inside llewyn davis

3 marzo 2014

Inside Llewyn Davis di Joel e Ethan Coen con Oscar Isaac, “Ulysses” il gatto rosso, Carey Mulligan, Justin Timberlake, Adam Driver, Stark Sands, John Goodman, Garrett Hedlund, F. Murray Abraham, Ethan Phillips, Robin Bartlett, Max Casella, Jerry Grayson, Jeanine Serralles, Alex Karpovsky, Ricardo Cordero, Jake Ryan, James Colby, Mike Houston, Steve Routman, Ian Blackman, Genevieve Adams, Bonnie Rose

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Rashi

inside llewyn davis 1Come spesso accade nei film dei fratelli Coen è quasi sempre impossibile decidere se il protagonista delle loro pellicole sia perseguitato dal destino (verrebbe da dire sfortuna, visto di solito come volgono in maniera bizzarra, se non addirittura disgraziata, le situazioni) oppure se l’indole del personaggio non sia, in fondo, se non la causa, quanto meno il sostegno principale del perpetuarsi della propria malasorte.

Llewyn Davis, cantante folk squattrinato che all’inizio degli anni ‘60 si esibisce al Gaslight Café e dorme sui divani degli amici che lo ospitano al Greenwich Village, è un parente non troppo lontano del Larry Gopnik di A Serious Man (2009), di Jeffrey “The Dude” Lebowski, di Barton Fink, dell’Ed Crane di The Man Who Wasn’t There (L’uomo che non c’era, 2001) e, addirittura, di Llewelyn Moss che in No Country For Old Men (Non è un paese per vecchi, 2007) veniva in possesso fortuitamente di una grossa somma di denaro.

Benché con sfumature differenti – da quelle lievi e in fondo scanzonate di The Big Lebowski (Il grande Lebowski, 1998) a quelle cupe e crudeli di No Country 

inside llewyn davis 2For Old Men, che rimane a oggi il film più spietato dei Coen – i loro protagonisti sono delle variazioni sul tema dello schlemihl, cioè di “colui che ha la disdetta addosso”. Ognuna di queste figure ha sempre un momento in cui può compiere una scelta di fronte a un evento imprevisto e puntualmente compie la scelta sbagliata che però ne svela, tutto sommato, la personalità abulica e inconcludente. Il prologo di A Serious Man è, da questo punto di vista, emblematico: in uno sperduto shtetl, alla fine dell’Ottocento, una coppia riceve la visita di un anziano signore, invitato dall’uomo che lo inside llewyn davis 3aveva incontrato per strada e che la moglie crede invece essere un dybbuk, ossia una specie di demone che si è impossessato di un vecchio conoscente morto da tempo. La donna, certa delle sue convinzioni, infila un punteruolo nel petto dell’ospite che, dopo un momento di sgomento e di incertezza (allora aveva ragione la donna?), inizia a sanguinare, si alza e se ne va. Il marito, disperato, immediatamente prevede che la sfortuna (che forse era già in agguato) inizierà a perseguitarli da quell’istante. Di questa coppia poi non si sa più niente, poiché l’azione inside llewyn davis 4si sposta, per rimanervi, alla fine degli anni ’60 nel Midwest degli Stati Uniti. Eppure, se davvero la coppia fosse perseguitata dalla malasorte, sarebbe colpa della donna che ha colpito l’ospite, compiendo dunque una scelta sbagliata e scatenando la sventura, oppure sarebbe semplicemente causa del loro avverso destino? Allo stesso modo Larry Gopnik, che sembra la versione grottesca dello “Svedese”2, – buttato fuori casa dalla moglie che vuole un divorzio rituale per poter sposare nella fede l’“eletto” Sy Ableman, inside llewyn davis 6amico di famiglia; alle prese con due figli indolenti e un fratello disoccupato che dorme sul divano e trascorre buona parte della giornata nel bagno; ricattato da uno studente che ha tentato di corromperlo e turbato da una vicina di casa procace – è solo un poveraccio vessato dalla sorte o è un ignavo che a causa del suo temperamento non è in grado di affrontare nessuno degli accidenti che gli capitano, trasformandoli invece in una valanga che finirà per travolgerlo?

