33. torino film festival: intervista a carmit harash

9 dicembre 2015

Questa intervista è stata pubblicata su Cineforum.it.

Carmit Harash ha presentato Où est la guerre nella sezione TFFdoc del 33. Torino Film Festival

Carmit Harash 1Où est la guerre è un film incredibilmente profetico, soprattutto alla luce dei tragici fatti del 13 novembre a Parigi.
C’è stata una vera preparazione per questo film. Ho parlato davvero con moltissima gente. Ho iniziato a girare nel 2012. Ma già negli anni prima avevo sentito qualcosa, che quest’idea che tutto andasse bene fosse pura apparenza. Era impossibile non ci fossero problemi. Dov’è, mi domandavo, il problema? E, come ho detto anche all’incontro fatto alla fine del film, ho trovato moltissima resistenza. Alle persone con cui ho parlato chiedevo sempre “Secondo te qual è il problema numero uno in Francia oggi?” e tutti a rispondermi “Ah boh, è l’economia”. E io dicevo “L’economia? Ma questo è un problema che c’è dappertutto. Non è un problema solo della Francia”.


Hai avuto problemi con tutti a parlare, o con le persone appartenenti a una classe sociale più povera è stato più semplice?
Prima di tutto i miei amici non sono che poveri. E però non ho parlato solo con i miei amici ma con ogni persona che incontravo. E quando interpellavo i francesi, diciamo “classici”, cioè bianchi, ecc., non volevano parlare. Bisognava fare davvero dei grandi sforzi per iniziare la discussione. Non volevano affrontare questo argomento.
Anche i parigini, i francesi, “impegnati”?
Sì. Perché ho toccato un argomento che… Per esempio, c’è una ragazza di origini indiane, Michelle, che è un’attivista di sinistra, impegnata nelle questioni ecologiche, e anche con lei e nel suo gruppo, con gente di questo tipo, era difficile parlare. E ho anche amici attivisti che non abitano a Parigi, che abitano a Saint Denis, nella banlieue, e camminano per strada, e salutano tutti gentilmente, mangiano biologico, sono ecologisti, e mi dicono “Ah qui è come stare in un piccolo villaggio” e io dicevo “Sì, un piccolo villaggio di bianchi”. E anche nelle città dove ci sono popolazioni differenti, i vari gruppi etnici non hanno contatti tra di loro. I francesi hanno il problema della laicità, per esempio. Pensano che poiché sono laici non hanno nulla in comune con gente religiosa, gente musulmana, per esempio. Ma quelle persone sono i poveri d’oggi. “Ah, ma sono praticanti!” E allora? Niente, non possono parlare con loro, avere delle cose in comune con loro, perché si sentono separati da loro, perché questi sono credenti. E anche questo contribuisce alla separazione. Perché di base hanno delle cose in comune! Degli interessi economici, degli interessi sociali. Sono talmente “laici” da non voler parlare nemmeno con i cattolici praticanti. E questo è un po’ un modo di voler spingere gli altri, oggi, a adattarsi alla laicità. Come se tutto il mondo dovesse allinearsi al loro modo di vedere le cose. Ma questa è la vita privata di ognuno, e ognuno deve poter scegliere liberamente. Dunque non riescono a avere un dialogo.
Tu hai avvertito della frustrazione tra queste persone che non riescono a parlare tra di loro?
Ho fatto una proiezione “test”, c’era un pubblico di sinistra, attivisti, e c’erano anche persone di origine araba, nate in Francia. E quello che si è riprodotto alla fine del film è esattamente ciò che vedi nel film. Cioè la separazione che vedi all’interno del film è la stessa che si è creata tra il pubblico. I francesi “bianchi” dicevano “Non abbiamo capito il film, sono loro che non vogliono integrarsi”. E i francesi di origine araba che gridavano “Ma noi siamo francesi! E voi ci chiedete di tornare a casa nostra! Ma questa è casa nostra!”. Io non l’ho specificato alla proiezione qui a Torino, ma tutto quello che ho filmato, l’ho filmato prima della strage a “Charlie Hebdo”. C’è solo una scena filmata dopo, cioè la scena nel bus in cui si vede una grande scritta “Je suis Charlie”. Ma è la sola. Quindi il problema c’è, è là. Era là anche prima. E alla proiezione “test” ho mostrato una versione che ancora non conteneva quell’ultima scena, perché ho mostrato il film prima di Charlie Hebdo e, subito dopo quello che è capitato a gennaio, alcuni che avevano visto il film mi hanno chiamato e mi hanno detto “Dopo l’attentato ho pensato immediatamente al tuo film”. Perché tra gente che si sente frustrata, disperata, perduta, il terreno è fertile. E quindi bisogna trattare il suolo. Perché il suolo è fertile per il reclutamento. Dunque è il suolo che va trattato. Io penso che un primo passo sia arrivare a parlarsi, aprire un dibattito. Dobbiamo cominciare a cambiare un po’ la nostra visione delle cose.
Molti hanno parlato di questa cosa che, uscendo dallo  Stade de France, a Saint-Denis, la gente ha cantato la Marsigliese, che comunque è una canzone di guerra, assai violenta.
