berlinale 5: boyhood

27 febbraio 2014

Boyhood di Richard Linklater con Ellar Coltrane, Lorelei Linklater, Patricia Arquette, Ethan Hawke

Il passato non è ciò che è scomparso
ma ciò che ci appartiene.
Ciò che ci appartiene
sono i nostri ricordi insieme.
Ismaël Vuillard1

boyhood 1Cos’è il tempo? È possibile fermarlo? Forse è possibile fissarne degli istanti, che si staccano dal correre continuo degli eventi, e se ne stanno lì, sospesi, nella memoria, a fluttuare. Non sono quasi mai momenti importanti, episodi che “hanno cambiato la vita” di qualcuno. Si tratta sempre di dettagli, felici o meno, di avvenimenti per lo più insignificanti. Tra le sequenze più belle di un film straordinario come The Tree of Life di Terrence Malick ci sono quelle che riguardano i giochi del protagonista da ragazzino coi fratelli e la madre. La stagione non può che essere l’estate, quella profonda, afosa, infinita, attraversata da una corsa perpetua, inframezzata dal particolare della donna che si pulisce la caviglia sporca d’erba, dei bambini che scherzano nella vasca da bagno con una lucertola, che osservano con meraviglia le fronde di un albero.

boyhood 2Boyhood, capolavoro di Richard Linklater, racconta dodici anni della vita di Mason, dall’infanzia, all’adolescenza fino all’età adulta attraverso eventi piuttosto comuni a tutti i ragazzi: i giochi con gli altri bambini, i dispetti della sorella, la scuola, il rapporto con mamma e papà (separati e, in particolare il padre, non del tutto maturi), i nuovi compagni della donna, conservatori e spesso violenti e ubriaconi, la nuova moglie dell’uomo dalla quale ha un bambino, le vacanze, gli hobby e le passioni, le fidanzate, boyhood 3l’università. Senza troppi traumi, eludendo le scene madri, la vita del protagonista scorre con tranquillità e naturalezza: il ragazzo cresce, cambia voce, tiene i capelli lunghi, si mette un orecchino e si colora le unghie, prende le prime sbronze e fuma le prime canne, così come la sorella da bambina pian piano si fa donna, muta atteggiamento e modo di gesticolare. Accanto a loro i genitori invecchiano, mettono su peso, si ritrovano qualche ruga in più attorno agli occhi, boyhood 4variano abbigliamento, diventano forse più pacificati. Richard Linklater ha lavorato realmente dodici anni a questo progetto, e con lui gli attori che sono maturati e cresciuti sul set: Patricia Arquette (la madre), Ethan Hawke (il padre, già protagonista della trilogia dei Before), Lorelei Linklater (Samantha, la sorella, vera figlia del regista) e Ellar Coltrane (Mason, figlio di un amico di Linklater). Difficile a questo punto non trovarsi di fronte a una sorta di corto circuito, poiché, per quanto si sia ovviamente nell’invenzione (Boyhood è un film), c’è qualcosa, una boyhood 5specie di strappo, che si inserisce e squarcia il tempo della finzione portando i segni del tempo reale: il corpo. I corpi degli attori sono invecchiati e mutati realmente, al di là di qualsiasi messa in scena. Per cui Ellar Coltrane che recita il ruolo di Mason ha davvero cambiato voce durante la pubertà, è diventato più alto, il suo viso si è fatto più spigoloso. E quindi dove sta il corto circuito? Nel fatto che i due tempi, tempo reale e tempo della finzione, coincidono. Nel fatto che Ellar Coltrane cambia realmente voce quando la dovrebbe cambiare anche Mason, che Lorelei Linklater diventa adulta quando anche Samantha si trasforma in una giovane donna, che Patricia Arquette e Ethan Hawke si scoprono le rughe sul viso quando anche i personaggi della madre e del padre iniziano a superare i quarant’anni.

