Festival de La-Roche-sur-Yon 2017

8 dicembre 2017

Questo testo è uscito su Cineforum.it.

Festival de La-Roche-sur-Yon 2017

Giunto alla sua ottava edizione il Festival de La-Roche-sur-Yon, ormai da quattro anni sotto la direzione di Paolo Moretti, si conferma uno degli appuntamenti più interessanti e originali nel panorama cinematografico non soltanto francese. La programmazione si costituisce in una specie di crossover tra scelte raffinate e cinefile e film totalmente mainstream che normalmente vengono presentati in anteprima internazionale.

In un Paese come la Francia che ogni settimana propone, non solo a Parigi, rassegne, retrospettive e festival sparsi sull’intero territorio – negli stessi giorni de La-Roche-sur-Yon si tenevano anche il Festival International du Film Indépendant de Bordeaux e il Festival Lumière a Lyon (secondo festival annuale diretto da Thierry Frémaux, dopo Cannes, ovviamente) – non è scontato ritagliarsi uno spazio e un pubblico non solo cittadino ma fatto di critici e appassionati di cinema.

Quest’anno accanto a A Ghost Story di David Lowery, Three Billboards di Martin McDonagh, Battle of Sexes di Valerie Faris & Jonathan Dayton, è stato possibile vedere Conte de Juillet di Guillaume Brac, Diane à les épaules di Fabien Gorgeart, Chien di Samuel Benchetrit solo per citare alcuni titoli. La forza e l’interesse di questo Festival sta nel mescolare un incontro con Saïd Ben Saïd (produttore di Elle di Paul Verhoeven e di Aquarius di Kleber Mendonça Filho) a un omaggio a Michel Gondry, i nuovi lavori di Gabriel Abrantes e Jesse McLean con Matt Porterfield e Mark Webber fino a presentare in anteprima francese quel capolavoro che è Call Me By Your Name di Luca Guadagnino, struggente melò e delicato romanzo di formazione.

Probabilmente lo spirito di un festival come quello de La-Roche-sur-Yon potrebbe essere riassunto perfettamente nella scelta di dedicare una personale, con tanto di esposizione dei suoi lavori, masterclass e proiezioni, a David OReilly, cineasta e artista irlandese poco più che trentenne.

David OReilly ha tenuto conferenze alla Pixar, a Harvard, a Yale e all’USC, i suoi lavori sono stati presentati al MoMA di New York, al Centre Pompidou di Parigi, al Frankfurter Kunstverein, a Shangai, a Taiwan, in Giappone, Canada e Australia. Noto al grande pubblico per aver prodotto il videogioco “Alien Child” col quale interagisce Joaquin Phoenix in Her di Spike Jonze, e per aver collaborato a serie quali South Park e Adventure Time, OReilly ha concepito probabilmente alcuni tra i videogiochi più geniali e visivamente stimolanti degli ultimi anni. Debitore al cinema d’autore – tra i suoi riferimenti dichiarati Tarkovsky, Paradjanov, Haneke, Jodorowsky, Bresson e Gus Van Sant – David OReilly è riuscito, grazie alle tecniche odierne e alla grande libertà espressiva, a rendere concreto ciò che Serge Daney teorizzava circa trent’anni fa, ossia che il cinema deve essere considerato come un punto di partenza e un’apertura e non come qualcosa di chiuso e fine a sé stesso. In questo senso ogni immagine ha un interesse specifico e una dignità e come tale va analizzata e studiata (basti pensare, in questo senso, agli ultimi testi di Daney sulla prima guerra del Golfo). Trafic – rivista fondata da lui e Jean-Claude Biette nel 1991 – è il risultato di questo sentimento.

A distanza di decenni non può che essere salutato con enorme entusiasmo l’esser giunti finalmente a una sintesi in cui il cinema venga utilizzato come ispirazione e fondamento per creare qualcosa di nuovo. Passando dall’analogico al digitale David OReilly mette in discussione il tempo che rompe con la struttura lineare, così ingombrante, e spazia in andirivieni – tra l’altro alla base di qualsiasi videogioco – che pur permettendo un avanzamento, lasciano una fessura aperta che diventa un luogo di interazione e di riflessione su un presente che persiste in maniera insistita. Come per molti della sua generazione OReilly incarna perfettamente un’epoca in cui il presente diventa una condizione ostinata, probabilmente la sola possibile. Tutto ciò che appartiene al passato o potrebbe essere concepito nel futuro non ha alcun senso se slegato dal presente dove trova il luogo della sua messa in scena.

Grazie all’ironia e alla negazione di qualsiasi tipo di verosimiglianza possibile (le immagini sintetiche sono costituite in maniera tale – volutamente – da essere immediatamente percepite come altro rispetto alla realtà), il mondo creato da OReilly è un mondo parallelo, uno spazio che guadagna una effettività grazie semplicemente al suo porsi in essere, ma arriva a aggiungere spazio allo spazio, tempo al tempo, immaginario a un immaginario già precostituito, senza copiarlo o doppiarlo, ma rinnovandolo e reinventandolo, creando dunque uno spazio e un tempo ulteriori che però condividono col nostro tempo e il nostro spazio gli stessi sentimenti.

In tutta l’opera di David OReilly si intuisce una specie di malinconia, non tanto legata alle azioni che si succedono e che spesso sembrano slegate tra loro rispetto a una consequenzialità di causa e effetto, ma simile alla sensazione che si prova nell’essere fluttuanti, senza un appiglio, per cui tutto il vissuto può avanzare o riavvolgersi, consapevole della futilità dell’istante vissuto, che potrebbe essere cancellato, accelerato o sovraimpresso in qualsiasi momento.

La riflessione che OReilly fa sullo spazio e il tempo, nonché sull’immaginario che rispetto a entrambi diventa il terzo elemento di bilanciamento, è tanto più importante quanto più la memoria sembra essere messa in scacco dalla velocità ottenuta dalla tecnica. L’eredità cinematografica alla quale fa riferimento appare dunque, per chi guarda, l’unico punto di riferimento, l’unica radice, da cui irradiare ogni altra esperienza. Come dire, nonostante si tenda ormai al collasso dell’immaginario nel reale, c’è ancora un resto, qualcosa che rimane, nonostante tutto.

Con grande coerenza un Festival come quello de La-Roche-sur-Yon sembra partire proprio da quel resto per tirare le fila attorno a un immaginario ancora possibile.

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