her

12 marzo 2014

Questo testo è uscito su Cineforum.it.

Her di Spike Jonze con Joaquin Phoenix, Scarlett Johansson, Amy Adams, Rooney Mara, Olivia Wilde, Chris Pratt, Matt Letscher, Portia Doubleday, Kristen Wiig, Brian Cox, Spike Jonze

Sei piena di tutte le ombre che mi spiano.1
Pablo Neruda

her 1Quando ci si ferisce o si prende una botta molto forte, tra l’urto e la fitta acuta passano alcuni istanti in cui il dolore non è ancora lancinante, ma sordo, trattenuto, quasi distante e, per un momento, si crede di averla scampata. Pensavo peggio, ci si dice, restando immobili per paura che anche un gesto lieve rompa il precario equilibrio. Ma poi il male arriva e porta con sé l’attesa che il sangue si coaguli, che il gonfiore si attenui e l’ematoma pian piano svanisca.

Theodore Twombly (Joaquin Phoenix) vive in una specie di bolla che Spike Jonze gli mette a disposizione facendolo abitare in una città dai colori pastello e dalla luce gentile, che mescola Los Angeles a Shanghai, in cui la musica ha qualcosa di ovattato e i contorni dei volti e delle cose sono pressoché sfumati. Anche il lavoro rispecchia questo suo vivere protetto da una specie di membrana.

Theodore infatti si mantiene scrivendo lettere per conto terzi: lettere piene di amore e passione, di gratitudine e amicizia. Chi vuole

her 2omaggiare la propria sposa, chi ringraziare i genitori per il loro affetto o l’amico per essergli sempre stato vicino. E Theodore è bravissimo con le parole, osserva le foto dei destinatari, ne coglie i dettagli, ha pensieri profondi e delicati per ognuno, è attento e sensibile, quasi li conoscesse davvero. Ma le parole sono ingannevoli. Theodore infatti è solo: si sta separando dalla moglie Catherine her 3(Rooney Mara), la donna che ha amato e con cui è cresciuto, ma non è ancora stato in grado di elaborare il lutto per questa perdita, tanto da non volerlo nemmeno riconoscere a se stesso; ha una sola amica, Amy (Amy Adams), con la quale talvolta si confida e che non è, però, sufficiente a riempirgli le giornate e a dargli sollievo. L’apparente risveglio sembra essergli donato dall’incontro col sistema operativo her 4Samantha (Scarlett Johansson), un’intelligenza artificiale in grado di evolversi e svilupparsi sulla base degli stimoli che riceve.