inside llewyn davis 5Non è molto diverso Llewyn Davis che chiama, in fondo, destino il proprio carattere. Dopo che l’amico che suonava in coppia con lui si è suicidato, Davis porta in giro se stesso e la sua vita aspettando il momento in cui il suo talento verrà riconosciuto, senza però una vera e propria convinzione, spingendosi fino a Chicago per un’audizione col famoso manager e talent-scout musicale Bud Grossman, che gli consiglierà, però, di tornare a esibirsi in duo. Forse consapevole di non essere dotato di estro inside llewyn davis 7sufficiente per sfondare e soprattutto di non avere, se non a parole, la dedizione necessaria per perseguire il suo sogno, incapace di dare una qualsiasi forma alla propria esistenza, si lascia attraversare e muovere dagli eventi, sempre un po’ stralunato, senza mai un vero coinvolgimento. La controparte di Davis è il gatto rosso, che gli scappa e poi torna a casa per conto suo, che ricompare e scompare quando e come gli pare, nonostante l’affannarsi del protagonista. Il gatto inside llewyn davis 8fa esattamente ciò che vuole mentre Davis non sa quel che desidera e fa quello che gli capita. Inoltre il gatto è una specie di monito, che con il suo “eterno ritorno” testimonia come l’intera vita di Llewyn Davis sia la continua ripetizione di eventi che non gli fanno né prendere coscienza (o un’ulteriore coscienza) di sé, né lo fanno cambiare. Il tempo circolare, scandito dall’inizio del film che torna alla fine (e viceversa), non gli lascia scampo: nemmeno il manifestarsi del vero talento (Bob Dylan) cambierà alcunché. Come i gatti rossi sono diversi, ma in realtà sono lo stesso inside llewyn davis 9gatto, così le situazioni nelle quali si imbatte Davis sono differenti ma in fondo uguali, come i divani sui quali si ritrova a dormire, le strade che attraversa al freddo, senza nemmeno il cappotto. Eppure il protagonista tenta a suo modo (a suo modo) di fare del suo meglio: appena sa che l’amica/amante, fidanzata dell’amico che lo ospita, è incinta, non sa di chi sia il figlio (se suo o del compagno), e per questo vorrebbe abortire, si precipita a cercarle i soldi necessari per l’intervento, contatta un vecchio medico dal quale aveva già portato una sua ex ragazza (le situazioni che si ripetono), e le fissa un inside llewyn davis 10appuntamento; quando il gatto rosso scappa la prima volta fa di tutto per ritrovarlo e riportarlo a casa. Ma in entrambi gli episodi il destino gli gioca uno scherzo beffardo: l’amica/amante era stata a letto anche con altri, per cui il padre del bambino avrebbe potuto essere chiunque; il gatto che riporta a casa è il gatto sbagliato, mentre Ulysses, il vero gatto di casa, troverà da solo la strada del ritorno.

inside llewyn davis 11Anche la morte dell’amico che suonava con lui, che potrebbe apparire come il trauma che lo tiene in una sorta di immobilità tormentata, in realtà non spiega fino in fondo il caos della sua esistenza, il suo equilibrio frastornato, la sciatteria con cui organizza la sua vita (si veda anche solo l’episodio della perdita del brevetto da marinaio, indispensabile per il suo immediato futuro, dimenticato in uno scatolone con oggetti e ricordi personali, che la sorella, su esplicito invito di Davis, butta nella spazzatura). La riluttanza di Llewyn Davis – a cui certo non manca la temerarietà, che inside llewyn davis 12sembra però più dettata dall’incoscienza che da una lucida determinazione – a affrontare il presente in maniera pragmatica e risoluta ricorda quella di certi personaggi di Saul Bellow, da Augie March3 a Moses E. Herzog4.

C’è qualcosa, dunque, che ha intimamente a che fare con la sua indole e che, con una pigrizia di fondo a dir poco atavica, Davis non ha alcuna intenzione di mutare, così come, tutto sommato, nessuno dei protagonisti dei film dei Coen, la cui unica soluzione ai loro affanni sembra essere: “Please. Accept the mystery”5. E ancora una volta la risposta non risolve l’annosa questione (malasorte o temperamento?) ma, appunto, la lascia aperta all’ambiguo enigma della realtà.

inside llewyn davis 13“Perché devo essere un tipo così angosciato, palpitante… Ma lo sono. Lo sono, e ai cani vecchi non gli si può più insegnare. Io sono così e così, e continuerò a essere così e così. E perché reprimersi? Il mio equilibrio nasce dall’instabilità. Non organizzazione, o coraggio, come per l’altra gente. È duro, ma è così. A queste condizioni io, io pure – persino io! – imparo certe cose. Forse è il solo modo in cui lo so fare. Bisogna che suoni lo strumento che mi ritrovo”6.

