Questo testo è uscito su Cineforum.it.

Quest’anno Cineforum ha chiesto a tutti i suoi collaboratori di scrivere un breve testo su un film visto nel 2017, non uscito in sala in Italia, che abbiamo particolarmente amato. Il mio è questo.

A fábrica de nada di João Matos, Leonor Noivo, Luisa Homem, Pedro Pinho, Tiago Hespanha, diretto da Pedro Pinho
con José Smith Vargas, Carla Galvão, Njamy Sebastião, Joaquim Bichana Martins, Danièle Incalcaterra, Hermínio Amaro, João Santos Lopes, Paulo Vitorino, Rui Ruivo, António Cajado Santos, Zé Pedro, Arlindo Miguel, Boris Nunes, Euclides Furtado, Fernando Lopes

Se c’è un film che vale la pena di segnalare e vedere, e rivedere, soprattutto in Italia, dove la parola salario è scomparsa dal vocabolario e chi perde il lavoro viene pressoché emarginato dalla società o, alla meno peggio, prende il ruolo di comparsa muta in qualche programma tv d’attualità, è A fábrica de nada del collettivo Terratreme – João Matos, Leonor Noivo, Luisa Homem, Pedro Pinho, Tiago Hespanha – diretto da Pedro Pinho.

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Intervista a Pedro Cabeleira

In occasione del Torino Film Festival abbiamo incontrato Pedro Cabeleira, regista di Verão danado visto quest’estate al Festival di Locarno, tra i migliori esordi degli ultimi tempi.

In Verão danado si ha l’impressione di essere in un costante presente. L’uso che fai del tempo, che sembra estremamente consapevole ma assai naturale, permette a chi guarda di sentire una specie di espansione dell’istante, dell’adesso, quasi a cancellare passato e futuro. E non parlo tanto di un’esperienza intellettuale, che viene elaborata successivamente, ma di una sensazione fisica, la percezione del tempo che non scorre, ma si espande
In realtà ho cercato di fare in modo che tutto avvenisse in maniera assai naturale, senza prevedere all’inizio una costruzione del tempo specifica. Giravamo le scene più o meno come fossero degli happening, dunque la durata poteva cambiare. A ogni modo avevo e ho la consapevolezza che il tempo non possa essere solamente quello che calcoliamo con un orologio. Per me questo film è anche una sorta di mémoires, e sai bene che quando ricordi qualcosa ha una durata assai diversa rispetto alla durata reale di ciò che è accaduto. Per riuscire a mettere in pratica questa specie di dilatazione temporale non ho attinto solamente dal mio vissuto, dalla mia esperienza, da quella fatta con gli amici, ma anche dalla letteratura. Ho cercato da una parte di non lasciarmi condizionare dal cinema che avevo visto e amato, volevo cercare di fare qualcosa che fosse il più personale possibile, anche visivamente. Dall’altra ho pensato moltissimo a due autori che amo molto, David Foster Wallace e Thomas Pynchon. Se prendiamo Inherent Vice di Pynchon e pensiamo al suo protagonista, Doc Sportello, non riusciremmo a immaginarlo vivere in un tempo preciso e compiuto. Quello che vive e soprattutto che ricorda ha un tempo dilatato. E non solo per l’uso di sostanze, ma per il lavoro che fa sui ricordi e la memoria. Di conseguenza sul tempo. È un modo di non vivere o intendere il tempo in maniera schematica. Un po’, per certi versi, come quando ti domandi che giorno sia oggi. È venerdì e tu credi sia martedì (ride). E ne sei proprio convinto. “No, è martedì!”, insisti “non può essere venerdì”. A me capita…

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Intervista a Pedro Pinho

11 dicembre 2017

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Intervista a Pedro Pinho

In occasione del Torino Film Festival abbiamo incontrato Pedro Pinho, regista de A fábrica de nada, visto un paio di settimane prima al Festival de Sevilla 2017 (e vincitore del Festival, nonché del secondo premio a Torino).

Se ti va cominciamo dalla fine. O meglio dalla pre-fine del film. A un certo punto c’è un lungo piano sequenza, in cui Zé e il regista (Daniele Incalcaterra) stanno discutendo, che si conclude con una scena dove il dialogo tra i due riprende quello tra l’arrotino e il protagonista di Sicilia! di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet[1]
Devo premettere una cosa, ossia che questo film, questa idea di sperimentazione che si trova nel film non è mia. Il film non avrei dovuto realizzarlo io inizialmente e credo non avrei mai avuto un’idea del genere, cioè di fare un musical dentro a una fabbrica, che se vuoi è un’idea totalmente assurda e un po’ bizzarra. Dunque abbiamo iniziato con una specie di libertà un po’ incosciente, irresponsabile, cercando di pensare e di riprendere quello che noi avevamo amato nel cinema. Per cui alla fine abbiamo scritto e girato questa scena, assai poco improvvisata in rapporto al resto del film, assai classica se vuoi, in cui i due camminano praticamente verso il niente, verso il fallimento, il collasso di tutto, e volevamo però terminare la sequenza con qualcosa che desse un po’ di speranza, non dico di ottimismo, ma fare in modo che alla fine una persona non uscisse dal cinema con la voglia di spararsi (ride). Dunque, dopo la discussione in fabbrica durante la quale Zé si arrabbia poiché si rende conto che già alla prima riunione di autogestione nessuno è d’accordo con l’altro e quindi lui se ne va deluso, non sapevamo bene come far fare una specie di svolta, anche repentina, al suo personaggio, del tipo “va bene, non ne posso più, siamo nella merda, non abbiamo alcuna speranza di riuscita, ma nonostante tutto ci proviamo”. Se ti ricordi, dopo lo sfogo di Zé, che appunto non ce la fa più, è amareggiato, Daniele si volta verso di lui e gli dice “E quindi cosa resta? La ricerca della felicità? A questa credi?” e a me è venuto in mente un film di Jonas Mekas, mi pare sia Reminiscences of a Journey to Lithuania, ma non ne sono certo, dove all’inizio racconta del suo arrivo a New York e poi è a una specie di ballo, c’è la musica, e allora mi sono detto che potevamo cercare appunto qualcosa in cui le cose elementari, che ci fanno vivere, fossero presenti, in maniera semplice. L’amore per la vita, per il mondo. Quindi c’è questo movimento verso Sicilia! di Straub e Huillet e c’è questo dialogo assai poetico tra l’arrotino e il protagonista che è una dichiarazione d’amore per la vita. E c’è anche una gestualità, un modo di muoversi, che l’arrotino ha mentre parla. È quel tipo di gestualità che abbiamo cercato per la sequenza musicale, che è una specie di liberazione non fluida, è costruita. Una liberazione nella quale non ci si può liberare totalmente. Per me questi due film sono stati una specie di ispirazione un po’ strana, si sono mescolati e mi sono serviti per scene diverse.

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A fábrica de nada di João Matos, Leonor Noivo, Luisa Homem, Pedro Pinho, Tiago Hespanha, diretto da Pedro Pinho
con José Smith Vargas, Carla Galvão, Njamy Sebastião, Joaquim Bichana Martins, Danièle Incalcaterra, Hermínio Amaro, João Santos Lopes, Paulo Vitorino, Rui Ruivo, António Cajado Santos, Zé Pedro, Arlindo Miguel, Boris Nunes, Euclides Furtado, Fernando Lopes

Molto spesso i grandi film donano una pista allo spettatore già nella prima scena. A fábrica de nada, in competizione ufficiale al Festival de Sevilla 2017, si apre con una coppia che sta facendo l’amore appassionatamente ma viene bruscamente interrotta da una telefonata che lascia attonito Zé, uno dei protagonisti del film, che abbandona il letto e si precipita al lavoro. La fabbrica nella quale lavora chiude senza preavviso. I costi in Portogallo sono eccessivi, meglio delocalizzarla altrove.

Cosa mostra dunque questa prima scena? Semplicemente che il lavoro (e soprattutto la sua perdita) invade la vita privata delle persone. Un altro film presentato quest’anno, Colo di Teresa Villaverde, affronta la disgregazione familiare a partire dalla crisi economica.

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Ramiro di Manuel Mozos
con António Mortágua, Madalena Almeida, Fernanda Neves, Vitor Correia, Sofia Marques, Américo Silva, Duarte Guimarães, Ricardo Aibéo, João Tempera, António Simão, Cristina Carvalhal, Sara Carinhas, João Pedro Bénard

Ramiro possiede una libreria nel centro di Lisbona dove vende libri usati, ha un gusto letterario assai raffinato e, benché non ami gli venga ricordato, è un poeta (dopo la pubblicazione di un volume coi suoi versi non è più stato in grado di scrivere una riga).

Il protagonista dello splendido film di Manuel Mozos non ha nulla del poeta maledetto, e tanto apprezza la letteratura colta e ricercata – e è insofferente al successo di autori alla moda ma privi di qualsiasi talento – quanto la sua vita sembra un avvicendarsi di situazioni da telenovela latina.