Un po’ come tutti gli inni nazionali. Nel film, quando cantiamo la Marsigliese, prima della partita di calcio, il secondo grado di lettura voleva essere cantare la Marsigliese con un accento (Carmit Harash è francese, originaria di Israele). Amo molto rivoltare i cliché del nazionalismo. Questo film appartiene a una trilogia e nel film successivo vorrei integrare questo secondo livello di lettura facendo sentire frasi come “Vive la République et vive la France!” sempre utilizzando l’accento.
Nel tuo film hai davvero stravolto i cliché. Per esempio nella scena in cui il tuo compagno legge Le chevelure di Charles Baudelaire…
Ah, certo, quella è l’esotizzazione dello straniero.
Carmit Harash 2E poi tu rovesci la cosa, traducendo in francese alcune frasi di Toxic di Britney Spears, piuttosto sensuali, e lui crede sia un’altra poesia di Baudelaire…
Sì (ride), quella è stata un po’ la vendetta contro “oh, wow, la grande poesia francese”. Amo Baudelaire, ma anche nel suo caso ne è stato fatto un cliché. Chiaramente è uno scherzo sull’ostentazione, sulla boria. Bisognerebbe essere un po’ più critici. E quindi ho tradotto in francese la canzone, e sai quell’atteggiamento “ah, la poesia”… Insomma, sì, era una vendetta contro tutta questa posa. Io penso che si possa parlare in maniera politica, senza essere pretenziosi.
In Francia c’è questa cosa dei funzionari. Funzionari per qualsiasi ambito. Funzionari del pensiero, funzionari della creazione, ormai ci sono i funzionari della rivoluzione. Insomma, è un “impegno” molto meccanico, non spontaneo. E tutti, se parli di politica, ti dicono “Ah ma io non sono un esperto”. Ma bisogna essere esperti per parlare in maniera politica? No, è qualcosa che ci riguarda tutti. È la nostra vita. O la nostra morte, oggi, come abbiamo ben visto. C’è, per esempio, un’altra scena, girata a Parc Monceau con “il richiamo alla preghiera”, che è proibito in Francia, e che ovviamente non c’era, ho aggiunto io il sonoro della Moschea al-Aqsā di Gerusalemme alle immagini. Ho manipolato molto i suoni della città di Parigi per mettere lo spettatore francese-francese in una situazione di disagio, in maniera tale che non si senta a casa sua, benché in un ambiente che conosce perfettamente, volevo che per una volta si sentisse straniero in casa. L’idea dell’arabo, poi… I francesi hanno sempre paura di essere invasi dagli arabi. È il loro incubo. E poi sì, questa cosa di manipolare molto i suoni: Palais Royal e invece siamo a Barbès. Tutto questo è fatto per rendere destabilizzante un ambiente molto conosciuto, molto familiare. E anche per dire Barbès = Palais Royal. Ma è sottile, ovviamente, non vuole essere shockante.
Ho trovato molto divertente la sequenza col filosofo, a cui tu chiedi di Descartes, in maniera anche un po’ aggressiva, e poi alla fine lui ti invita a cena e, in effetti, è chiaro che ci stia provando, un vero cliché
La volontà è infatti di rendere visibili i cliché e decostruirli.
Questo ti porta anche a essere più lucida, più libera, anche di intuire qualcosa in anticipo.
Nel prossimo film che farò c’è già una scena, l’ho già girata cinque mesi fa – perché io lavoro così, faccio un programma, ma sono sempre pronta alla sorpresa -, nei café dove sono stati fatti gli attentati del 13 novembre. Il quartiere tra Bastille, République, rue Voltaire, è un quartiere non ricco, ma anche molto borghese, diciamo bobo (bourgeois bohémien). Ma Place de la Bastille è una zona molto popolare. Per esempio c’è un Café Indiana (catena di café con prezzi accessibili) in Place de la Bastille. E se oggi mi chiedo quali sono i locali popolari, beh, non sono più i café parigini con la terrasse, no, i locali popolari sono i McDonald’s. È quello il ristorante, il bistrot popolare. E non è nemmeno più popolare la baguette o la fisarmonica. Se un uomo porta fuori la propria fidanzata magari la porta all’Indiana, che è un po’ più carino (e un poco più caro) del McDonald’s. Questi sono i locali davvero popolari. I café con la terrasse sono per i bobo o per i turisti.Pensi ci sia una violenza costante e trattenuta? Per esempio nelle metropolitane, la gente non si guarda in faccia, la faccia in basso e sembra però sia tutto lì pronto a esplodere, in un certo senso.