Che Linklater abbia sempre lavorato attorno al tempo non è una novità: forse l’esempio più noto rimane la trilogia che ruota attorno alla storia d’amore tra Jesse (Ethan Hawke) e Celine (Julie before sunriseDelpy), composta da Before Sunrise (Prima dell’alba, 1995), Before Sunset (Prima del tramonto, 2004), Before Midnight (2013). Anche in questo caso i protagonisti crescono e maturano di pari passo al corpo dei loro interpreti, tanto che sarebbe impossibile pensare alla coppia impersonata da altri attori, tale è l’alchimia tra i due, ma soprattutto il sentimento di “affetto” che lo spettatore finisce per provare per i due personaggi, quasi fossero persone reali (e, in un certo senso, lo sono). Fatto salvo il primo incontro fortuito sul treno, dal quale scendono per passare assieme la giornata a Vienna, e il secondo, a distanza di nove anni, in una libreria parigina, quel che succede a Jesse e Celine non è “straordinario” o lo è semplicemente per il fatto che si innamorano. I due non sono eroi, capitani coraggiosi, non hanno vite pericolose o stravaganti, non nascondono drammi e tragedie. Sono un uomo e una donna normali, per quanto affascinanti, che chiacchierano del più e del meno, che inaspettatamente entrano in confidenza, che si piacciono e si sentono vicini. Cioè, con grazia e stile, si ripete quel che succede quotidianamente a tutti quanti: boy before sunsetmeets girl. Quel che rende la trilogia davvero magnifica e Jesse e Celine due personaggi indimenticabili è la capacità di Linklater di raccontarne la consuetudine dei gesti, l’intimità degli sguardi, la complicità dei dialoghi, tutto ciò, insomma, che rende i due familiari tra loro e allo spettatore. Non diverso quel che accade in Boyhood, la cui bellezza sta nella quotidianità, condivisibile da chiunque, del vissuto. “Poiché non sappiamo quando moriremo, si è portati a credere che la vita sia un pozzo inesauribile. Però tutto accade solo un certo numero di volte, un numero minimo di volte. Quante volte vi ricorderete di un certo pomeriggio della vostra infanzia, un pomeriggio che è così profondamente parte di voi che, senza, neanche riuscireste a concepire la vostra vita? Forse altre quattro o cinque volte, forse nemmeno. Quante altre volte guarderete levarsi la luna? Forse venti. Eppure tutto sembra senza limite”2. Indimenticabile dunque diventa una corsa in bicicletta, una gita col padre, uno sguardo dato a una ragazza, la canzone che suonava quella volta alla radio.

before midnightE la colonna sonora dovrebbe avere una nota a parte, poiché, come spesso accade nel cinema americano, dà chiaramente segno di come la cultura pop sia parte integrante della vita di tutti i giorni: dai Wilco agli Arcade Fire, da Do You Realize? dei Flaming Lips a Oops, I Did It Again di una giovanissima Britney Spears, da Yellow dei Coldplay a 1901 dei Phoenix, fino a We Are Young dei Fun e ai recentissimi Somebody That I Used To Know di Gotye e Get Lucky dei Daft Punk che sta spopolando da un anno. La naturalezza con la quale viene affrontato il pop nelle pellicole statunitensi – non solo la musica che passa alla radio, ma anche i “non-luoghi”, abitati con disinvoltura, l’immaginario prodotto dai serial televisivi e dai blockbuster, lo street food e il junk food (Judd Apatow e la sua banda, per esempio, sono abilissimi in questo) – dovrebbe portare l’Europa, e in particolare l’Italia, che sembra voler nascondere la propria cultura popolare come lo sporco sotto il tappeto, a chiedersi come mai nel cinema del proprio Paese il pop non sia quasi contemplato. Una scena come quella in cui Mason e Samantha vengono accompagnati a comprare Harry Potter and the Half-Blood Prince (Harry Potter e il principe mezzosangue, 2005) di J. K. Rowling, mascherati, come gli altri bambini, da Hermione, Harry Potter o Ron, sembra impensabile in un richard linklaterfilm italiano, in cui il pop o è segno di degrado (classi disagiate che spesso vivono di espedienti, famiglie senza cultura, ragazzini lasciati a loro stessi) e quindi viene utilizzato in modo critico per caratterizzare una realtà che si vorrebbe migliore, oppure viene messo in contrapposizione, in maniera assai snobistica, a una erudizione elitaria e raffinata, privilegio di pochissimi. Certo l’Italia ha perso la sua cultura popolare da oltre cinquant’anni e ha importato e fatto propria quella americana, ma è anche vero, però, che negarla o fingere che questa non esista non risolve il problema e determina molto spesso un totale scollamento dalla realtà.