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Intervista a Manuel Muñoz Rivas (regista, sceneggiatore, montatore) e Mauro Herce (direttore della fotografia, co-sceneggiatore) – El mar nos mira de lejo

Vedendo El mar nos mira de lejo ho pensato ci fossero tre tempi “raccontati”. Il tempo reale e lineare, quello interiore, dunque dilatato, e quello del lavoro, delle mansioni ripetute e quotidiane
Manuel: Non sono sicuro di essere consapevole di questa tripartizione, ma mi sembra un buon punto per iniziare a discutere del tempo. In effetti il tempo è il soggetto principale di questo film. Probabilmente è il soggetto principale di ogni nostro film. Benché senza la consapevolezza con la quale tu tripartisci il tempo, l’idea iniziale era quella di avvicinarsi al mondo concreto, materiale, reale se vuoi, e alla sua trasformazione nel corso delle stagioni e dunque grazie al passare del tempo. C’è anche una specie di ricordo che aleggia, di memoria, dei primi abitanti di quel luogo, inoltre c’è anche il mito possibile di questa città leggendaria, nascosta sotto la sabbia. Quindi c’era di base la volontà di mettere in relazione la micro-storia e il tempo che la cadenza, relativa alla vita di ognuno, alle loro attività quotidiane, con la macro-storia, la Storia con la S maiuscola, quella dei grandi cambiamenti, dei grandi movimenti nel mondo, quindi il tempo storico. Nel film abbiamo cercato di rendere visibile ciò che era invisibile. Ci sono poi queste presenze fantasmatiche, quasi fossero un monito della fugacità del tempo, e c’è una specie di porta aperta sull’aldilà e su quello che potrà arrivare in un futuro prossimo. Per esempio la ragazza incinta, in attesa di un figlio, oppure la costruzione piuttosto geometrica e moderna, che si vede verso la fine del film. Sono entrambi immagini che rimandano a futuro. Ma il futuro a un certo punto sarà colui che ospiterà le rovine del presente. In un certo senso chi vive oggi, nel presente, oppure i luoghi che abitiamo, un domani saranno a loro volta fantasmi, rovine. Il presente diventerà passato, una volta che saremo nel futuro. C’è anche un sentimento di melancolia, poiché è come se nel film si percepisse il desiderio di trattenere qualcosa che se ne sta andando, sta svanendo.

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Ver a una mujer di Mònica Rovira

Potente come un colpo di fulmine, Ver a una mujer di Mònica Rovira, presentato nella sezione Resistencias del Festival de Sevilla 2017, è probabilmente tra le cose più sincere, belle e emozionanti viste nel corso di questi giorni.

Nel momento in cui si gira un film, che ha la forma del documentario (semmai ci sia ancora bisogno di fare distinzioni tra cinema di finzione e cinema documentaristico), ma ha la sostanza dell’evocazione personale, intima, ci si chiede sempre quale sia il limite, fino a dove ci si possa spingere per non cadere nella pornografia sentimentale e nel ricatto emotivo.

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LA ISLA di Miguel Rodríguez

All’interno della sezione Resistencias, riservata ai documentari, il Festival de Sevilla 2017 ha presentato un piccolo gioiello (55 minuti) realizzato dallo sguardo delicato di un bambino diventato ormai adulto di fronte a un padre che ai bambini ha dedicato la propria vita.

Miguel Rodríguez, giovane regista di trent’anni, grazie all’utilizzo di materiali video in super 8 e VHS, reperiti alla TV e dalla videoteca familiare, riporta alla luce, con pudore e dolcezza, il periodo in cui il padre, Jose Luís Rodríguez, lavorava al Barrio Sésamo: La isla de Flora, un programma della televisione andalusa durante il quale, assieme a altri due colleghi, insegnava ai bimbi a disegnare e a fare piccoli lavori con la carta e la stoffa. Tutti i bambini che hanno frequentato un asilo e successivamente la scuola elementare, ricordano l’impegno e la tremenda creatività spesa per i “lavoretti” per il Natale, le feste della mamma e del papà, il Carnevale, la Pasqua, che venivano poi portati ai genitori, con grande soddisfazione degli autori, che nel prepararli avevano più e più volte sporcato qualsiasi indumento indossato con colla, tempere e pennarelli indelebili, e grande terrore degli adulti, avendo ormai la casa piena di posaceneri dalla forma incerta ma dai colori sgargianti, ovetti abbelliti da nastri e paillettes, fiori di carta, che avrebbero raccolto, nell’arco di due giorni, tutta la polvere del quartiere.

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Festival de La-Roche-sur-Yon 2017

Giunto alla sua ottava edizione il Festival de La-Roche-sur-Yon, ormai da quattro anni sotto la direzione di Paolo Moretti, si conferma uno degli appuntamenti più interessanti e originali nel panorama cinematografico non soltanto francese. La programmazione si costituisce in una specie di crossover tra scelte raffinate e cinefile e film totalmente mainstream che normalmente vengono presentati in anteprima internazionale.

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