e ti vengo a cercare: mia madre

21 dicembre 2015

Questo testo è uscito sul numero 545 di Cineforum.

Mia madre di Nanni Moretti con Margherita Buy, Nanni Moretti, John Turturro, Giulia Lazzarini, Beatrice Mancini, Stefano Abbati, Enrico Ianniello, Anna Bellato, Tony Laudadio, Lorenzo Gioielli, Pietro Ragusa, Tatiana Lepore, Monica Samassa, Vanessa Scalera, Davide Iacopini, Rossana Mortara, Antonio Zavatteri, Camilla Semino, Domenico Diele, Renato Scarpa

Ma tu l’avrai capito quanto ti volevo bene?
Perché l’hai fatto?
Ora chi ci pensa a me?

Don Giulio, La messa è finita

mia madre 1Chiunque da bambino, almeno una volta, ha fatto il pensiero che i propri genitori potessero non morire mai e che la situazione ovattata, di protezione e sicurezza, che la presenza della madre e del padre assicurava, fosse eterna. La scoperta della loro fallibilità e soprattutto della loro impotenza di fronte al dolore e alla fine rimane, con ogni probabilità, una delle esperienze più traumatiche vissute nel corso dell’infanzia. Poi tutti – chi più chi meno – diventano adulti, magari hanno figli a loro volta, decidono di prendersi e accettare delle responsabilità, nel lavoro come nella vita di tutti i giorni, trovando una certa indipendenza, rafforzandosi, ma dando comunque per scontata l’esistenza dei genitori. Il precario equilibrio raggiunto inizia a sfasciarsi nel momento in cui i due cominciano a invecchiare, ammalarsi e avvicinarsi all’addio. “Mamma e papà invecchiano, e io non lo sopporto” (Don Giulio in La messa è finita, 1985, Nanni Moretti).

Se Habemus Papam (2011) era, in fondo, un film sull’incapacità e la paura di diventare padri e mia madre 2sul silenzio di dio – da intendersi come ciò che spinge e sostiene l’uomo nel suo impegnarsi in azioni radicali, imponenti, coraggiose – Mia madre è un’opera sulla condizione dell’essere e del sentirsi sempre figli.

Il cardinal Melville, che rifiuta il ruolo del Padre per eccellenza, ha l’ambigua portata di chi, da un lato, compie un grande gesto di umiltà – il suo non riconoscersi degno della carica e del peso che gli vengono affidati è un monito per tutti coloro i quali accettano con leggerezza il potere, magari sgomitando per ottenerlo, e è un elogio all’imperfezione e al dubbio – e dall’altro è incapace di diventare adulto, condizione che condivide con tutti i personaggi di Habemus Papam: un mondo popolato di soli figli bisognosi di essere accuditi. “Mi sentivo al sicuro da piccolo, perché sapevo che c’eri tu. È bello essere bambini, non avere responsabilità, e nessuno che ti chiede niente” (Don Giulio in La messa è finita).

mia madre 5Margherita, la protagonista di Mia madre, ha invece una figlia ma di fronte al deperimento della figura materna si ritrova spaesata, come fosse ancora una bimba: continua, incredula, a farsi spiegare dal fratello le condizioni di salute della donna, non accetta la diagnosi dei medici, spera, in maniera del tutto irrazionale, benché umana, in un impossibile miglioramento. Margherita è una regista che sta girando un film chiaramente “sbagliato”, che forse non sente nemmeno suo, ma che la tiene in salvo, lontana dal dolore, anestetizzata. È una donna in crisi che condivide col cardinal Melville quella che lui chiama una “sinusite psichica”, un caos esistenziale che non le permette mai di essere presente a se stessa, ma sempre un po’ spostata, a lato (come lei solitamente suggerisce agli attori nei confronti dei personaggi che interpretano): “Ma perché continuo a ripetere le stesse cose da anni? Tutti pensano che io sia capace di capire quello che succede, di interpretare la realtà. Invece io non capisco più mia madre 6niente”. Anche Giovanni, il fratello, nonostante appaia più maturo della sorella – prepara cibo sano alla madre, la accudisce quotidianamente, essendosi messo in aspettativa dal lavoro, parla coi medici mantenendo un comportamento assennato – finisce per entrare in crisi, tanto da licenziarsi definitivamente dall’azienda nella quale era impiegato, senza curarsi dell’avvicinarsi dei sessant’anni, e arrivando a sua volta a ripetere “io non capisco più niente”.

mia madre 7La nostalgia che pervade il film di Moretti, alleggerita con grande intelligenza dalle scene esilaranti in cui è presente Barry Huggins – attore hollywoodiano, infantile e capriccioso –, non ha solo a che fare con la perdita della madre, ma con la dolcezza struggente che si prova talvolta guardando le foto di quando si era bambini: è la sensazione di aver perduto qualcosa (non solo la giovinezza), che è scivolata via senza alcuna consapevolezza, e il dolore diventa fisico, e mia madre 8sordo. “Le merendine di quand’ero bambino, i pomeriggi di maggio, non torneranno più (…) mia madre non tornerà più” (Palombella rossa, 1989, Nanni Moretti).

