l’unica donna per bene è una donna morta: die puppe

26 marzo 2015

Questo testo è uscito su Cineforum.it.

Die Puppe di Ernst Lubitsch con Ossi Oswalda, Victor Janson, Hermann Thimig, Max Kronert, Gerhard Ritterband, Marga Köhler, Jakob Tiedtke, Josefine Dora, Paul Morgan, Hedy Searle, Arthur Weinschenk

die puppeNonostante Ernst Lubitsch declini in Die Puppe (La bambola di carne, 1919) la tematica dell’automa in maniera comica e lieve, lavorando con arguzia sulla sceneggiatura e lasciando gli sprazzi d’inquietudine alla messa in scena espressionista, di fronte a questo capolavoro del cinema muto si rimane spiazzati per la modernità dell’opera e per la capacità del regista di trovare un equilibrio perfetto tra i toni della commedia e il turbamento: Lubitsch, con grazia quasi miracolosa, riesce a far accettare allo spettatore l’assunto che, in fondo, la donna ideale sia la donna morta, dal desiderio mortificato, annullato, a favore di quello die puppe 1maschile, che può così avere il totale dominio sulla compagna, evitando il pericolo dirompente di ciò che resta, per lui, invisibile agli occhi, ossia il piacere femminile. Eppure al termine della visione di Die Puppe lo spettatore è tutt’altro che pacificato (nonostante l’happy end che ribalta l’assunto di base – alla fine, benché con uno stratagemma, il protagonista sposerà una donna in carne e ossa) come se i conti non tornassero e, dietro al ritmo brioso e alle situazioni divertenti, si celasse qualcosa di abominevole.

die puppe 2Tratto liberamente da Der Sandmann (L’uomo della sabbia, 1815), primo racconto dei Notturni di E. T. A. Hoffmann, che Sigmund Freud, per la portata enigmatica e spaesante, utilizzerà come esempio in Die Unheimliche (Il perturbante, 1919), Die Puppe sembrerebbe più vicino, almeno in apparenza, allo spirito scanzonato del balletto Coppélia (1870), musicato da Léo Delibes, che allo splendido e tragico film di Michael Powell e Emerich Pressburger The Tales of Hoffmann (I racconti di Hoffmann, 1951), che nel primo episodio, Olympia’s Tale, riprendono, appunto, il tema della bambola meccanica. Lo stile espressionista, in realtà, deforma i visi di Lancelot e, in particolare, di Ossi, figlia di Hilarius e finta bambola di cui il protagonista si innamorerà, die puppe 3svelandone il rovescio terribile e necrofilo. E se a tutti è nota la folle vicenda di Oskar Kokoschka che, lasciato da Alma Mahler e ossessionato dalla donna, si fa costruire da una modista una bambola di stoffa a grandezza naturale con le sembianze di Alma, nel caso del film di Lubitsch la situazione viene invertita. Lancelot, ragazzo timido e introverso, terrorizzato dalle donne, per sfuggire alla richiesta dello zio di prendere moglie in cambio di una grossa cifra di denaro, ripara in convento e, su consiglio dei monaci, decide di prendere in moglie una bambola meccanica costruita da Hilarius, in modo tale da die puppe 4non doversi unire a una donna reale e poter comunque ricevere il ricco premio. Qui bisognerebbe forse aprire una brevissima parentesi sulla doppia morale della chiesa, che mette in salvo il capitale con un espediente e accondiscende al desiderio necrofilo del protagonista, senza batter ciglio. Lancelot sceglie dunque una bambola per il matrimonio, ma questa si rompe e viene sostituita da Ossi, ragazza allegra e piena di vita – come farebbe notare qualsiasi psicanalista la troppa energia ha sempre a che fare con la libido e, in definitiva, con l’energia sessuale. Il die puppe 5protagonista si invaghisce della bambola, la sposa, e quando scopre che si tratta in realtà di una fanciulla vera e propria, che ricambia il suo amore, pur spaventato, accetta ugualmente di rimanerle accanto. Non è però la vitalità di Ossi a aver fatto invaghire Lancelot, ma la mortificazione della stessa: la ragazza, infatti, cerca in tutto e per tutto di sembrare un automa, nei movimenti meccanici, nelle smorfie repentine. E benché il corpo e il viso della giovane donna siano lontani dalle forme inquietanti e sinistramente erotiche delle bambole di Hans Bellmer, a sua volta ispirate da Der Sandmann, i chiaroscuri sovraccarichi, il volto truccato pesantemente, le espressioni esageratamente patetiche contrapposte a una certa fissità dello sguardo, donano a tutto il film la sensazione di perturbante di cui parlava lo stesso Freud: “l’effetto che fa su di noi l’immagine della nostra persona quando ci si fa incontro non chiamata e inattesa”. Detto in maniera differente, veder incarnato l’al di là del principio di piacere, ossia la pulsione di morte dove, in fondo, risiede il godimento.

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