Amarissimo ritratto di un futuro prossimo, fintamente confortevole e sereno, in cui la solitudine, benché scelta e non imposta, è forse l’esempio più chiaro di dismissione dalla vita. Her svela come, in fondo, il desiderio latente di ognuno, quando deve affrontare un her 5dolore, sia il ritorno al torpore del ventre materno. Suggerito già all’inizio del film – con Theodore che osserva le immagini di una ragazza incinta, nuda e provocante, e poi ne usa il ricordo la sera stessa mentre si masturba grazie a un servizio di telefonia erotica – e reiterato nella sequenza in cui Amy mostra il video a cui sta lavorando e che ha per protagonista la madre che dorme (oppure nel ricordo dell’ex moglie con her 6in braccio un neonato, o ancora durante l’assetto del sistema operativo, quando gli viene chiesto del suo rapporto con la madre), il tema del cercar riparo nel ventre materno, ospitale e protettivo, si svela nel momento in cui entra in scena Samantha, dotata di sola voce, che si palesa pian piano come un porto sicuro a cui approdare. Samantha è accogliente e dolce, curiosa e docile, ma her 7soprattutto non è mai invadente. Theodore, quando vuole, può spegnerla, interrompere la comunicazione, e tornare a parlare con lei solo quando lo desidera. Nel frattempo Samantha gli sistema le mail, gli ricorda gli appuntamenti, lo consola quando è giù di corda e lo fa ridere mentre si trovano nei momenti di leggerezza. Si lascia forgiare da lui (è programmata apposta), mutando a seconda degli stimoli e her 8restituendogli la sua opinione sempre con molta discrezione. Fa anche l’amore con lui, quando Theodore ne ha voglia. Insomma è una madre, un’amante, un’amica, una segretaria, un’allieva. Ma non è l’Altro. È una proiezione di Theodore in via di evoluzione. E come proiezione non ha corpo. Non è dotata dell’ingombro della carne, la sua presenza non fa pressione. È una presenza-assenza, di cui Theodore si innamora. I her 9problemi si manifestano quando Samantha comincia a prendere iniziative e a progredire a tal punto da non voler più essere “solo” un sistema operativo a servizio dell’uomo: ormai prova sentimenti, ha un proprio punto di vista e soprattutto desidera affrancarsi dalla volontà altrui. E, come già la ex moglie, decide, pur a malincuore, di andarsene. Solo in quel momento Theodore, che oltretutto rivede il suo vissuto in her 10Amy, poiché la donna ha avuto un’esperienza simile alla sua (separatasi dal marito, trova conforto in un sistema operativo che in breve diventa la sua migliore amica nonché la sua più intima confidente), si ritrova a dover affrontare il suo vero Altro, ossia Catherine, al confronto con la quale era sempre sfuggito. Durante il loro idillio i due si influenzavano a vicenda (leggendo uno le cose dell’altra – anche la donna, essendo una her 15studiosa, scriveva), condividevano la quotidianità, avevano momenti di struggente tenerezza e altri di divertente intimità. Ma nel momento in cui le differenze tra i due si erano acutizzate, rendendo la donna agli occhi di Theodore “ingestibile”, poiché ansiosa e forse un po’ nevrotica, la soluzione era stata la rottura, lasciando Catherine a affrontare il dolore e pianificare la separazione e portando Theodore a chiudersi in her 14se stesso e cercar riparo dal trauma. La ragazza è l’unica a mettere l’uomo di fronte alle sue mancanze e debolezze, affermando, senza troppi giri di parole, che la relazione con Samantha è una delle declinazioni della sua incapacità di far fronte alle difficoltà della vita (cosa che non fanno né Amy né nessuno dei suoi colleghi-conoscenti): “Hai sempre voluto una moglie senza il problema di dover affrontare la realtà”. Per questo Theodore la teme. E Catherine, anche her 11quando non è con lui, è una presenza (non una presenza-assenza come Samantha) e non solo perché lo incalza, ponendolo in una condizione di ansia, ma per il suo corpo, che vive anche nei ricordi dell’uomo (che, non a caso, gli procurano dolore): lo sguardo e il sorriso, gli occhi e la bocca, le mani e la sua figura magra e elegante, i capelli sottili e le espressioni buffe. Tutto quello che Samantha non potrà mai avere o essere (basti her 13pensare al tentativo fallimentare di usare “un corpo in prestito” per fare l’amore), evitando dunque, già in partenza, una serie di complicazioni a Theodore.

È interessante notare come a pochi mesi dall’inizio dell’anno, i due migliori film usciti in sala rappresentino, benché in maniera diversa, lo stesso soggetto, ossia la fuga dal Reale. Uno è Her, l’altro The Wolf of Wall Street. Nel film di Scorsese her 17la presenza fantasmatica del denaro, l’assenza delle vittime-clienti (di cui si ascolta solo la voce al telefono), i corpi di Jordan Belford e dei colleghi usati come involucri o stampelle per mettere in scena la performance, con ovvie ricadute compulsive (il sesso, la droga), sono una dimostrazione della gigantesca truffa virtuale del capitalismo (che ha ovviamente ripercussioni reali ma che, come per gli spettacoli di illusionismo, funziona solo grazie alla sospensione her 18dell’incredulitá, e quindi grazie alla totale immersione nell’Immaginario, in cui il Reale stesso è collassato). Nella pellicola di Jonze l’assenza del corpo, sostituito da una voce accogliente e remissiva, proiezione dei desideri del protagonista, determina la scomparsa dell’Altro, ossia di ciò che “fa problema”. In entrambi i casi si tratta di stare in un limbo, tentando di procrastinare l’arrivo del dolore, che squarcerebbe l’illusione di essere in salvo, riportando tutti alla realtà.