Rimangono i ricordi, l’immaginazione dei ricordi. Non c’è mai uno stacco tra ciò che accade realmente, i sogni, e quel che Margherita immagina o ricorda. Nella bellissima sequenza in cui la donna, passeggiando, scorge una fila interminabile di fronte al cinema Capranichetta (ormai dismesso) per Der Himmel über Berlin (Il cielo sopra Berlino, Wim Wenders, 1987) e in cui ritrova la madre, il fratello e se stessa ancora ragazza col fidanzatino di allora, è l’emblema di quel che non solo la protagonista, ma una città, Roma, e una nazione hanno perduto: l’amore per il cinema, la formazione cinefila, la memoria per un’epoca ormai scomparsa. Non è un caso che lo stesso Barry soffra di problemi di memoria, non rammentando né volti né battute, quasi a voler rimarcare come la perdita dei ricordi mandi in pezzi un mondo: le foto e mia madre 11i bigliettini che Huggins usa per ricordare e che lui compone come un puzzle caotico sono tracce confuse di una realtà che non appare più come tale, una sagoma confusa dietro a un vetro smerigliato, di cui forse si riesce a cogliere a malapena i contorni. “Back me to reality!” urla a un certo punto, come se, abituato a recitare dentro e fuori dal set, avesse perso la sua identità e, di conseguenza, vedesse svanire tutto ciò che attraversa e lo circonda, come quando si smontano le scene nei teatri di posa e, dove prima c’era una casa, una strada o un albero, non rimane nulla.

mia madre 10Non è diversa la situazione di spaesamento che vive Margherita, quasi il suo mondo, con la morte della madre, perdesse di senso, venisse a crollare. E mentre lei entra sempre più in crisi, l’anziana donna, nonostante la malattia, aiuta la nipotina a studiare latino – avendolo per anni insegnato al liceo – dimostrando una dedizione e un amore per il proprio lavoro che fungono da monito e da esempio. “No, adesso tu mi devi spiegare a cosa serve il latino!” chiede la ragazzina alla protagonista che non sa bene cosa rispondere. Una lingua morta, desueta, che serve alla struttura logica ma che diventa inapplicabile al caos in cui vivono tutti mia madre 12i personaggi. “Lucrezio, Tacito… che fine faranno tutti quei libri?” domanda Margherita (in realtà riflettendo a voce alta) a Barry, che non può comprendere quel che dice, non parlando la sua lingua.

Dopo l’evaporazione del padre in Habemus Papam, con la scomparsa della madre svanisce la memoria –  il latino che nessuno parlerà più, i libri rinchiusi negli scatoloni, il cinema del centro ormai dismesso – e di conseguenza anche la mia madre 13spinta verso il futuro: “A cosa pensi mamma?” “A domani”. Quella che resta, dunque, è una società di orfani in un reiterato presente, senza un Altro con cui confrontarsi, nella quale verrà meno la dialettica, l’identità andrà perduta con la memoria, lo spaesamento ridurrà e smorzerà le azioni, le narrazioni si faranno più sfilacciate, fino a scomparire.

“Questi ultimi anni dell’era postmoderna mi sono sembrati un po’ come quando sei alle superiori e i tuoi genitori partono e tu organizzi una festa. Chiami tutti i tuoi amici e metti su mia madre 14questo selvaggio, disgustoso, favoloso party, e per un po’ va benissimo, è sfrenato e liberatorio, l’autorità parentale se n’è andata, è spodestata, il gatto è via e i topi gozzovigliano nel dionisiaco. Ma poi il tempo passa e il party si fa sempre più chiassoso, e le droghe finiscono, e nessuno ha soldi per comprarne altre, e le cose cominciano a rompersi o rovesciarsi, e ci sono bruciature di sigaretta sul sofà, e tu sei il padrone di casa, è anche casa tua, così, pian piano, cominci a desiderare che i tuoi genitori tornino e ristabiliscano un po’ di ordine, cazzo…

mia madre 15Non è una similitudine perfetta, ma è come mi sento, è come sento la mia generazione di scrittori e intellettuali o qualunque cosa siano, sento che sono le tre del mattino e il sofà è bruciacchiato e qualcuno ha vomitato nel portaombrelli e noi vorremmo che la baldoria finisse. L’opera di parricidio compiuta dai fondatori del postmoderno è stata importante, ma il parricidio genera orfani, e nessuna baldoria può compensare il fatto che gli scrittori della mia età sono stati orfani

letterari negli anni della loro formazione. Stiamo sperando che i genitori tornino, e chiaramente questa voglia ci mette a disagio, voglio dire: c’è qualcosa che non va in noi? Cosa siamo, delle mezze seghe? Non sarà che abbiamo bisogno di autorità e paletti? E poi arriva il disagio più acuto, quando lentamente ci rendiamo conto che in realtà i genitori non torneranno più – e che noi dovremo essere i genitori” (Breve stralcio da un’intervista rilasciata da David Foster Wallace a Larry McCaffery per la “Review of Contemporary Fiction” nell’estate del 1993).

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3 Risposte to “e ti vengo a cercare: mia madre

  1. […] che però è in grado di regalare gioia e saggezza a chi le sta vicino non è certo nuova. Anche Mia madre di Nanni Moretti, in fondo, trova nella madre morente l’ultimo appiglio possibile a radici e a un […]

  2. […] Mia madre di Nanni Moretti si apre con una manifestazione di lavoratori di una fabbrica che stanno per perdere l’impiego. La scena si interrompe quasi subito perché Margherita Buy, la regista del film nel film, non è contenta della riuscita della breve sequenza. Quel che la donna sta girando, in balia di una crisi personale, è chiaramente un film brutto e sbagliato, la classica pellicola militante, piena di retorica e di luoghi comuni, che mostra in maniera semplificata la realtà, privandola di conflitti più sottili, scordando che al campo serve un controcampo (come insegna ancora Godard) affinché ci sia dialettica. E serve anche un fuoricampo. […]

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