***

1 “Accetta con semplicità tutto ciò che ti succede”: massima che apre A Serious Man (2009) dei fratelli Coen.
2 Seymour Levov detto “The Swede”, “Lo Svedese”, protagonista di American Pastoral (Pastorale americana, 1997) di Philip Roth. Ma il personaggio di Larry Gopnik è chiaramente ispirato anche alla figura biblica di Giobbe.
3 Saul Bellow, The Adventures of Augie March (Le avventure di Augie March, 1953).
4 Saul Bellow, Herzog (1964).
5 “Per favore, accetti il mistero” detto dal padre di Clive (lo studente coreano che tenta di corromperlo per poi denunciarlo) a Larry Gopnik in A Serious Man (2009).
6 Saul Bellow, Herzog (1964).

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10 Risposte to “inside llewyn davis

  1. vanessa said

    Lucidi, ironici e cinici come solo loro possono essere, i coen propongono il ritratto di un’altro perdente, un musicista folk di talento, ingabbiato nelle sabbie mobili di se stesso. Sa che andrà giù (il produttore che gli dice questa roba non vende, amici meno talentuosi che vanno avanti mentre lui rimane al palo, ecc. ne sono un’amara dimostrazione), ma non si sente responsabile di essere finito nel pantano, anzi accusa l’impietosa sorte e la cecità altrui (parenti, fidanzate, amici, colleghi, datori di lavoro) nei riguardi della sua, a lui solo evidente, superiorità. Così, imperterrito, testardo nella sua presunzione, rimane fermo, in loop, ripetendo sempre le stesse scelte sbagliate, nella speranza di rimanere a galla il tempo sufficiente perché gli arrivi, finalmente, una mano dal fato che, egli ne è convinto, è in debito con lui. Una mano che ovviamente non arriverà. Il nostro non eroe ha paura di guardare dentro l’abisso e di venirne risucchiato. Nonostante sappia, amaramente, che la vita ha un conto salato e bisogna sbattersi per pagarlo per avere la cena, erroneamente, crede di essere il solo a mettere mano al portafoglio, mentre gli altri mangiano gratis. Non vuole accettare l’indigesta medicina che o si sceglie di cercare di scrivere il proprio destino, con la concreta possibilità di fallire, o bisogna accettare ciò che arriva senza poi lamentarsi di vivere una vita di quieta disperazione. Così lui sceglie la terza via, il non scegliere, il rimaner fermi persi in se stessi. Ma anche questa è una scelta, la stessa di un animale che rifiuta di adattarsi all’ambiente e che quindi, inevitabilmente, soccomberà. A sottolineare tutti questi aspetti c’è, per l’appunto, un meraviglioso gatto rosso (ci sono molti riferimenti a colazione da tiffany), che, non a caso, porta il nome di Ulysses.

    • Cara Vanessa,
      grazie davvero per il bellissimo commento! Sì, sono perfettamente d’accordo con te sull’indolenza del protagonista di “Inside Llewyn Davis” (che ha, come si diceva, un’indole che lo accomuna anche agli altri personaggi dei film dei Coen). Quel che mi piace sempre molto del loro cinema è lasciare il fato fare il suo corso, con le figure che popolano le loro pellicole nell’immobilità affannata, non sapendo se scegliere tra destino o carattere (qual è la causa della sventura?).
      “Così lui sceglie la terza via, il non scegliere, il rimaner fermi persi in se stessi. Ma anche questa è una scelta”: esattamente, per potersi mantenere, appunto, in una sorta di limbo, di attesa di qualcosa che non arriverà mai, mentre la vita gira in maniera circolare, ripetendosi.
      Un forte abbraccio
      gloria