richard linklater 1Richard Linklater è stato in grado, anche attraverso piccole sfumature, di restituire, non senza ironia, alcune caratteristiche proprie di uno Stato, il Texas, terribilmente conservatore e destrorso: i genitori della nuova moglie del padre che, per esempio, regalano a Mason un fucile e la Bibbia (due “oggetti” di “uso comune”, in netta e evidente contrapposizione tra loro) per il suo compleanno e, con orgoglio, tentano di insegnare al ragazzo e a Samantha a sparare, risultano più eloquenti di qualsiasi discorso attorno all’America repubblicana e reazionaria. Così come la maturazione del padre, che sposa un’altra donna, decide di avere un figlio con lei, smette di vivere da adolescente (lasciando l’appartamento disordinato che condivide con un chitarrista), rois et reineabbandona i sogni di gloria legati alla musica, si intuisce dalle sue movenze più rilassate, dai vestiti meno sbarazzini, e soprattutto dal discorso, davvero splendido, che fa al figlio al pub, prima di sentir suonare l’amico di sempre: un monologo così sincero e disarmante da ricordare quello, magnifico, che chiudeva Rois et reine (I re e la regina, 2004) di Arnaud Desplechin, e che, con una specie di falso movimento, dichiarava come l’imperfezione potesse essere sinonimo di libertà, un valore aggiunto e una spinta a continuare a cercare: “Bisogna sempre prevedere che anche quando abbiamo ragione, potremmo avere un po’ torto. Senza rendercene conto. Avere un po’ torto è un’ottima notizia. Vuol dire che non abbiamo già tutte le soluzioni e che la vita sarà molto più sorprendente di quanto credessimo”3.

la grande bellezzaC’è una sequenza ne La grande bellezza, che nelle ambizioni avrebbe dovuto essere un grande affresco sul tempo – la bellezza imperitura e sfacciata di una città che raccoglie secoli di Storia e l’insignificanza di un gruppo di persone, senza arte né parte, di cui non resterà traccia nella memoria di alcuno -, in cui Jep Gambardella visita una mostra fotografica e ha un momento di commozione. L’esposizione raccoglie migliaia di fotografie del volto della stessa persona, l’artista: inizialmente aveva cominciato il padre a fotografarlo ogni giorno e poi, da grande, aveva continuato da solo con degli autoscatti. I cambiamenti del volto del bambino, poi ragazzo e infine uomo, sono inafferrabili se si giustappongono le foto scattate nell’arco di una settimana o di un mese, ma osservando la sequenza che ripercorre anni della storia di un viso e di una persona, il mutamento è un colpo al cuore: ogni singola foto ha fissato un istante e quei singoli istanti uniti in un unico sguardo si staccano dal fluire degli eventi e si avvicinano all’eternità. Se Sorrentino fosse stato in grado di girare tutto il film con l’intensità di quello sguardo (tra l’altro in una sequenza quasi trascurata, messa lì con noncuranza rispetto a altre scene a cui è stata data maggior rilevanza) avrebbe fatto un capolavoro. Purtroppo così non è stato.

boyhood 6Boyhood, invece, regala tre ore di eternità a dodici anni di vita di un ragazzino, dodici anni che potrebbero essere di chiunque, dodici anni di una vita che scorre lenta e tranquilla, con gli entusiasmi ovvi di quell’età e con le piccole delusioni che man mano si imparano a affrontare, però quelle tre ore sono solo di Mason, del suo viso che cambia e del suo corpo che si allunga, del suo sguardo rivolto al cielo e distolto dagli occhi di una ragazza, della sua vita che continua.

***

1 Discorso finale di Ismaël (Mathieu Amalric) a Elias (Valentin Lelong) in Rois et reine (I re e la regina, 2004) di Arnaud Desplechin.

2 Monologo finale del Narratore in The Sheltering Sky (Il tè nel deserto, 1990) di Bernardo Bertolucci, tratto dall’omonimo romanzo di Paul Bowles.

3 Discorso finale di Ismaël (Mathieu Amalric) a Elias (Valentin Lelong) in Rois et reine (I re e la regina, 2004) di Arnaud Desplechin.

Annunci

Una Risposta to “berlinale 5: boyhood

  1. […] ha regalato una selezione particolarmente interessante, se si escludono pochi, straordinari film: Boyhood di Richard Linklater, Chiisai Ouchi (The Little House) di Yoji Yamada, Aimer, boire et chanter di […]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: