the canyons

16 novembre 2013

The Canyons di Paul Schrader con Lindsay Lohan, James Deen, Nolan Gerard Funk, Amanda Brooks, Tenille Houston, Gus Van Sant

Questo mio pezzo è uscito sulla rivista Cineforum (web) col titolo Fine del desiderio. È più breve dei brani che solitamente scrivo, anche per esigenze di spazio della rivista, con la quale mi sono trovata, con grande piacere, a collaborare. Può darsi che in seguito, su questo blog però, torni sopra il film di Schrader, davvero complesso e affascinate, per scriverne ancora. Per ora non lo so.

the canyons posterLucido e spietato requiem postmoderno, The Canyons decreta con mirabile consapevolezza la fine del cinema di desiderio, ossia del cinema che evoca, che sgorga inesauribile dalle immagini. Non sono solo le sale cinematografiche a essere in disfacimento, abbandonate e in via di demolizione, è un intero immaginario a non essere più in grado di rigenerarsi, e a trovare nella ripetizione piatta e svuotata l’unica via per perpetuare – lacanianamente – il godimento. Che non è, appunto, il desiderio.

Alle immagini misteriose e inafferrabili si sostituiscono immagini autoreferenziali e onanistiche, ossia immagini pornografiche – non perché abbiano a soggetto l’esplicitazione dell’atto sessuale, ma perché rimandano solo e esclusivamente a quello che mostrano. La mescolanza di generi – dal melodramma all’horror – non appassiona né turba, annoia, semmai, per il suo essere, volutamente, una copia seriale e mortifera.

the canyons 1In questa autopsia dell’immaginario Paul Schrader è sostenuto con grande coerenza dalla sceneggiatura di Bret Easton Ellis, da sempre cantore del tedio e dell’horror vacui. Tara, Christian, Ryan, Gina e Cynthia potrebbero essere intercambiabili, le loro vicende non hanno alcun peso, si accavallano e si risolvono con la stessa banalità con la quale la protagonista cambia l’abito o l’acconciatura, gli amanti e gli interessi.

Canyons_3Tutti lavorano per un film di cui a nessuno interessa un granché, le conversazioni attorno a un tavolo di un ristorante girano a vuoto, i primi piani dei volti belli ma inespressivi lasciano il passo a un bicchiere da cocktail o al bancone di un bar, senza che si senta realmente uno stacco; i rapporti interpersonali sono per lo più mediati da smartphone e altri oggetti simili, attraverso i quali si parla, si scrive, ci si controlla, si scelgono i compagni di orge, si filmano gli amplessi (riferimento quasi obbligato a un altro capolavoro di Schrader, Auto Focus, 2002, in cui il protagonista aveva numerosi rapporti sessuali al solo scopo di poterli riprendere e, in un secondo momento, giungere finalmente all’eccitazione e al piacere rivedendo i filmati e montandoli).

the canyons 3È evidente che il rito funebre che The Canyons rappresenta non va riferito a tutto il cinema, bensì alla maggior parte delle produzioni che, non solo raggiungono e occupano le sale, ma ormai sono fruibili attraverso qualsiasi apparecchio di uso comune, dal computer al telefono portatile. Il cinema di desiderio, evocativo, continuerà a resistere, per quanto in spazi sempre più limitati e inattesi. Il resto sarà simile ai volti e alle espressioni artefatte e sopra le righe dei due protagonisti (mai scelta fu più azzeccata): James Deen, che gioca freddamente col suo ruolo, lo marca, ne fa una macchietta, e Lindsay Lohan, che mostra coraggiosamente il viso segnato e stravolto, vera e propria incarnazione del cinema al suo canto del cigno, tragicamente svanito e irrimediabilmente perduto.

