hors cannes: welcome to new york

19 giugno 2014

Welcome to New York di Abel Ferrara con Gérard Depardieu, Jacqueline Bisset, Drena De Niro, Paul Calderon, Amy Ferguson, Shanyn Leigh

welcome to new york 1A un primo sguardo superficiale Welcome to New York potrebbe sembrare parente stretto di The Wolf of Wall Street: entrambi i protagonisti, Jordan Belford (Leonardo DiCaprio) e Devereaux (Gérard Depardieu), lavorano nella finanza, sono dipendenti (il primo da droga, sesso e denaro, o meglio dal tentativo di rendere concreto quest’ultimo; il secondo dal sesso), hanno grande potere. Eppure, mentre nel film di Scorsese il corpo non è che una semplice stampella, un abito da indossare per mettere in scena una performance e che non porta alcun segno dei numerosi stravizi, in quello di Ferrara il corpo, con le sue pulsioni sfrenate, diventa il punto focale di tutta la vicenda, abbassando il protagonista al livello del suo basso ventre, trasformandolo in un animale, rendendolo un reietto (almeno in parte) della società.

Al contrario di quel che accade in Bad Lieutenant (Il cattivo tenente, 1992), o in moltissimi altri film di Ferrara, da The Funeral (Fratelli, 1996) a welcome to new york 2The Blackout (Blackout, 1997), in Welcome to New York non c’è redenzione. La dipendenza di Devereaux è, in un certo senso, ciò che ne caratterizza l’identità. Devereaux non vuole essere aiutato – nonostante, su consiglio della moglie, vada da uno psicanalista – né salvato. “Nessuno può salvare nessuno. E lo sa perché, dottore? Lo sa perché? Perché nessuno vuole essere salvato” dice Devereaux allo psicanalista. In una discussione con la moglie, dichiara: “Tu mi hai welcome to new york 3fatto vergognare di quello che sono”. Ma cos’è, in fondo, Devereaux? Un essere fuori controllo, totalmente proiettato verso la soddisfazione del suo godimento, reiterato allo sfinimento. Un porco, che grugnisce quando possiede una donna, grufola al solo apparire di una figura femminile, sulla quale cerca immediatamente di allungare le mani. Privo di filtro, Devereaux, nelle sembianze di un gigantesco Depardieu (sia per la straordinaria prova attoriale, welcome to new york 4sia per la sua mole imponente), è l’incarnazione stessa dell’Es: infantile e aggressivo, insaziabile e quasi ingenuo, è incredibilmente sprovvisto di sovrastrutture.

Mentre Jordan Belford – pur non giungendo, a sua volta, a alcuna redenzione, cambiamento, consapevolezza o rimorso – abita un mondo (il carnevale perenne della Stratton Oakmont, “un manicomio”) condiviso coi suoi colleghi (e in un certo senso anche con le sue welcome to new york 5vittime), Devereaux è solo con la sua dipendenza. C’è una scena piuttosto emblematica in The Wolf of Wall Street, quando il padre di Jordan, che comunque accetta senza problemi le truffe, dice al figlio di trovare “eccessiva” la girandola di orge e droga: usa la parola “osceno” (ciò che dovrebbe appunto stare fuori scena, nascosto, in quanto imbarazzante), Jordan dentro di sè risponde “sì è osceno per la gente welcome to new york 6comune, ma chi vuole la vita della gente comune?”. D’altra parte, se è vero che con i suoi non fa certo la vita della gente comune, è anche vero che la gente comune, in fondo, desidera la sua vita. Per questo non c’è imbarazzo nell’assecondare ogni tipo di dipendenza. A porre in scacco la persona, a imbarazzarla, dovrebbe essere il corpo, sentito come limite del sé, involucro dei propri desideri, ricettacolo degli stimoli. Ma nel caso di Belford il corpo è solo parte di una messa in scena, in cui welcome to new york 7non c’è nulla di imbarazzante dal momento che, tutte le dipendenze (dal sesso alla droga), sono “performative”: la droga serve a mantenere certi ritmi di lavoro, così come lo sfogo del sesso. E, infatti, tornano alla mente le parole del suo mentore, Mark Hanna, quando al ristorante non solo gli spiega la necessità di assumere la cocaina affinché il cervello lavori più velocemente e le dita scorrano più fluide sui tasti, ma afferma che lui sente il bisogno di masturbarsi almeno due volte welcome to new york 8al giorno, come se dovesse prendere una medicina, poiché i fluidi devono scorrere in tutto il corpo, altrimenti la tensione si accumula, impedendo alla persona di essere dinamica al lavoro: “e vedrai che alla fine ti masturberai pensando ai soldi”. O ancora: “Come credi di sopravvivere in questo lavoro? Cocaina e troie, amico mio”. Dunque, ogni dipendenza di Jordan Belford è un sostegno alla grande performance che è la sua vita, è funzionale al sistema.

welcome to new york 9Al contrario la dipendenza sessuale di Devereaux è completamente “anti-sistemica” e va a sabotare la sua carriera e la possibilità di diventare premier. La figura di Devereaux è palesemente ispirata a quella di Dominique Strauss-Kahn e allo scandalo del Sofitel a New York, eppure, proprio per la forza detonante della dipendenza, Devereaux, più che a Dominique Strauss-Kahn, fa pensare allo stesso Abel Ferrara.

welcome to new york 10È interessante notare come più film presentati al Festival di Cannes (nonostante quello di Ferrara non fosse – vergognosamente –  inserito in nessuna delle selezioni, né quella ufficiale, né Quinzaine, né Samaine, solo una proiezione per il Marché) ponessero il corpo, il basso ventre, i sensi, e dunque la biologia, come unica presenza in grado di mettere in scacco la realtà. Da La chambre bleue di Amalric, epifania della sensualità destinata a distruggere le convenzioni sociali, a Maps to the Stars di Cronenberg, in cui i welcome to new york 11protagonisti trovano una via di distruzione del mondo asfittico e incestuoso attraverso l’omicidio e il suicidio (dal momento che la capacità immaginifica è già scomparsa, rimangono i corpi, stanchi simulacri, a dover essere eliminati), fino a Welcome to New York, in cui il protagonista è un animale (“Tu sai chi sono!”) e a Adieu au langage, dove Godard si augura la fine del linguaggio così come lo conosciamo – col quale abbiamo costruito una coscienza che ci ha reso ciechi – e la capacità di tornare a guardare come welcome to new york 12un animale, puro essere biologico, come il cane, che è nudo e non lo è (perché non lo sa).

Visto dunque dove ci siamo spinti con le sovrastrutture – ribaltando tragicamente il fine, riducendoci a pura biologia, a corpi, a animali, credendo invece di esserci evoluti, mentre l’evoluzione stessa è diventata un carcere – ben venga il ritorno al corpo e al biologico. Come dice ancora Godard, in fondo “Adieu”, nel Canton Vaud, in Svizzera, dove vive, vuol dire addio ma anche “Bonjour”, buongiorno. Che sia di buon auspicio.

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