il veneto è un paese mancato: la sedia della felicità e piccola patria

7 maggio 2014

La sedia della felicità di Carlo Mazzacurati con Valerio Mastandrea, Isabella Ragonese, Giuseppe Battiston, Katia Ricciarelli, Raul Cremona, Marco Marzocca, Milena Vukotic, Roberto Citran, Mirco Artuso, Roberto Abbiati, Lucia Mascino, Natalino Balasso, Fabrizio Bentivoglio, Silvio Orlando, Antonio Albanese, Roberta Da Soller, Maria Paiato, Giovanni Capovilla, Stefano Scandaletti, Cosimo Messeri, Silvio Comis, Nicoletta Maragno

Piccola patria di Alessandro Rossetto con Maria Roveran, Roberta Da Soller, Vladimir Doda, Diego Ribon, Mirko Artuso, Lucia Mascino, Mateo Çili, Nicoletta Maragno, Giulio Brogi

Così a ciascuno i luoghi dell’infanzia ritornano alla memoria;
in essi accaddero cose che li han fatti unici
e li trascelgono sul resto del mondo
con questo suggello mitico.

Cesare Pavese

Manca il fine; manca la risposta al «perché?»
Friedrich Nietzsche

piccola patria 1Il Veneto è un ibrido. Un (piccolo) paese mancato in un’Italia mancata. Luogo marginale per il cinema, forse a causa della sua ambiguità, sfuggente, sconto via. Più protestante, calvinista, che cristiano cattolico, esprime il sacro attraverso il lavoro, lo spirito del capitalismo. “Ma inoltre, e soprattutto, il lavoro è lo scopo stesso della vita che è prescritto da Dio. La massima paolina «Chi non lavora non deve mangiare» vale incondizionatamente e per ciascuno. L’avversione al lavoro è sintomo dell’assenza dello stato di grazia”1. Negli anni successivi la Seconda Guerra Mondiale, i luoghi devastati dal conflitto pian piano venivano bonificati e trasformati, opere come il petrolchimico di Porto Marghera era salutato come il simbolo del progresso, un’opera proiettata verso un futuro in continuo fermento.

Ermanno Olmi, che all’epoca lavorava per l’Edisonvolta, ne vede il potenziale religioso e gira Venezia città moderna (1958), un documentario tanto controverso quanto ideologicamente chiaro: la fabbrica, il petrolchimico, il luogo di impiego, diventano le nuove cattedrali, la preghiera è sostituita dal la sedia della felicita 1lavoro. Ogni operaio è per Olmi un homo faber, un artefice, un demiurgo le cui azioni sono intrise di trascendenza, ma la trasformazione irreversibile che lo attende è – per usare la distinzione che Hanna Arendt fa in Vita Activa – in animal laborans, ossia una specie di uomo-macchina, sempre più specializzato, che si occupa solo di una parte dettagliata dell’opera, ma non ne possiede la visione d’insieme. “Il caso è del tutto diverso nella corrispondente trasformazione moderna dei processi dell’operare per effetto dell’introduzione della divisione del lavoro. Qui è mutata la vera natura dell’opera, e il processo di produzione, anche se in nessun modo produce oggetti di consumo, assume carattere di lavoro”2.

Quel che spingeva la popolazione del Nord-Est dell’Italia a ricostruire non era soltanto l’istinto di sopravvivenza – gente che respirava la miseria, ne sentiva l’odore, ne vedeva i segni sul corpo e la mente – ma anche la volontà di riscatto. Il grado di analfabetismo era altissimo: la piccola patria 2totale assenza di cultura, di capacità di filtrare e soppesare i pro e i contro dei cambiamenti a cui stavano per essere sottoposti, ha portato il proletariato e il sottoproletariato rurale a accettare qualsiasi nuova condizione li facesse uscire dal loro stato di degrado. Florestano Vancini è stato uno dei pochi a cogliere l’epica di quel riscatto, a essere in grado di raccontarla. Benché povere, quelle persone mantenevano salda la loro dignità e la meta a cui aspiravano. Nel frattempo il la sedia della felicita 2loro sistema di valori, senza che se ne rendessero conto, veniva sostituito con quello imperante, consumistico, che niente aveva a che vedere con la loro storia e la loro cultura: gli anni Sessanta, quelli del boom economico, riportano tutta la realtà, anche e soprattutto nella sua accezione antropologica – e in questo caso Pasolini diventa necessario -, a un unico impianto di ideologia borghese. Private della loro soggettività – dal momento che accolgono in maniera acritica un desiderio che non appartiene loro, è estraneo, e dunque non è desiderio, ma ripetizione piccola patria 9reiterata di un godimento – queste persone diventano oggetti tra gli oggetti, subiscono una desoggettivazione. Già con Gente del Po (1943-1947) un regista come Michelangelo Antonioni, mettendo al centro dell’inquadratura lo spazio vuoto, aveva intuito quel che anni dopo si sarebbe svelato in tutta la sua evidenza: gli uomini non avrebbero più avuto un fine, continuando a ripetere atteggiamenti, mascherandoli con qualcosa – una falsa meta – che potesse donare un senso alle loro azioni, alla loro vita, per poi scoprire che dietro c’è la sedia della felicita 3il vuoto. “Tre ordini di simulacri si sono succeduti dopo il Rinascimento, parallelamente alle mutazioni della legge del valore:
– La contraffazione è lo schema dominante dell’epoca «classica», dal Rinascimento alla rivoluzione industriale.
– La produzione è lo schema dominante dell’era industriale.
– La simulazione è lo schema dominante della fase attuale retta dal codice.
Il simulacro di primo ordine specula sulla legge naturale del valore, quello di secondo ordine sulla la sedia della felicita 4legge mercantile del valore, quello di terzo ordine sulla legge strutturale del valore”3. A dominare, in questo momento, è la simulazione. Una simulazione inconsapevole.