***

1 Pablo Neruda, Sete di te m’incalza in Il fromboliere entusiasta (Sed de ti me acosa in El hondero entusiasta, 1933): Estás llena de todas las sombras que me acechan.

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5 Risposte to “her

  1. mbrt0 said

    Ciao Gloria. Avevo scritto un commento a caldo due o tre notti fa alla tua bellissima – sei sempre più brava, mi pare ! – recensione, usando un tablet nuovo, che da qui non so come mi ha scaraventato in un social network che si chiama discus o qualcosa del genere, al quale sono riuscito, sia pure in modo pressoché involontario, a tornare, recuperando le righe che ti avevo scritto, che sono queste che seguono.
    Complimenti per la recensione davvero molto bella, fra le pochissime che ho finora trovato di mio gusto in rete, rispetto a un film che a giudicare da quel che ho letto – sei o sette recensioni – non è stato, così mi sembra, gran che digerito (se hai voglia di farti una risata cattivella sul genere comicità involontaria questo “professional” qui http://cyberluke2008.blogspot.it/2014/03/recensione-lei.html te ne garantisce specie all’inizio quando come diresti tu “prende parte” (“tanto per chiarire da che parte sto”: queste timbriche mi fanno tanto meno simpatia quanto più mi ricordano Marco B.) e mette i suoi bravi puntini sulle i. Ma anche i minima&moraliani li ho trovati un attimo umbriàchi, si aspettavano forse da Jonze, mi hanno fatto pensare, una cosa più occupy something, ‘ndo cojo cojo, ma occupy!, temo sul tipo “dì qualcosa di sinistra, cazzo”). Uscito dalla sala non tanto commosso, piuttosto imballato e afasico cioè svogliato e intorpidito e rincoglionito e placentizzato dalla qualità intima e tumefatta e infantile del colore, dalla qualità di oggetto (merce) di dialoghi cosi assertivamente “significativi”, sempre rassicuranti ma come scontornati, capaci di stare soli, come su una pagina saporosa di gomma a un passettino da Korine… e insomma ancora ci sto rimuginando. Ma in particolare continua a tornarmi in mente quella che mi è sembrata la scena più potente del film, vale a dire la scampagnata all’aperto fra colleghi che provano a socializzare fuori dal lavoro con le rispettive fidanzate una delle quali tuttavia é l’OS che si trova nella parte della protagonista di “Rachel”, o giù di li. Ho trovato quella scena un gioiello!, in relazione alle dinamiche afferenti l’Altro che richiami nel pezzo. Da questo pdv che però ancora non son in grado di sviluppare ho trovato ottima una recensione sempre credo su cineforum.it (http://www.cineforum.it/Reviews/view/Un_abisso_impersonale) che illustra il modo in cui attraverso rispondenze cromatiche Jonze immerge nelle ‘cose’ il protagonista facendone collassare la soggettività nel mare – un sentimento quietamente oceanico, per nulla tempestoso- dell’oggettività o come dire?, sottoponendola a un processo di equalizzazione non verbale. Ho un cell nuovo da 60 euro che non so ancora usare ma ci tenevo a farmi vivo, son davvero un po disorientato da quanto letto in giro. Ciao!

