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Trois souvenirs de ma jeunesse di Arnaud Desplechin con Quentin Dolmaire, Lou Roy-Lecollinet, Mathieu Amalric, Elyot Milshtein, Pierre Andrau, Lily Taieb, Raphaël Cohen, Clémence Le Gall, Ève Doé-Bruce, Théo Fernandez, Yassine Douighi, Mélodie Richard, Éric Ruf, André Dussollier, Antoine Bui, Olivier Rabourdinm, Françoise Lebrun

trois souvenirs de ma jeunesse 1Nel corso della vita talvolta capita di sentirsi esiliati da se stessi. Sono brevi episodi, in alcuni casi addirittura piacevoli, quasi ci si potesse prendere una piccola vacanza dal personaggio che ognuno di noi si è costruito negli anni. Ovviamente le cose cambiano quando la condizione di esilio è permanente e, in maniera contorta, l’esilio non è imposto ma cercato sistematicamente.

Paul Dédalus – figura ricorrente nel cinema di Desplechin, così come la maggior parte dei personaggi che popolano i suoi film, colti in una costante situazione di conflitto – torna a Parigi dopo aver trascorso diversi anni in Tadjikistan. Un problema coi documenti lo costringe a ripensare a alcuni momenti della sua giovinezza. Il pretesto dichiarato dello scambio e della perdita di identità – ancora adolescente Paul, in gita scolastica nell’ex URSS, aveva donato il suo passaporto a un ragazzo che, grazie alle nuove generalità, avrebbe trois souvenirs de ma jeunesse 2potuto raggiungere Israele – serve al regista per indagare il “cuore fanatico” di un uomo in fuga dalle sue radici – dalla madre, che soffre di depressione, dalla sua città natale, Roubaix, dal suo Paese e dalla sua lingua: Hannah Arendt diceva che la lingua di un uomo è la sua patria, e Paul Dédalus studia lingue diverse con una certa facilità, e scrive e parla di continuo.

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Albert Serra è l’artista invitato dall’Istituto Ramon Llull a Venezia, in occasione della 56. Esposizione d’Arte. Nel Padiglione della Catalogna, curato da Chus Martínez, presenta Singularity, una video-istallazione composta da 5 schermi in cui frammenti di un film di circa 12 ore sembrano dialogare tra loro sul momento di passaggio tra un’umanità che sta diventando macchinica e delle macchine che potrebbero, alla fine, umanizzarsi.
L’incontro con Serra, per l’inaugurazione di Singularity, è stato anche l’occasione per parlare del suo cinema e dei suoi lavori precedenti.

Singularity 1In Sigularity c’è una transizione tra due epoche, tra due momenti dell’umanità…
Sì, il progetto che ho scelto ha a che fare con questo tempo, col termine “singolarità”, col ruolo che le macchine avranno nel futuro. Ha a che fare con questo cambiamento, con la perdita della centralità del corpo, che a me interessa molto, poiché i miei film precedenti erano sempre focalizzati sul filmare le persone, i loro corpi, che è una vera e propria ossessione per me, e ora mi sono detto “va bene, andiamo avanti” e allora ho cercato di creare della finzione partendo dal nulla, di creare un tempo reale, e credo che qui ci sia molta più “performance”,o qualcosa di molto più vicino alla performance, rispetto a tutto quello che ho fatto prima. La mia sfida era di fare della finzione partendo da una materia, da un soggetto che, ovvio, era Singularity 2questo. E allora mi sono detto: perché non i minatori, perché non la prostituzione, il cui soggetto è il corpo, per me così importante, l’oro, la ricchezza, la corruzione, lo sfruttamento (in Singularity tutti i personaggi sono implicati in un lavoro fisico e sono ossessionati non tanto dal denaro, semplice “carta nominale”, quanto dall’oro, dunque da ciò che ha un valore intrinseco e che rende concreto il valore delle banconote, ndr), poiché in 12 ore puoi affrontare lo sfruttamento e la prostituzione del corpo e del lavoro e la volontà di ottenere soldi facilmente, la competizione tra i proprietari, in varie declinazioni. E poi, oltre a questo lavoro più approfondito sulla performance, mi è piaciuto concentrarmi su Singularity 3certi dettagli, più legati al mio classico universo cinematografico, alle mie immaginazioni. Forse c’è un approccio meno concettuale, rispetto ai miei lavori precedenti. E questa forse è la differenza principale. Ci sono le immagini in movimento, nella loro interezza… La possibilità di creare un nuovo mondo con le immagini. Questo può essere indisponibile, ma è reale e organico. E questo è il mio piacere, questo tipo di creazione. La mia materia sono le persone, lì sta il mio interesse principale. Le persone e il tempo. Mentre filmo ma anche nel montaggio, nel lavoro di postproduzione. Per dOCUMENTA, per esempio, avevo fatto questo lavoro un po’ megalomane, 101 ore di filmato (The Three Little Pigs), mescolando Hitler, Fassbinder e Goethe, per più di tre mesi ogni giorno avevo filmato un’ora. E per me questo è il punto: il tempo e le persone. A volte persone a me vicine, a volte persone sconosciute, cerco di trovare una mediazione, di moderare quello che si viene a creare anche con diversi materiali, da quelli più comuni o banali ai classici elementi: l’aria, l’acqua…

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