il tempo della grazia: the tale of princess kaguya

3 novembre 2014

Kaguya-hime no monogatari (The Tale of Princess Kaguya) esce in sala, in Italia, per soli (purtroppo) 3 giorni – 3, 4 e 5 novembre – col titolo La storia della principessa splendente.

Questo testo è uscito sul n. 535 di Cineforum subito dopo il Festival di Cannes, dove il film è stato presentato alla Quinzaine des Réalisateurs.

Kaguya-hime no monogatari (The Tale of Princess Kaguya) di  Isao Takahata

kaguyaThe Tale of Princess Kaguya, gioiello che la Quinzaine des Réalisateurs ha soffiato alla selezione ufficiale dell’ultimo Festival di Cannes (che a parte lo straordinario Adieu au langage di Jean-Luc Godard, Cronenberg, Bonello e poco altro, non ha lasciato grandi emozioni), è un film sulla grazia e sul cinema. Sull’istante di assoluta grazia che di tanto in tanto balugina in un film, o anche nella vita. La principessa Kaguya, che spunta come un germoglio di bambù, cresce velocemente – in un istante, si direbbe – e diventa una splendida fanciulla, è l’emblema della bellezza che attraversa l’esistenza dell’essere umano come un palpito, svolazzando al di sopra dei quotidiani affanni. Inafferrabile, non solo non si lascerà deviare dalle ricchezze – al contrario dei suoi genitori adottivi, immediatamente traviati dal denaro e dall’abbondanza – ma nemmeno dalla corte dei facoltosi e potenti spasimanti.

Isao Takahata crea universi attraverso semplici tratti stilizzati, togliendo tutto il superfluo, lasciando soltanto le kaguya 1silhouette dei personaggi, permettendo che ogni singola immagine ne evochi altre, a loro volta richiamate alla mente dall’infanzia, da certe fantasie bambinesche. La purezza e l’integrità di Kaguya è pari a quella di un bimbo, tanto sorprendente quanto incomprensibile a un adulto. La principessa è destinata a tornare al suo mondo, per quanto a malincuore, perché il suo mondo non è conciliabile con quello degli umani, così come kaguya 5l’infanzia con l’età matura. Mentre l’adulto trova stucchevoli le invenzioni di un bambino, il bambino rimane sempre deluso dall’incontro col mondo degli adulti: è la vivacità dell’immaginazione che si scontra con la scialba realtà.

Se negli ultimi anni un regista come Terrence Malick non fa che muovere la macchina da presa alla ricerca ossessiva kaguya 6dell’istante di grazia che dia senso al film – e che di solito va di pari passo alla ricerca forsennata dei suoi protagonisti, che hanno perduto la fede, l’amore, l’ispirazione – la principessa Kaguya è l’incarnazione di quel momento di splendore, per il quale vale la pena girare un film o vivere. “Meglio raccontare o vivere?” si chiede Godard in Adieu au langage. Takahata non si limita a raccontare – anche perché in kaguya 4Kaguya-hime no monogatari l’immagine ha chiaramente la supremazia sulla parola e nulla viene spiegato col linguaggio condiviso, causa e effetto di quella coscienza che ci ha reso ciechi (sempre Godard) – ma svela chiaramente quale sia il motivo per vivere.

Essendo un film sulla grazia e sul cinema, il terzo elemento è il tempo, che si comprime – durante la crescita della ragazza, ossia quando la sua “condizione” kaguya 3cambia, durante gli sfoghi di rabbia, quando si sente in cattività – e si espande – negli attimi di gioia, nei giochi coi bambini – a seconda dei momenti, quasi a voler trattenere il più a lungo possibile la bellezza, riducendo al minimo il dolore. Come i fiori di ciliegio, dai quali la stessa Kaguya rimane incantata, anche la bellezza ha vita breve, il suo tempo è fugace, eppure la sua dolcezza ci accompagna a lungo. Nessuno sa quanto sarà lunga la propria vita, ma può cercare di serbare la grazia. E quando questa se ne va quel che si prova è malinconia.

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