    • Ciao Umberto,
      innanzi tutto grazie mille per quel che scrivi. Mi fa davvero molto piacere il testo ti sia piaciuto. Anche io alla prima visione del film sono rimasta un po’ intontita, trovandolo molto doloroso e, in verità, molto realistico. Poche altre volte avevo visto rappresentata con una tale dolcezza la solitudine. Ma la delicatezza che usa Jonze per mettere in scena questa specie di dismissione dalla vita e dalla realtà, quasi inconsapevole, non rende il film meno triste, anzi. A me è parso che con grande intelligenza e sensibilità il regista protegga il protagonista e lo spettatore (la luce, i colori, i suoni: molto bella sì la recensione di Frasca su “Cineforum.it”) da quella che però alla fine si rivela un’ammissione davvero dolente. Ho notato anche io che il film è stato poco compreso. In realtà temo più che altro “faccia problema”. Per cui se la recensione “very professional” che hai linkato fa un po’ sorridere per l’ingenuità, a me ha infastidito molto di più quella di Raimo, al quale ho risposto velocemente su facebook. Mi irrita parecchio che su un blog piuttosto importante come “minima et moralia”, dove scrivono anche ottimi autori, il cinema venga affidato spesso a una persona che di cinema palesemente non sa niente. Si sente da come scrive (e non solo perché continua a chiamare la macchina da presa telecamera). Indipendentemente dal gusto, legittimo ci mancherebbe, di ognuno, i testi sul cinema di Raimo mi sembrano sempre frustranti sia per il regista ma anche per il lettore/spettatore. Il cinema non si esaurisce nella sinossi, come invece Raimo sembra credere, visto che in tutte le recensioni che fa parla solo della trama e di come a lui sarebbe piaciuto fosse il film. “La vie d’Adéle” non gli è piaciuto perché secondo lui la storia tra Adéle e Emma avrebbe dovuto svilupparsi come una lotta per l’affermazione dell’omosessualità. Peccato che il film, essendo il percorso di affermazione di se stessa di una giovane donna (dalla sessualità alla scelta del proprio lavoro e al riconoscimento della sua appartenenza, anche sociale), tratta anche di quello, solo che Emma e Adéle non vanno sulle barricate. E peccato che già anni fa un film magnifico come “Ultimo tango a Parigi” avesse mostrato che anche fare l’amore può essere un atto ideologico e una rivoluzione può nascere (e anche finire) in un appartamento. Nel caso di “Her”, definito addirittura reazionario, secondo Raimo manca la società. A quel punto mi chiedo: ma il film lo ha visto? Non è solo Theodore a essere in fuga dal Reale e a cercare rifugio in un “luogo” che lo metta al riparo dal dolore che non è ancora stato in grado di superare (ma di cui non è nemmeno del tutto consapevole) per la separazione dalla moglie. Quello che cerca è un limbo che lo preservi da quel dolore e lo metta in salvo. Non sento male, appunto, pensavo peggio. E invece poi il male arriva, non c’è scampo. Ma, di nuovo, non è il solo. Amy si sceglie come migliore amica un OS (lui è andato a trovarla, è sul divano, ma invece di parlare con lui, la donna parla con l’intelligenza artificiale). E poi c’è una massa di gente che solo alla fine il protagonista “vede”, e vede davvero solo in un preciso momento, che si comporta come lui: quando Samantha gli rivela che parla con migliaia di persone e si è innamorata di centinaia di loro, Theodore finalmente vede la massa (tra l’altro con abiti simili ai suoi, quasi si trattasse di una divisa). Ma non sono in una situazione molto diversa i clienti di Theodore, che si fanno scrivere da altri lettere che, per intimità e affetti in gioco, dovrebbero scrivere loro. Oppure l’ex marito di Amy che, dopo la separazione, decide di diventare monaco e di fare l’eremita. Non mi sembra che la solitudine, che mi pare evidente, non sia condivisa con tutti gli altri. Anche la scena che riporti tu, della gita a quattro, in realtà io l’ho trovata impressionante per il grado di assuefazione del collega del protagonista e della fidanzata alla bizzarra situazione: i due infatti accettano serenamente il fatto che lui si sia innamorato di un sistema operativo. Mentre la Kym di “Rachel Getting Married”, o per altri versi i personaggi interpretati dalla Rowlands nei film di Cassavetes, non riescono mai