Festival de Sevilla 2017: Ver a una mujer di Mònica Rovira

9 dicembre 2017

Questo testo è uscito su Cineforum.it.

Ver a una mujer di Mònica Rovira

Potente come un colpo di fulmine, Ver a una mujer di Mònica Rovira, presentato nella sezione Resistencias del Festival de Sevilla 2017, è probabilmente tra le cose più sincere, belle e emozionanti viste nel corso di questi giorni.

Nel momento in cui si gira un film, che ha la forma del documentario (semmai ci sia ancora bisogno di fare distinzioni tra cinema di finzione e cinema documentaristico), ma ha la sostanza dell’evocazione personale, intima, ci si chiede sempre quale sia il limite, fino a dove ci si possa spingere per non cadere nella pornografia sentimentale e nel ricatto emotivo.

Con un equilibrio e una grazia sorprendenti Mònica Rovira in nemmeno un’ora racconta e mostra il desiderio, l’amore e il distacco da Sarai García, la ragazza che condivide con lei la casa e la passione per il cinema. Le due stanno scrivendo una sceneggiatura, pensando a un film possibile che ancora non ha un soggetto preciso. Mònica filma Sarai, segue le linee del suo volto imbronciato e seducente, del suo corpo. Il film a poco a poco si trasforma e prende la forma di una dichiarazione d’amore, prima, e di una resa poi, a questa ragazza misteriosa e magnetica, che è prima di tutto un’amica con cui condividere un progetto, poi l’oggetto del desiderio, e infine una mancanza difficile da accettare.

Nel corso di tutta la prima parte del film le immagini – splendide, in un bianco e nero sgranato – si mescolano e sovrappongono. Le due ragazze sembrano fondersi e con loro i volti, i corpi, la pelle. La condivisione tra le due appare totale, o meglio lo è nell’ottica della regista che si apre e si lascia letteralmente invadere dall’altra.

Improvvisamente tutto cambia, si percepisce un vero e proprio strappo, innanzi tutto nella forma. Le immagini diventano definite, precise, la macchina da presa si muove meno, e l’inquietudine sentita fin dal debutto della pellicola si concretizza.

Sarai se ne va e abbandona la compagna, senza spiegazioni. Mònica le chiede dopo un po’ di tempo di passare con lei un fine settimana in una casa di campagna per darsi finalmente una spiegazione.

L’incontro viene in maniera assai discreta, ripreso dalla videocamera della regista che trova attraverso il cinema la maniera di accettare la separazione, di superare la perdita e forse continuare a vivere.

Il linguaggio – parlato da un lato e visivo dall’altro – nel quale prendono forma la frattura e il dolore è forse l’unico modo possibile per dare un ordine, per quanto precario, al caos, per contenerlo e affrontarlo. Dopo il dialogo scarno, secco e assai duro con Sarai, Mònica, a poco a poco, inizia a definirsi come persona e come donna finalmente indipendente, a restare in piedi malgrado la sofferenza – davvero splendida l’immagine di lei che resta in equilibrio vicino al mare, spinta dalla violenza del vento.

Nel momento in cui il suo sorriso, fino a quel momento imbarazzato, pronto a trasformarsi in pianto, che trattiene a fatica, con grande dignità, mentre ascolta le parole di Sarai, diventa finalmente un riso spensierato, gioioso, quello di una persona che è di nuovo libera, è lo spettatore che inizia a piangere, lasciando andare la tensione che le immagini e il ritmo del film hanno fatto montare fino a quel momento, condividendo con la regista un’emozione che da oscura è diventata via via più chiara, netta, definita, in piena luce.

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