  2. mbrt0 said

    Ciao Gloria, ciao Vanessa. Complimenti intanto per la recensione, ottima, e per l’intervento, deciso, stimolante e pertinente. Il film dei Coen mi è piaciuto tanto oltre che avermi fatto un po’ male – un bel male – ma leggere recensioni in cui vengono tirati in ballo autori e romanzi che ho amato in modo generoso audace e fertile finisce per farmici affezionare ancor più. Volevo solo domandarvi un’opinione su un dettaglio lasciato un po’ da parte, presumo perché altri in giro ne hanno parlato diffusamente (ho letto poche recensioni in verità) un dettaglio, chiamiamolo così, che a me, forse banalmente, pare l’occhio del ciclone del film, il punto cieco, non so ben come definirlo. Per me il buco nero, il punto cieco edi non ritorno (straordinariamente sapiente la gestione di fine-inizio da parte dei Cohen: indecidibile il tempo della medesima scena dunque identico ma identico perché indecidibile: un non ritorno che ti rigetta all’inizio tuo malgrado, un inizio che non è inizio ma un punto qualsiasi, un qualsiasi che tuttavia non è postmodernisticamente “indifferente”, ma in-decidibile: de-cisione= taglio, “in” locativo, stare nel taglio, oltre che negativo: non tagliare)… il vertice del film, un vertice che mi raffiguro all’ingiù come una specie di cono rovesciato, tridimensionalizzato dalla sorta di viaggio-maelstrom a Chicago, “quella tetra città” (Saul Bellow-Augie March), andata e ritorno, discesa e risalita, che conferisce alla circolarità della narrazione una dimensione in più – conica, infernal dantesca, fate vobis. Il punto cieco, l’occhio destinale, è nello sguardo di colui che nel film sembra l’unico vero ascoltatore di Llewin, sul cui talento, abbiate pazienza, non starei tanto a sindacare dato che nel racconto è un talento in grado di svegliare i morti (suo padre), e più filosoficamente dato che se non fosse appunto talento allo stato puro, direi tranquillamente “troppo” puro, troppo “Cosa”, temo che di tutta l’ebraicità tutta la Giobbeschità la Qoheletità la stessa shlemilità insomma l’abissalità sprigionata dal film rimarrebbe ben poco: se Giobbe non fosse dei figli di dio l’indiscutibilmente migliore migliore, non sarebbe Giobbe, e non ci sarebbe scommessa, e non avrebbe senso dire: chi cazzo sei tu, Giobbe, per venire a dire a me, Dio, perché faccio o non faccio il cazzo che voglio con chi voglio quando e come voglio… per intenderci. Mi piacerebbe una vostra opinione sugli occhi di “Salieri” (chiedo venia per la civetteria) – Murray Abrham – quando ascolta Llewin. E vi domando: cosa vede. Cosa ascolta, il signor scopritore di Robert Zimmermann. Perché gli brillano gli occhi. Cosa trattiene dentro a quegli occhi. E’ di pietra, diosanto. Cosa va trattenuto (qui San Paolo, ma andiamo davvero fuori dal seminato: katekhon e company)? Sto cercando di dire questo. che ho letto cose molto comportamentali. Performative. Prendere decisioni, non prenderle = prenderle. riconoscere i propri limiti, la propria natura, agire di conseguenza o meno, ma consapevolmente etc. Ma non ne va di questo. Questa è la parte “greca” della partita. Socrate vs Eraclito (in un certo senso). Conoscenza contro sapienza. Io volevo un’opinione sull’altra parte. Perché dio vede in me la cosa allo stato puro, parte integrante quindi del mio carattere, mi riconosce, e ciò malgrado, piangendo, afferma: “non sei tu”. Questo, volevo dire, è il lato ebraico, immensamente ebraico, della faccenda.

    • mbrt0 said

      Chiedo scusa per le sgrammaticature e la farraginosità. Scritto di notte con foga e stanchezza. Non son capace di rientrare e correggere. Spero sia ugualmente comprensibile. Ciao e grazie!

