sopra e sotto valutati

16 luglio 2014

Cineforum.it ha chiesto ai suoi collaboratori un breve elenco di cinque film (a seconda delle opinioni e dei gusti di ognuno, ovviamente) sopravvalutati e di cinque sottovalutati. Dato per scontato che cinque titoli sono troppo pochi sia per i film sopravvalutati sia per quelli sottovalutati, questo è un brevissimo elenco, non esaustivo, di opere che per lo più ho detestato, ma sono state osannate dalla critica e, in alcuni casi, sostenute dal pubblico, e di altre pellicole da me molto amate ma quasi totalmente dimenticate dagli spettatori e spesso mal comprese da critici e appassionati.

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Adieu au langage di Jean-Luc Godard con Roxy Miéville, Héloise Godet, Kamel Abdeli, Richard Chevallier, Zoé Bruneau, Jessica Erickson, Alexandre Païta, Jean-Philippe Mayerat, Florendhdhce Colombani, Nicolas Graf, Christian Gregori, Marie Ruchat, Jeremy Zampatti, Daniel Ludwig, Gino Siconolfi

Le propos est simple
une femme mariée et un homme libre se rencontrent
ils s’aiment, se disputent, les coups pleuvent
un chien erre entre ville et campagne
les saisons passent
l’homme et la femme se retrouvent
le chien se trouve entre eux
l’autre est dans l’un
l’un est dans l’autre
et ce sont les trois persone
l’ancien mari fait tout esplose
un deuxième film commence
le même que le premier
et pourtant pas
de l’espèce humaine on passe à la métaphore
ça finira par des aboiements
et des cris de bébé

Jean-Luc Godard

Il potere agli operai!
No alla scuola del padrone!
Sempre uniti vinceremo,
viva la rivoluzione!
(…)
La violenza, la violenza,
la violenza, la rivolta;
chi ha esitato questa volta
lotterà  con noi domani!

Alfredo Bandelli

adieu au langage 1Una nuvola attraversa la luna piena, tagliandola a metà. Un rasoio squarcia l’occhio di una donna: la rivoluzione (del visivo) non può che essere violenta. Il gesto cruento che apre Un chien andalou (1929) di Luis Buñuel è la metafora di una rottura col passato, con un certo modo di guardare: l’occhio così com’è non serve più, servono “occhi nuovi”, o meglio, l’occhio non è più sufficiente per vedere. Godard compie una rivoluzione non meno violenta e capitale con Adieu au langage, in cui lo spettatore, per vedere, è costretto a forzare i suoi occhi potenziati (o depotenziati) dagli occhialini 3D. Mutuando Louis-Ferdinand Céline, Godard cerca di trovare la piattezza nella profondità, mentre l’uso comune del 3D porta a cercare la profondità nella piattezza. Dunque perché utilizzare la terza dimensione? Perché la terza dimensione è il modo di rappresentare la realtà nel momento in cui l’Immaginario è collassato totalmente nel Reale, tra l’altro in maniera del tutto inconsapevole.

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Maps to the Stars di David Cronenberg con Julianne Moore, Mia Wasikowska, John Cusack, Robert Pattinson, Olivia Williams, Sarah Gadon, Evan Bird, Carrie Fisher, Jayne Heitmeyer, Niamh Wilson, Amanda Brugel, Emilia McCarthy, Kiara Glasco, Joe Pingue, Ari Cohen, Justin Kelly

Sur mes cahiers d’écolier
Sur mon pupitre et les arbres
Sur le sable et la neige
J’écris ton nom
Liberté
Liberté
, Paul Éluard

maps to the stars 1Se The Canyons di Paul Schrader era un’autopsia dell’Immaginario, in Maps to the Stars il cadavere è addirittura scomparso, sostituito dai fantasmi.

Agatha arriva a Los Angeles, ha il corpo rovinato dalle ustioni a causa di un incendio da lei stessa provocato. Diventa in breve l’assistente di Havana Segrand, nota attrice non più giovane, disposta a tutto pur di ottenere il ruolo che fu della madre nel remake del film che la consacrò. Havana, psicologicamente fragilissima, partecipa a delle sedute di ipnosi unite a pranoterapia col dott. Weiss, padre di Benjie, una baby star con problemi di droga e la carriera a rischio. Il microcosmo asfittico e oppressivo abitato dai protagonisti è simile a una di quelle “case degli specchi” che di tanto in tanto si trovano nei luna park, in cui non solo la propria immagine è costantemente deformata e duplicata all’infinito, ma il luogo si trasforma presto in un vero e proprio labirinto di rifrazioni dal quale è difficile uscire.

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Questo testo è uscito su Cineforum.it.

La chambre bleue di Mathieu Amalric con Mathieu Amalric, Léa Drucker, Stéphanie Cléau, Laurent Poitrenaux, Serge Bozon, Blutch, Mona Jaffart, Véronique Alain, Paul Kramer, Alain Fraitag, Christelle Pichon, Mustapha Abourachid, Olivier Mauvezin, Alexandre Patoyt, Henri Cherel, Tonio Chanca, Jean-Yves Cresenville, Nicolas Beliard, Laetitia Lebreton, Claude Picoron

Era vero. In quel momento tutto era vero, perchè viveva ogni cosa così come veniva, senza chiedersi niente, senza cercare di capire, senza neppure sospettare che un giorno ci sarebbe stato qualcosa da capire. E non solo tutto era vero ma era anche reale: lui, la camera, Andrée ancora distesa sul letto sfatto, nuda, con le gambe divaricate e la macchia scura del sesso da cui colava un filo di sperma.
Era felice? Se glielo avessero chiesto, avrebbe risposto di sì senza esitare. Non gli passava neanche per la testa di avercela con Andrée perchè gli aveva morso il labbro. Faceva parte dell’insieme, come tutto il resto.
Georges Simenon, La chambre bleue

la chambre bleue 1La chambre bleue – sia il romanzo di Simenon, sia il film di Amalric – è tutto contenuto in queste prime righe: la sensualità, la violenza, la tragedia che incombe. Il film procede per frammenti: i dettagli dei corpi degli amanti, della luce che filtra dalle imposte socchiuse, di un barattolo di marmellata, del colore della parete della stanza, lo stesso del tribunale che vedrà i due condannati. Senza cercare di capire, perchè da capire non c’è proprio niente: come inizia una storia del genere? In maniera banale, comune a tante altre. Quando il protagonista viene interrogato non è in grado di fornire spiegazioni, solo di descrivere quello che è accaduto. Ne esce un film magnifico e crudele, brutale nella sua evidenza: nessuna psicologia, solo i sensi, e dunque il corpo ancora una volta, dal momento che, già in Tournée (2010), i corpi erano l’unica certezza nella sospensione in cui i personaggi sceglievano di esistere.

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