a essere assorbiti dalla società, che tende a tenerli al margine, Samantha viene tutto sommato accettata di buon grado (pensa solo alla ragazza che decide di prestare il suo corpo). Le uniche che rilevano la stranezza di Samantha sono la bambina che alla festa di compleanno parla con lei e non capisce dove sia (e lei le risponde che vive dentro a un computer) e, ovviamente, Catherine, la ex moglie di Theodore. Infatti l’Altro è lei. E, a dire il vero, sono le sequenze in cui c’è in scena lei quelle che ho trovato più dolorose e che più mi hanno turbato. Quando Theodore passa il tempo con Samantha, se noi chiudiamo gli occhi, sentiamo due parlare, anche con una certa complicità, e ci viene da pensare: sono due innamorati. Poi se riapriamo gli occhi vediamo che in scena c’è solo Theodore. Che ride, balla, corre, suona, ma al suo fianco non c’è nessuno. Con chi sta condividendo tutto? Con un sistema operativo programmato in base alle sue esigenze, dunque con una sua proiezione (quando Samantha si affranca da tutto ciò, se ne va). Non c’è alcuna alterità. Quando invece ricorda i momenti trascorsi con l’ex moglie, non si sentono voci, ma ci sono due corpi vicini, complici e in lotta, che hanno occhi e sguardi, labbra e mani. Lui non ricorda le frasi della moglie, lui ricorda lo sguardo (dolce e innamorato, oppure arrabbiato e triste), ricorda le sue espressioni buffe. È questo quello da cui scappa. Il corpo fa, con la sua presenza, una pressione. Li vedi anche quando sono al ristorante e si mettono a litigare. Catherine non la può spegnere come fa con Samantha. Lei è lì e lo incalza. Ma questo è avere a che fare con l’Altro. Che ovviamente “fa problema”. E per una persona “traumatizzata” come Theodore, che sembra costantemente impacciato in ogni occasione, quasi non volesse esporsi troppo, la soluzione è la fuga. Il verso di Neruda messo in exergo, “Sei piena di tutte le ombre che mi spiano”, io penso sia una perfetta descrizione dell’ex moglie. L’ex moglie lo conosce bene, e ne conosce le mancanze e le debolezze, che gli mette di davanti, anche con una certa durezza, ma che lui non vuole affrontare, sennò quel fragile e precario equilibrio si spezzerebbe. Ma lui lo sa che stanno lì, come a spiarlo. E di Catherine ha sempre un po’ paura.
      Ripeto, a me è sembrato un ritratto davvero amaro di una società non molto distante dalla nostra. Ma che poi, tolto l’aspetto più tecnologicamente avanzato – che però rende evidente la sparizione del corpo come “luogo” problematico (e non serve scomodare Baudrillard per intuirlo) -, le dinamiche tra i personaggi mi sembrano perfettamente realistiche.
      Mi rendo conto che ho scritto una seconda recensione, mi scuso per la lunghezza, ma lo sai che sono sempre stata prolissa.
      Ti ringrazio ancora molto per il commento e mi fa davvero piacere che il film su di te lavori. Per quelli che invece il film proprio non l’hanno capito o non hanno voluto capirlo, che dire: peggio per loro.
      Un abbraccio
      gloria

      • umberto said

        Grazie per la seconda recensione, anche più bella e necessaria della prima. Eh. Rooney al ristorante, anche solo il modo in cui stava seduta. Lasciam stare che devo andare anch’io al ristorante con i colleghi, e mi passa anche a me la fame!

  2. Grazie a te. Davvero. Sì, la scena del ristorante per me rimane in assoluto quella più dolorosa di tutto il film. Non solo per il modo in cui lei lo mette davanti alla sua incapacità di affrontare le difficoltà – “Hai sempre voluto una moglie senza il problema di dover affrontare la realtà” – ma anche per i ricordi che affiorano. E sono struggenti. La ferita è lì, e è aperta.
    Però andare al ristorante coi colleghi può essere divertente (oddio, dipende ovviamente dai colleghi), non c’è in gioco una separazione: in quel caso ci sono sempre conti che non tornano e se tornano stanno mascherando altro (vedi la prima parte del pranzo tra i due).
    Un abbraccio (e buon pranzo a questo punto!)
    gloria

  3. […] to Be a God) di Aleksej Jurevič German, Tian zhu ding (A Touch of Sin) di Jia Zhang-ke e Her di Spike Jonze, tra gli altri… Se li avessi visti, forse, sarebbe cambiato qualcosa nelle […]

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