Questo si sente molto nelle metropoli. Per esempio a Parigi bisogna inserire un codice prima di entrare addirittura nell’androne di un palazzo, di un condominio. Prima si poteva entrare tranquillamente, cioè c’era il portone, ma non un’ulteriore barriera. E anche negli spazi urbani, condivisi, lo si nota. Per esempio, se oggi in metropolitana qualcuno che non conosci si mette a parlare con te, si pensa subito che debba essere per forza un pazzo. Lo si prende per folle. Una volta un signore che era di fronte a me ha iniziato a parlarmi, a dirmi qualcosa sui miei capelli, ovviamente non era un pazzo, solo una persona gentile. E io mi sono detta “Beh, ma che cosa ci sta capitando? Abbiamo perduto l’abitudine a comunicare gli uni con gli altri, anche per piccole cose”. In questo delirio di sicurezza, di codici, tutto viene chiuso. Pensa anche al Louvre. Era uno spazio aperto negli anni Ottanta. Hanno iniziato a mettere barriere di sicurezza ben prima degli attentati. C’è questo processo di protezione, di sicurezza. Videocamere ovunque. E poi dopo guarda dove sono stati fatti gli attentati un paio di settimane fa. Come proteggi le strade, i café, le sale da concerto? Bisognerebbe risolvere i problemi di fondo. E non dico non ci siano problemi di ordine geo-politico, certo che ci sono, ma c’è anche il problema che la Francia non è unita e i francesi non si parlano (e gli attentatori erano francesi). Per esempio è molto raro che un arabo-israeliano attacchi un ebreo-israeliano. La violenza è tra israeliani e palestinesi. Ma gli israeliani non si attaccano tra di loro se hanno la stessa nazionalità, anche se sono arabi e ebrei. E dunque è piuttosto grave se siamo arrivati al punto che un francese uccida un altro francese in maniera così fredda e crudele. Inoltre penso sia un grave errore credere che questo sia un conflitto religioso. Il problema non è religioso.
Carmit Harash 3Dopo gli attentati alla redazione di “Charlie Hebdo” e all’Hyper Cacher, in molti credo, dopo un primo momento di trauma, si siano sentiti in un certo senso in salvo, pensando “io non faccio satira, non sono ebreo, non attacco i musulmani, non mangio kosher, dunque non sono un bersaglio”.
Per questo io ho trovato gravissimi quegli attentati. Perché io non mi sono mai sentita “in salvo”, ma parte in causa. Io non sono giornalista, non mangio kosher, ma sono parte in causa della cosa, non mi sento esclusa, in salvo. Ma subito dopo i fatti di gennaio, per esempio, c’è stato un momento in cui gli stessi francesi, nei confronti degli ebrei, hanno avuto un’apertura. “Ah, anche loro fanno parte della Francia, pur avendo le scuole ebraiche”, che comunque sono scuole francesi. E poi basta. E siamo ritornati alla vita normale troppo velocemente. E questo “non è normale”. Per esempio dopo l’11 settembre – certo Charlie Hebdo non è stato “spettacolare” come l’11 settembre, ma trovo che l’11 settembre francese sia stato quello – è iniziato un dibattito negli Stati Uniti e continua ancora oggi. Mentre in Francia si è dimenticato troppo in fretta.
Osservando i video di quelli che hanno rivendicato gli attentati a me sembrano, per il modo di guardare la macchina da presa, di sorridere, di ammiccare, pienamente occidentali.
Esattamente. Ho guardato i video di Daesh, su Internet, e in effetti è così.
L’impressione è comunque quella di qualcuno che, quando si presenta, si mette in scena.
Certo. E d’altra parte c’è un sacco di gente che si mette in scena costantemente. L’Occidente si mette in scena, Daesh si mette in scena. C’è molta manipolazione. E quindi le due cose non sono separate, ma molto mescolate. Inoltre una questione importante è, per me, chiedersi come sia possibile che gente immigrata, che però si è trasferita in Francia tre generazioni fa, dunque francese a tutti gli effetti e da tempo, sia ancora percepita come straniera. Come puoi esigere che gente nata in Francia e francese si debba “integrare”. Dove si integra, esattamente? È nata là, è casa sua. Negli Stati Uniti, per esempio, è differente. C’è del razzismo, certo, ma anche chi soffre del razzismo altrui si percepisce e è percepito comunque come americano. Questo non viene mai messo in dubbio. Un americano di colore può probabilmente soffrire del razzismo di altri, ma nessuno mette in discussione, mai, il suo essere americano. Dovremmo forse cercare di aprire un po’ il nostro campo di visione. Guardarci un po’ intorno. E smetterla anche con la retorica di questi ultimi giorni. Certo, siccome l’economia di café e bistrot per qualche giorno è crollata, capisco il richiamo alla vita e al tornare alla vita normale, andare al ristorante, camminare per la strada, che è giusto, ovviamente. Ma il dire “noi siamo più forti di loro” perché continuiamo a andare nei café e nei ristoranti, è una sciocchezza. L’esercito francese è più forte di Daesh, ma un cittadino disarmato, seduto a un café, non è più forte di un terrorista armato. Bisognerebbe smettere questa retorica, anche un po’ manipolatoria, che magari serve a “dar coraggio” ma mi pare non aiuti molto il dialogo.

La prima foto è di Colin Clarke

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Una Risposta to “33. torino film festival: intervista a carmit harash”

  1. […] visto Où est la guerre di Carmit Harash a poco più di una settimana dagli attentati di Parigi, rende il film, già di per sé estremamente […]

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