  3. Ciao Umberto,
    grazie mille innanzi tutto per il tuo intervento. Sono felice che il testo ti sia piaciuto. Provo a risponderti, sperando di essere esaustiva. Quello che Bud Grossman vede in Llewyn Davis è sicuramente il grande talento (il talento puro, se vuoi), ma vede anche, a malincuore, che quello non è il suo tempo. Capisco la vicinanza che tu poni tra Grossman e Dio (il più importante manager e talent scout del tempo, dunque, per chi fa musica, Dio, poiché decide del destino del talento di chi gli si presenta davanti) e tra Davis e Giobbe (che ha molto più talento di tutti gli altri, dalla coppia di amici al soldato che piace a tutti, e che però si vede rifiutare la possibilità di sfondare come solista proprio da Grossman). La risposta più sensata a questa “ingiustizia” dovrebbe essere, anche in questo caso: “Per favore, accetti il mistero”. Grossman, però, non lo depriva di tutto, ma gli dà un consiglio (come Dio dà a Giobbe una nuova moglie, dei nuovi figli, un nuovo gregge): questa roba così non vende, torna a suonare in duo. Certo è doloroso per un talento puro vedersi deprivato, da colui che sceglie nel panorama musicale, della possibilità di sfondare da solo (quello a cui lui aspira) per tornare a suonare in un duo, quando già Davis suonava in un duo, ma l’altro componente è morto. Un’altra beffa del destino. Però c’è qualcosa di diverso nel film dei Coen (e qui sta la loro grandezza) rispetto alla storia di Giobbe e è una specie di falso movimento che in realtà lascia Llewyn Davis immobile. Al contrario di Giobbe che, pur sapendo di essere l’uomo più fedele a Dio, accetta comunque la volontà del Signore, Davis il consiglio non lo accetta: con un atto di “superbia” (che in fondo è anche quello che lo porta, in parte, a trattare gli altri con sufficienza) continua a fare di testa sua perché sa di avere talento. Se io ho talento non devo sbattermi come gli altri, scendere a compromessi (per ciò che riguarda la musica): gli altri sì, perché devono compensare con i compromessi la mancanza di talento, io no perché il talento ce l’ho. Verissimo, come dargli torto? Eppure quello non è il suo tempo. Un altro talento si affaccia sulla scena musicale e quello è proprio il suo momento invece: Bob Dylan. Allora forse è lui il vero eletto, non Davis. All’epoca di Dylan (in realtà qualche anno dopo), oltre a Dave Van Ronk (il cantante folk a cui Llewyn Davis è ispirato) c’era anche un altro musicista che per una beffa del destino non ha sfondato negli Stati Uniti ma è diventato una celebrità, nel tempo, in Sud Africa: Sixto Rodriguez, detto Sugar Man. Perché le cose, anche per lui, sono andate in quel modo e non come forse Rodriguez aveva sognato? “Per favore, accetti il mistero”. Quello che a me interessava e interessa soprattutto del film dei Coen è l’ambiguità di questo passaggio (l’incontro con Bud Grossman, come dici tu un cono rovesciato) che è importante eppure non lo è. Cioè, comunque, non cambia nulla. Quell’incontro non cambia di una virgola l’esistenza di Davis, né in bene né in male. Dopo che anche Dio-Grossman gli dice “hai talento ma questa roba non vende, torna a suonare in duo”, lui non lo ascolta e continua a fare quello che faceva prima, in attesa di cosa? Che un altro Dio lo veda e finalmente lo faccia sfondare? Al contrario di Giobbe non accetta ciò che gli arriva, continua, cieco, per la sua strada. “Bisogna che suoni lo strumento che mi ritrovo”, che per carità, è un’ammissione delle proprie debolezze, ma anche il non voler nemmeno tentare di cambiare. Io sono così e non cambio. Dio mi chiede di cambiare. E io non cambio. Dunque tu, che chiedi a Dio un parere, poi pensi di essere superiore a lui tanto da permetterti di non accettarne i consigli, nel nome di cosa? Per questo, ripeto, è indecidibile, o quanto meno molto ambiguo, il rapporto tra destino e carattere. Lo Svedese è un Giobbe. Larry Gopnik (che all’inizio del film va a una visita dal dottore e questo gli fuma in faccia e gli offre anche una sigaretta e lui risponde “no, grazie, non fumo” e alla fine del film quello che forse ha il cancro è proprio Gopnik e non il medico, che è in perfetta salute, e come se non bastasse, ci si mette pure l’uragano…) è un Giobbe. Llewyn Davis lo è fino a un certo punto, poiché al destino beffardo si aggiunge la sua indole che di certo non lo aiuta. E le due cose sono inseparabili, anche nel momento in cui Grossman lo ascolta e gli dà la sua sentenza.
    Ti ringrazio ancora molto per il tuo intervento.
    Un abbraccio
    gloria

