezzate. Dunque ho lavorato molto sul montaggio e ovviamente tagliato, per dare ritmo. In ogni caso lavorare in questa maniera per me è stato anche un modo per sentirmi davvero presente in quello che accadeva. Per esempio, io faccio una gran fatica a girare un film restando seduto davanti al monitor. Anche se alla scuola di cinema ti insegnano a trovare una giusta distanza, a non essere troppo nella scena, nel dettaglio, sennò perdi l’insieme, io non riuscivo a lavorare così. Per cui, certo, ogni tanto controllavo qualcosa nel monitor, ma la maggior parte del tempo ero con l’operatore, al suo fianco, all’interno della scena per dare indicazioni.

L’impressione è che Chico e i suoi amici non possano arrestare il movimento. La fine all’interno della festa, che io trovo bellissima, ha questo brano in cui a un certo punto la musica si arresta e si sente una voce che sembra ancora una volta raccontare ciò che accade nel film, e a un certo punto nel testo c’è questa frase “Moving as in a trance, destination did not matter” (muovendosi come in trance, la destinazione non era importante) che mi sembra renda bene l’idea. In un certo senso pare non si possano fermare, quasi presi dall’inquietudine che fermandosi saranno perduti
Il brano è di Mr. G che io ascoltavo spessissimo durante il montaggio della scena della festa, che inizialmente durava settanta minuti. Finché non mi sono imbattuto in questo brano, con questa voce che sembra quasi profetica e effettivamente racconta quello che succede. E ho trovato il modo di terminare il film. Ci sono circa dieci secondi di silenzio tra la musica e l’inizio del testo recitato da questa voce. Per me quel silenzio significa qualcosa che ha a che fare con un senso di libertà, di liberazione. Certo c’è la musica, c’è la danza, e attraverso di loro ti liberi, ma c’è anche il silenzio. E quel momento è anche un momento di grande profondità per il protagonista, di coscienza. La profondità non ha solo a che fare con un processo intellettuale, ma ha anche a che fare con i sentimenti, col sentire, coi sensi. L’intelligenza e la sensibilità non sono legati solo alla cultura, al saper dare delle letture analitiche e intellettuali, anche se, certo, lo facciamo, ma a qualcosa di più umano, semplice e profondo. Essere amico di qualcuno non significa solo fare grandi discorsi coltissimi, è qualcosa di fisico, di chimico. Ha a che fare con l’empatia. Io sono felice di guardare negli occhi quella persona. Sono felice. E non ho bisogno di spiegare perché. Quando desideri qualcuno o ami qualcuno, non hai bisogno di spiegare perché. Succede e basta. E ti senti riempito e appagato da questo sentimento. Per me Verão danado doveva contenere questa sensazione.

Infatti io trovo il tuo film non solo molto vivo ma anche molto profondo e per fortuna per nulla moralista. Le esperienze, tutte le esperienze che Chico e i suoi compagni fanno, dalle ragazze, alla droga, alla festa, benché sembrino stare in una sorta di indistinzione, sono invece importanti e profonde se prese singolarmente, nel preciso istante e luogo in cui accadono
Sì, è esattamente così. Non volevo assolutamente fosse un film superficiale con personaggi superficiali. Dal mio punto di vista non lo sono in nessun modo. Ma, per esempio, quando ho presentato il film in Argentina qualcuno mi ha avvicinato per dirmi che era molto dispiaciuto per quello che avevo vissuto e che mostravo. (Ride). In Portogallo addirittura qualcuno del pubblico mi ha chiesto “Ma perché fai questo? Perché vivi in questo modo?”. Eppure io sono convinto che tutte quelle esperienze abbiano una loro profondità, una loro bellezza, una loro verità.

————————————-

[1] Canção do Engate, António Variações
Tu estás livre e eu estou livre
E há uma noite p’ra passar
Porque não vamos unidos
Porque não vamos ficar
Na aventura dos sentidos

Tu estás só, e eu mais só estou
Que tu tens o meu olhar
Tens a minha mão aberta
À espera de se fechar
Nessa tua mão deserta

Vem que o amor não é o tempo
Nem é o tempo que o faz
Vem que o amor é o momento
Em que eu me dou e em que te dás

Tu que buscas companhia
E eu que busco quem quiser
Ser o fim desta energia
Ser um corpo de prazer
Ser o fim de mais um dia

Tu continuas à espera
Do melhor que já não vem
E a esperança foi encontrada
Antes de ti por alguém
E eu sou melhor que nada

Vem que o amor não é o tempo
Nem é o tempo que o faz
Vem que o amor é o momento
Em que eu me dou e em que te dás

Annunci

2 Risposte to “Intervista a Pedro Cabeleira”

  1. […] qui bisognerebbe partire per parlare del sorprendente esordio di Pedro Cabeleira, Verão Danado, che solo per un fraintendimento potrebbe essere associato a Spring Breakers di […]

  2. […] Verão danado di Pedro Cabeleira (miglior esordio da parecchio tempo a questa […]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: