In occasione dell’uscita in sala di Nymphomaniac di Lars von Trier, Cineforum.it ha chiesto ai suoi collaboratori un testo che trattasse la rappresentazione della sessualità e dell’erotismo al cinema. Si poteva scegliere di affrontare un film, una scena, una sequenza, un’immagine. Io ho scelto Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci, sia perché è uno dei film che amo di più, sia perché continuo a trovarlo, a distanza di tempo, una delle opere più potenti e disarmanti sull’essere umano. Questo è il mio testo.

Solo l’erotismo ha il potere,
nel silenzio della trasgressione,
d’introdurre gli amanti in quel vuoto
in cui il balbettare stesso è sospeso,
in cui non c’è più parola concepibile,
in cui l’amplesso non significa più solo l’altro,
ma l’assenza di fondo e di limiti dell’universo.

Georges Bataille

ultimo tango a parigi 1In quale momento della propria esistenza l’essere umano diventa la costruzione sociale di se stesso? Dalla nascita? Da quando inizia a parlare? Da quando dà un nome alle cose? E in quale momento torna a essere solo se stesso? Durante l’orgasmo e quando muore. “L’erotismo è, nella coscienza dell’uomo, ciò che mette il suo essere in questione” (G. Bataille). In pochi istanti tutto svanisce. Svanisce il passato, e con lui le città attraversate, i dolori sopportati, gli incontri fatti, le parole dette, gli impegni da portare a termine, gli obblighi mantenuti e le promesse disattese. Scompare il mondo. “Ci incontriamo qui senza sapere cosa facciamo fuori di qui” “Perché?” “Perché qui non abbiamo bisogno di nomi” dice Paul a Jeanne, compiendo un atto forse anarcoide, di certo poetico, e permettendo a entrambi, benché per poco, di vivere altrove. L’appartamento vuoto di Passy, in cui i due si incontrano per fare l’amore, è come un utero che li accoglie e li protegge, un luogo dove i due possono essere semplicemente un uomo e una donna: “Divertente! È come giocare ai grandi. Mi sembra di tornare bambina!”.

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her

12 marzo 2014

Questo testo è uscito su Cineforum.it.

Her di Spike Jonze con Joaquin Phoenix, Scarlett Johansson, Amy Adams, Rooney Mara, Olivia Wilde, Chris Pratt, Matt Letscher, Portia Doubleday, Kristen Wiig, Brian Cox, Spike Jonze

Sei piena di tutte le ombre che mi spiano.1
Pablo Neruda

her 1Quando ci si ferisce o si prende una botta molto forte, tra l’urto e la fitta acuta passano alcuni istanti in cui il dolore non è ancora lancinante, ma sordo, trattenuto, quasi distante e, per un momento, si crede di averla scampata. Pensavo peggio, ci si dice, restando immobili per paura che anche un gesto lieve rompa il precario equilibrio. Ma poi il male arriva e porta con sé l’attesa che il sangue si coaguli, che il gonfiore si attenui e l’ematoma pian piano svanisca.

Theodore Twombly (Joaquin Phoenix) vive in una specie di bolla che Spike Jonze gli mette a disposizione facendolo abitare in una città dai colori pastello e dalla luce gentile, che mescola Los Angeles a Shanghai, in cui la musica ha qualcosa di ovattato e i contorni dei volti e delle cose sono pressoché sfumati. Anche il lavoro rispecchia questo suo vivere protetto da una specie di membrana.

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Things People Do di Saar Klein con Wes Bentley, Jason Isaacs, Vinessa Shaw, Haley Bennett

things people do 1Ormai da anni, parecchi anni, un nuovo genere è comparso a far concorrenza agli ormai sfiancati generi cinematografici, rivitalizzati quasi esclusivamente dalle serie tv americane (di recente) e da tutto ciò che da circa trent’anni va sotto il nome di “postmoderno”: – I generi sono esplosi! – Sì, da trent’anni. Anzi, da prima. Ma ancora qualcuno ripropone la questione come se fosse una novità dell’ultima ora. Sarà forse per questo che il famigerato “nuovo” genere, che sta spopolando da anni, invadendo festival e rassegne di nicchia, sembra, appunto, nuovo.

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Cineforum.it ha chiesto ai suoi collaboratori di scrivere un breve pezzo su Alain Resnais. Si tratta di un ricordo legato a un’immagine, una scena, un film del regista francese, scomparso pochi giorni fa. Questo è il mio.

hiroshima mon amour 1Nelle prime immagini di Hiroshima mon amour, i corpi abbracciati degli amanti sono ricoperti da una pioggia di cenere che sembra pian piano trasformarsi in lava, per poi svelare la pelle rilucente dei due, che rimangono stretti l’uno all’altra dopo una notte d’amore: Lei (Emmanuelle Riva), un’attrice francese a Hiroshima per girare un film sulla pace, Lui (Eiji Okada), un architetto giapponese, sposato, che si occupa di politica.

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inside llewyn davis

3 marzo 2014

Inside Llewyn Davis di Joel e Ethan Coen con Oscar Isaac, “Ulysses” il gatto rosso, Carey Mulligan, Justin Timberlake, Adam Driver, Stark Sands, John Goodman, Garrett Hedlund, F. Murray Abraham, Ethan Phillips, Robin Bartlett, Max Casella, Jerry Grayson, Jeanine Serralles, Alex Karpovsky, Ricardo Cordero, Jake Ryan, James Colby, Mike Houston, Steve Routman, Ian Blackman, Genevieve Adams, Bonnie Rose

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1
Rashi

inside llewyn davis 1Come spesso accade nei film dei fratelli Coen è quasi sempre impossibile decidere se il protagonista delle loro pellicole sia perseguitato dal destino (verrebbe da dire sfortuna, visto di solito come volgono in maniera bizzarra, se non addirittura disgraziata, le situazioni) oppure se l’indole del personaggio non sia, in fondo, se non la causa, quanto meno il sostegno principale del perpetuarsi della propria malasorte.

Llewyn Davis, cantante folk squattrinato che all’inizio degli anni ‘60 si esibisce al Gaslight Café e dorme sui divani degli amici che lo ospitano al Greenwich Village, è un parente non troppo lontano del Larry Gopnik di A Serious Man (2009), di Jeffrey “The Dude” Lebowski, di Barton Fink, dell’Ed Crane di The Man Who Wasn’t There (L’uomo che non c’era, 2001) e, addirittura, di Llewelyn Moss che in No Country For Old Men (Non è un paese per vecchi, 2007) veniva in possesso fortuitamente di una grossa somma di denaro.

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