berlinale 1: the monuments men

17 febbraio 2014

La Berlinale quest’anno non ha regalato una selezione particolarmente interessante, se si escludono pochi, straordinari film: Boyhood di Richard Linklater, Chiisai Ouchi (The Little House) di Yoji Yamada, Aimer, boire et chanter di Alain Resnais, Xi You (Journey to the West) di Tsai Ming-liang, le visioni più sconvolgenti, ma anche Nymphomaniac vol. I (long version) di Lars Von Trier e The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson; e alcune piccole/grandi sorprese: The Midnight After di Fruit Chan, Ya Gan Bi Haeng (Night Flight) di LeeSong Hee-il, Güeros di Alonso Ruizpalacios, The Dog di Frank Keraudren e Allison Berg.

Si sono visti alcuni film imbarazzanti, altri semplicemente brutti e scivoloni impensabili, come quello che è toccato, incredibilmente, a George Clooney, che in un carriera registica di tutto rispetto stavolta ha incasellato lo svarione. Peccato davvero.

Questa recensione è uscita su Cineforum.it, che mi ha gentilmente “ospitata” a Berlino.

The Monuments Men di George Clooney con Matt Damon, George Clooney, Bill Murray, John Goodman, Jean Dujardin, Bob Balaban, Cate Blanchett

the monuments men 1C’è una scena piuttosto divertente (una delle molte, a dire il vero) in Quattro matrimoni e un funerale, in cui Gareth, uno degli amici (tutti rigorosamente inglesi) del protagonista, si diverte a prendere in giro, durante un matrimonio in cui più della metà degli invitati viene dagli Stati Uniti, gli americani e la loro ignoranza in fatto di cultura. Si spaccia per grande amico di Oscar Wilde e a una delle malcapitate promette anche di farle avere il numero di fax del grande scrittore. Ovviamente tutto il film di Mike Newell si giocava sulle differenze tra Regno Unito e Usa e buona parte delle battute e degli snodi del film vi faceva riferimento.

the monuments men 5Durante la proiezione di The Monuments Men è venuto quasi da pensare di essere di fronte, per la legge del contrappasso, a un film che dimostrasse che in realtà anche gli Stati Uniti sono portatori di cultura (oltre che di pace?) nel mondo, e che insomma gli yankee non sono poi questi ignoranti patentati, anche se non parlano altre lingue (vedi le gag di Matt Damon che improvvisa un ridicolo francese), hanno modi un po’ bruschi e non hanno grande dimestichezza con l’eleganza (sempre il personaggio di Matt Damon che non sa esattamente cosa sia il dress code per un party). Anche loro amano l’arte (ma chi lo aveva mai messo in dubbio?) e sono pronti a sacrificare le loro vite per questo.

the monuments men 3Che l’episodio narrato sia realmente accaduto e che un gruppo di valorosi e coraggiosi studiosi e esperti d’arte sia stato in grado di salvare dai roghi nazisti più di 5 milioni di opere, purtroppo non aggiunge nulla a un film brutto, fiacco e anche un po’ ruffiano. E dispiace dirlo, dal momento che i precedenti film di George Clooney avevano sempre mantenuto una qualità piuttosto buona – pellicole certo molto classiche ma rigorose e con ottime sceneggiature, anche con alcuni guizzi di regia interessanti, di certo dotate di grande ritmo. Qui invece il film arranca per due ore, ogni the monuments men 4episodio appare quasi slegato dal resto, privo di qualsiasi coerenza. Inoltre non suscita alcuna emozione e questo diventa un grosso problema in un’opera che vorrebbe divertire (Bill Murray e John Goodman sono lì per quello) e anche commuovere (la morte del personaggio interpretato da Jean Dujardin, per esempio). Tutto quello che accade sembra avere lo stesso peso, senza alcuna sfumatura: che un soldato venga ucciso, che si ritrovino dipinti di valore inestimabile o che si scherzi sulla possibilità di esplodere sulla mina su cui si è inavvertitamente appoggiato un piede, non fa alcuna differenza. Ma poiché The Monuments Men non è una riflessione sull’indistinzione ormai maturata dal postmoderno, non rimane altro che un film sbagliato.

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Una Risposta to “berlinale 1: the monuments men

  1. […] già per la Berlinale 2014, anche per il Festival di Cannes ho collaborato, con grande piacere, per Cineforum.it. Da oggi […]

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