Dagli anni Settanta in poi il Veneto è stato raccontato soprattutto attraverso la denuncia – dell’inquinamento, delle condizioni lavorative insalubri, delle lotte operaie – poi quasi più niente. L’unico autore che ha eletto il Nord-Est a protagonista del suo cinema è Carlo Mazzacurati: ne ha capito le idiosincrasie, le incoerenze, le profonde debolezze, lasciando però sempre trasparire una certa bellezza. Il suo Veneto è quello di Zanzotto, di Meneghello, di Rigoni Stern, perfettamente consapevoli della miseria umana, la sedia della felicita 7eppure in grado di trovare la grazia in un odore, in un campo, in una finestra aperta su un orto. Anche nell’ultimo film, La sedia della felicità, storia di un’estetista e un tatuatore che attraversano il Veneto alla ricerca di una sedia che dovrebbe contenere dei gioielli di grande valore e risolvere la loro situazione economica, tutt’altro che rosea, il suo sguardo è gentile col paesaggio e coi personaggi, in fondo poveri diavoli che inanellando vicissitudini più o meno esilaranti, compiono un viaggio alla scoperta di la sedia della felicita 9un’umanità tutt’altro che scontata e di luoghi al contempo comuni e pieni di incanto. Eppure il suo sguardo è quello di un bambino, così come l’incanto che lascia frastornati: i luoghi appartengono alla sua infanzia e tutto è filtrato attraverso una mitologia personale. “Ma il parallelo dell’infanzia chiarisce subito come il luogo mitico non sia tanto il singolo, il santuario, quanto quello di nome comune, universale, il prato, la selva, la grotta, la spiaggia, la casa, che nella sua indeterminatezza la sedia della felicita 5evoca tutti i prati, le selve, ecc., e tutti li anima del suo brivido simbolico. Neanche nella memoria dell’infanzia il prato, la selva, la spiaggia sono oggetti reali tra i tanti, ma bensì il prato, la spiaggia come ci si rivelarono in assoluto e diedero forma alla nostra immaginazione”4.

Il mondo di Mazzacurati non è mai brutale, anche i personaggi più meschini e vigliacchi sono tutto sommato dei poveracci, sbagliano in maniera quasi inconsapevole e abitano posti che sono oggi ma anche ieri, cioè sono un paesaggio senza tempo, come fissato nella la sedia della felicita 6memoria. E così quel che accade, per quanta attinenza abbia con l’attualità, è sempre un po’ sospeso, quasi trasognato. “Genuinamente mitico è un evento che come fuori del tempo così si compie fuori dello spazio”5.