  4. vanessa said

    Salve Umberto!
    concordo con la risposta di gloria. Se bud grossman è dio, in quanto produttore, davis non è giobbe (il perseguitato o anche colui che sopporta le avversità). Quando egli si pone il problema di quale sia il limite che un uomo debba sopportare, dio rivendica la sua onnipotenza rispetto alla miseria dell’umanità: l’uomo può trovare una risposta al dolore e al male (insuccesso) solo decidendo di affidarsi a lui (accettare di non fare una carriera solistica). Perché, come dice l’aquila del sommo poeta sull’imperscrutabilità dei decreti divini, nessuna intelligenza umana potrà mai penetrare il mistero della sapienza e della giustizia divina. Gli uomini devono essere paghi di questa verità: è più facile che entri nel regno dei cieli (l’olimpo della musica) un pagano (non talentuoso) che visse secondo le leggi di natura e secondo i dettami della ragione (mercato musicale) che un cristiano il quale non ubbidì ai comandamenti della sua fede. E’ comprensibile che sia difficile accettare ciò. Giobbe lo fa, davis, superbamente, no. Più prosaicamente avrebbe dovuto “mettere la cera, togliere la cera” come il suo sensei gli raccomandava di fare (riforma il duo). Davis è come l’uomo di neanderthal, pur talentuoso e molto evoluto, non è stato capace di adattarsi a ciò che il suo ambiente richiedeva, tra le tante il commercio, e si è estinto. In conclusione, gli bastava dar retta al detto popolare “aiutati che il ciel (dio) t’aiuta” (corano, bibbia, esopo, la fontaine, voltaire, manzoni, franklin, per citarne alcuni, lo raccomandano).
    un abbraccio
    vanessa

    • mbrt0 said

      Grazie. Avere metà della vostra lucidità. Regalarne metà della metà al povero Llewin! Grazie ancora. Ciao.

      • mbrt0 said

        Per Gloria. Il rapporto ambiguo tra destino e carattere (vado a scoppio ritardato e al solito ultranotturno e distrutto, e un po’ a spannella). La faccenda si pone così, grosso modo, in Grecia. Che a un certo momento, un po’ a tutti i livelli, ma diciamo primaditutto politicamente, con Pericle, nelle sue parole (Tucidide), c’è una rivendicazione inaudita che suona: il popolo della città si dà da solo la sua legge – niente più sangue, padri, religione, miti, sibille, e compagnia. Il soggetto collettivo autonomina. La cosa pone un sacco di problemi anche di altissimo livello, non solo di potere puro e semplice, e sfocia in constatazioni del tipo: per avere una democrazia, come qualsiasi altro tipo di buon regime – per esempio una decente aristocrazia (il modello preferito da Platone, da non confondere con l’oligarchia) – è necessario avere una cittadinanza conforme. Per avere democrazia, ci vogliono, per farla facile, cittadini democratici. E come si fa ad avere cittadini democratici (o buoni aristocratici)? Bisogna farli. Forgiarli. Educarli. Cioè: paideia (una cosa che relativamente vicino a noi trova forse l’esempio più sperimentalmente pazzesco in un tipo come Rousseau). La paideia implica una cosa, però, che fin dagli esordi risulta un po’ scabrosa e ha a che fare in tutti i sensi, buoni e cattivi, con il mettere mano in modo radicale alla scaturigine, a ciò che fa di un individuo proprio quell’individuo e non un altro. Non è Sparta (protoeugenetica), beninteso. Ma dei, padre, sangue e sibille prendono dentro anche quel che ancora risuona in Eraclito, così come riportato da Bellow. Paideia significa mettere mano al carattere, laddove carattere è una figura e la figura, il tarocco, quello della chiromante!, è destinale. Raddrizzare il “legno storto”, si potrebbe dire, d’altra sponda. Da questa parte, si tratta della partita di Socrate sia contro il vecchio sapere, sia contro quello altrettanto nuovo e “relativistico” – ammesso di sapere si tratti: un buon retore lo negherebbe, direbbe che non si dà dimostrazione ma solo persuasione – dei sofisti. Prima di questa svolta pazzesca non capire chi e che cosa si è, e non comportarsi di conseguenza, significa risate (altrui), cioè stoltaggine, la comica del non accettarsi, non accettare il proprio destino. Da questo punto di vista quando Bellow fa dire a Moses Herzog che deve suonare il suo strumento, e che quello è, e non un altro, lo strumento, in realtà, individua una mediazione che Llewin non è o non sembra nel modo più assoluto in grado di agire. Davvero nel modo più assoluto. Direi in modo tanto più assoluto quanto il talento – questo tema, ahimè temo piuttosto fuorviante – è più innato (carattere) che coltivabile (paideia). La cosa si fa ancora più affascinante, e nei panni di un Llewin “cosa in sè”, se si considera come Llewin “cosa in sé” sia incistato in quell’epoca e nella sua specifica, dirompente ideologia: non venderti, sii ciò che sei, sii autentico. Che fa di queste frasette una leva rivoluzionaria, di vasta e a posteriori globale trasformazione-poiesi. In un’epoca che mette tutto in discussione, che forgia quindi il proprio destino (paideia) chiedendo al mondo di cambiare nel nome del vero self (carattere?) c’è un tizio che è “la cosa allo stato puro” (autenticità: non ha nemmeno bisogno di inventarle le canzoni, ma solo di cantarle, interpretarle, non ha nemmeno bisogno di essere autore!), e il suo più antico, profondo, imperterrito fraintendimento. Non è il suo tempo, ma è il suo tempo, sarà sempre il tempo di quelli come lui, e non lo sarà mai…