Nelle ultime settimane, assieme a La sedia della felicità, è uscito nelle sale italiane un altro film che ne condivide il protagonista – il Veneto – ma che per stile e intenzioni potrebbe essere considerato antitetico: Piccola patria di Alessandro Rossetto. Due ragazze che piccola patria 6vivono in un paese del vicentino mettono in atto un ricatto a sfondo erotico a un laido personaggio locale per ottenere il denaro sufficiente a andarsene e rifarsi una vita altrove. La ricerca dei soldi, comune a entrambe le pellicole, è in realtà utile per costruire una sarabanda di situazioni spassose e incontri con personaggi buffi e assai caratterizzati, al limite del farsesco, nel primo film, mentre nel secondo diventa un velo che copre il nulla, vero propulsore di ogni azione delle protagoniste e di chi le circonda. Il Nord-Est in piccola patria 3generale, e il Veneto in particolare, sono l’emblema di un paese che aveva puntato tutto sulla rinascita (soprattutto economica) e che ora si trova di fronte a un fallimento e è incapace di gestirlo. Una quindicina d’anni fa, ne La lingua del santo (2000), Mazzacurati faceva dire a uno dei due protagonisti: “La mia città (Padova) è uno dei posti più ricchi del mondo, fattura come l’intero Portogallo”. Ora, il sogno di una città espansa, piccola patria 4che collegasse i centri nevralgici dell’industria e dell’economia, è svanito e rimangono i segni di uno stravolgimento e sventramento di quelle terre. Un po’ come quando il giorno dopo una festa ci si ritrova coi piatti sporchi e qualche bicchiere rotto, la tovaglia macchiata, il cibo avanzato, una mezza bottiglia vuota e nessuno che si sia preso la briga di rimettere in ordine, eppure, in fondo al tavolo, rimangono pile di stoviglie piccola patria 5inutilizzate, tartine intatte da buttare, una pietanza incomprensibile a cui nessuno ha avuto il coraggio di avvicinarsi che se ne sta lì, troneggia in mezzo al resto, forse è andata a male. Una sensazione straniante, un po’ di stanchezza e l’impressione che, ripensando alla serata trascorsa, la festa non sia del tutto riuscita, qualcosa sia andato storto, un piccolo screzio, una battuta infelice, qualcuno ha dato buca, altri sono andati via piccola patria 10presto, un paio si sono ubriacati e sono diventati molesti. E l’euforia lascia il posto a un filo di amarezza e a un senso di disagio. In fondo è il disagio per un fallimento, seppur minuscolo. Lo stesso tipo di sentimento, benché assai più acre e doloroso, è quello provato da coloro che abitano il Nord-Est: un misto di delusione e vergogna. Un paese che avrebbe dovuto esplodere è imploso. In Piccola patria i corpi dei personaggi, le loro voci, l’uso del dialetto, sono piccola patria 11un tutt’uno col paesaggio – magnetico nella sua devastazione – che attraversano. Nonostante si intuisca che Renata da ragazzina ha subito degli abusi da parte di Menon, con cui continua però a mantenere un rapporto ambiguo, facendosi pagare in cambio di prestazioni sessuali, ciò non è sufficiente a esaurire le motivazioni dei suoi comportamenti. Le sue azioni non sono spiegabili col solo desiderio di piccola patria 8vendetta o con i traumi subiti. Lo stesso dicasi per Luisa, che accetta di mettere in piedi lo strampalato ricatto con l’amica: la sua vacuità, che le permette di far convivere in sé una totale assenza di razzismo – ha una storia con Bilal, un ragazzo albanese –, che invece caratterizza il padre e la maggior parte degli abitanti del piccolo centro, con la disponibilità a diventare strumento di un’estorsione che finirà per acutizzare la xenofobia del padre e di coloro che la circondano proprio ai danni di Bilal, non compie del tutto la sua piccola patria 12personalità. Sia Luisa che Renata (soprattutto quest’ultima) sembrano animali in gabbia, vivono senza vera consapevolezza una specie di cattività che le rende feroci (Renata) e frastornate (Luisa). Sono come quei bambini che, infastiditi da qualcosa, si mettono a strillare e mordono chi tenta di soccorrerli e calmarli. Non c’è nemmeno più una volontà di riscatto e anche la fuga, così come la curiosità di Luisa per la Cina, piccola patria 13sono lampi, fantasmi di qualcosa che un tempo c’è stato e ne è rimasta una spoglia, ma è giusto una traccia, che però non è sufficiente a indicare un percorso di fuoriuscita da una segregazione culturale e sociale prima ancora che fisica.

Il Nord-Est oggi sembra collocarsi tra due polarità che i film di Mazzacurati e Rossetto esprimono alla perfezione: La sedia della felicità è un congedo dal mondo in forma di fiaba – che tutto sommato è anche il modo in cui Mazzacurati ha sempre affrontato la realtà della sua terra: la sedia della felicita 8persino nei film più amari e dolorosi c’è sempre un tocco delicatamente favolistico -, Piccola patria, al contrario, rappresenta un durissimo ritratto del Veneto che trova, se non la salvezza, almeno una possibilità di emancipazione solo nella presenza dello straniero, il solo in grado di rivitalizzare un luogo e un popolo ormai (s)finiti – non è un caso che l’unico nel film a dar prova di virilità e vitalità sia Bilal (rischiando infatti di essere ucciso), mentre Menon, la controparte veneta, risulti totalmente impotente e si piccola patria 7riduca a guardare di nascosto il giovane albanese fare l’amore con Luisa. Un paese, dunque, che ha due alternative: rifugiarsi nel mondo dell’infanzia, in cui tutto, anche le ferite, sono avvolte da una luce gentile, oppure impotente e rabbioso, imploso, restare a guardare per esplodere solo in atti violenti e orribili scoppi d’ira, rivendicando un’identità e un’appartenenza che hanno come radice la paura e l’esclusione. Un paese che palleggia il suo avvenire tra un passato mitico e un presente immobile e asfissiante. Un paese senza futuro. “Volta la carta la ze finia”6.

***

Nota: Molte delle tematiche affrontate in questo testo sono state gli argomenti principali della mia tesi di dottorato, Il sacro, il riscatto, la perdita dell’anima. L’Italia del Nord-Est nel documentario cinematografico dal dopoguerra al miracolo economico, interamente consultabile in About

1 M. WEBER, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Rizzoli, Milano, 1991, p. 218
2 H. ARENDT, Vita Activa. La condizione umana, Bompiani, Milano, 2003, pp. 89-90
3 J. BAUDRILLARD, Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli, Milano, 2007, p. 61.
4 C. PAVESE, Del mito, del simbolo e d’altro in Feria d’agosto, Mondadori, Milano, 1971, p. 187
5 Ibid., p. 189
6 L. MENEGHELLO, Libera nos a Malo, in Opere scelte, i Meridiani, Mondadori, Milano, 2006, p. 297

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