  5. Ciao Umberto,
    sì, infatti l’ambiguità e la non decidibilità se Llewyn Davis sia in balia del destino o del suo carattere è il punto forte del film dei Coen. Che tornano comunque su una tematica (questa, appunto) che a loro è cara. Prendi il Drugo Lebowski. Cosa fa Lebowski? Niente, nella maniera più assoluta. Per un fraintendimento (viene scambiato per il suo omonimo ricco, come ricorderai) si trova invischiato in una situazione delirante e intricatissima. Mica è colpa sua, è il destino. Eppure è talmente confusionario e pigro da lasciarsi travolgere dagli eventi. Ma di suo, Drugo, non fa niente. Non gioca nemmeno a bowling (guarda gli altri giocare: non c’è una sequenza in cui lui abbia in mano la palla, al contrario di Walter, Donnie o Jesus). Sembra sempre che qualcuno lo spinga a fare qualcosa, mentre lui se ne starebbe tutto il giorno sdraiato sul tappeto a ascoltare i Creedence e a bere White Russian. Nonostante sia lui il protagonista che viene chiamato a risolvere il caso del finto rapimento, è Walter che prende in mano la situazione, portando tutti verso la famigerata “valle di lacrime”. Lebowski sta sempre a traino. Quando Maude, volendo avere un figlio, lo sceglie come semplice “padre biologico”, fa tutto lei. Eppure, come dice lo Straniero (che poi è la voce narrante): “A volte si incontra un uomo… non dirò un eroe, perchè che cos’è un eroe? ma a volte si incontra un uomo, e sto parlando di Drugo… a volte si incontra un uomo che è l’uomo giusto, al momento giusto, nel posto giusto. Là dove deve essere. E quello è Drugo, a Los Angeles. E anche se quell’uomo è un pigro, e Drugo lo era di sicuro, forse il più pigro di tutta la contea di Los Angeles, il che lo mette in competizione per il titolo mondiale dei pigri, ma a volte si incontra un uomo… a volte si incontra un uomo…Ah, ho perso il filo del discorso. Beh, al diavolo, è più che sufficiente come presentazione”. E alla fine Drugo il caso lo risolve, anche perchè ha a che fare con dei babbei (vedi i nichilisti), ma come riesca a tirarsi fuori dal pantano in cui si è cacciato Dio solo lo sa. Anche nel suo caso (e Lebowski è chiaramente un personaggio meno complesso e profondo di Davis) non si riesce a distinguere del tutto tra che cosa gli accada a causa della sua indole e cosa a causa del destino. E questo succede praticamente sempre nel cinema dei Coen.
    Un abbraccio
    gloria

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