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8 Risposte to “the canyons

  1. vanessa said

    Mia cara, perdonami, ma come ho già avuto modo di dirti, credo che tu sia preda e vittima del così detto “fascino dell’orrido”, ovvero la sensazione che si prova a vedere qualcosa di veramente brutto e non riuscire a distogliere lo sguardo, rimanendo come incantati. Ovviamente è un parere personale, da semplicissima spettatrice, su un film di rara bruttezza. Peggio: di apocalittica noia. Per intenderci, quel tipo di noia che ti porta ad estraniarti. Quella che non ti fa concentrare sulla protagonista, che si aggira nella stanza da letto del villone milionario, ansiosamente consapevole che sotto la doccia c’è uno psicopatico pericoloso, ma sulla polvere che ricopre il parchet della suddetta stanza, domandandoti se sia stata la crisi che ha fatto ridurre anche ai paperoni hollywoodiani le ore della donna di servizio, ma che in fondo, pure tu, con i tuoi 70 mq, non dovresti tanto criticare, visto che magari una botta in più ai vetri la dovresti dare. Nessun regista, nel pieno delle sue facoltà mentali, vorrebbe una cosa del genere da parte di uno spettatore che assiste a una sua opera. Può volerlo schifare, infastidire, scioccare, anche annoiare, ma certo non renderlo narcolettico. Per questo Schrader non mi pare affatto lucido. Con furore e accanimento masochistico tenta di togliere la patina al dorato mondo hollywoodiano, di cui fa parte, che nel suo sguardo moralistico calvinista è la cloaca delle peggiori nefandezze umane. Una società dell’effimero, costruita sull’apparenza e sulle ormai evidenti pulsioni deviate, che ha ridotto letteralmente in rovina il cinema, non solo metaforicamente ma anche materialmente. La creatura di dio che è realmente responsabile dell’uso del suo libero arbitrio, ma che usa le proprie risorse, umane e materiali, solo per il proprio comodo e gloria, creando solo perversioni e contaminazione dovute al peccato che permea tutto, anche tutti noi colpevoli spettatori, consapevoli fruitori di un cinema corrotto e ormai finito. Ma se, in altre occasioni, questo suo solito percorso auto-distruttivo, che attraverso un sacrificio catartico, in genere violento, porta a un finale di redenzione, che qui tra l’altro non è presente, ha dato respiro a notevoli pellicole, in the canyons produce nello spettatore, ribadisco non in maniera voluta, un narcolettico fastidio che il respiro lo spezza a forza di sbadigli. E’ chiaro che Schrader voleva portarci a una riflessione, ma è difficile farlo se ti metti a guardarci tutti “dall’alto” di collinette piccole piccole come quelle di hollywood. Perché, pur essendo the canyon un film indipendente, sembra piuttosto evidente che le sue mire fossero dirette proprio al cuore della mecca del cinema. Per la serie chi disprezza compra. Vi conquisterò disprezzandovi. C’è da dire che non ha fatto mica tutto da solo. No, no. Per cucinare e servirci questo polpettone erotico-psicologico, un’etichetta bisognava pur dargliela, gli hanno dato man forte Easton Ellis con una trama elementare, che definire banale è un complimento. Dei dialoghi di una tale pochezza che lasciano disarmati, perché neanche ai più bellicosi piace sparare sulla croce rossa. Certo è comprensibile, visto che lui stesso ha dichiarato di essersi “ispirato”, per cesellare il protagonista maschile, al Christian di 50 sfumature di grigio. Altro capolavoro. Anche qui il tutto voluto? Oppure possiamo ammettere che anche lo scrittore di american psyco, con i tempacci che corrono, può aver avuto bisogno di un assegnino, sapendo imbastire, con il mestiere, una cosetta, cullandosi sul fatto che ce la saremo bevuta perché aderente al suo stile? Vogliamo poi parlare di un cast imbarazzante, dove “spiccano” soprattutto le due figure maschili principali. James Deen, evidentemente abituato ad esprimersi con altre parti del corpo, convinto che recitare sia prodursi in continue pose alla zoolander: dicasi recitazione alla c…o di cane o, per l’appunto, d’attore cane. Ancora peggio Nolan Funk, col suo sguardo finale in camera (sic). Espressivo come un ciocco di legno da ardere. Ma almeno quello se lo bruci serve a qualcosa. Ebbene lui abbaia peggio di rin tin tin. Con tutto il rispetto per rin tin tin, che è stato un grande attore a quattro zampe. Ci sono, nella storia del cinema, magistrali interpretazioni di attori volutamente “congelati”. Non è questo il caso. Qui semplicemente, non sanno fare il mestiere per cui sono stati pagati. Mettiamoci anche un montaggio soporifero, una fotografia che vorrebbe essere algida ma che invece fa diventare grigia anche l’assolata Los Angeles e una colonna sonora che aspira a Moroder ma che invece sospira asfittica. E’ probabile e auspicabile, che dopo una prova simile, non sia il cinema, del desiderio o non, delle sale o di altri supporti, a essere finito, ma molti di loro, perché gli spettatori, a giudicare dagli incassi che non coprono neanche le spese di un film costato quanto un appartamentino a Pescara, appena leggeranno i loro nomi su una locandina, scapperanno a gambe levate, braccia alzate e urla atterrite. Lunga vita al cinema!

  2. Cara Vanessa,
    io sono perfettamente d’accordo con te. Il film è un thriller di serie B, recitato sopra le righe, noioso. E il fatto che Ellis si sia ispirato a “Cinquanta sfumature di grigio” per il protagonista (libro che non ho letto e di cui dunque ho poco da dire, ma che mi pare abbia avuto il successo che ha avuto grazie alla marea di cliché che lo abita), mi pare perfetto! Il film si apre e si chiude con delle sale cinematografiche dismesse, in rovina. Per il resto ci troviamo nel bel mezzo di una brutta copia, di una brutta copia, di un thriller. Per quanto mi riguarda io considero questa scelta, certo mortificante, assolutamente coerente con la decisione di Schrader di mostrare in che stato si sia ridotto l’immaginario cinematografico. Ovviamente non tutto il cinema, ma una parte del cinema, occidentale e occidentalizzato, hollywoodiano nel senso più ampio del termine. Non è da scordare che tra sceneggiature e pellicole, Schrader è stato protagonista della New Hollywood e che forse, questo, probabilmente è un atto di accusa amaro e spietato nei confronti di un mondo che non lo rappresenta più (basti pensare anche al modo in cui il film è stato prodotto). In un certo senso io e te siamo d’accordo sul film, ma arriviamo a conclusioni opposte!
    Grazie infinite per il tuo commento poiché, per quanto mi riguarda, la dialettica rimane una delle poche “zone” ancora vitali!
    gloria

    • vanessa said

      Cara Gloria,
      combatterò fino alla morte perché la dialettica rimanga viva, vegeta e in buona salute, perché non vorrei vivere in un mondo piatto, fatto di sole, pur simpatiche, margherite.
      Permettimi solo un ultimo commento.
      Credo che la migliore risposta a Schrader la abbia data Roman Polanski con il suo Venere in pelliccia. Anche lui, pur essendo europeo, è considerato una colonna portante della New Hollywood. La sua venere è puro desiderio e la sala, di domenica sera alle otto, era piena. Blockbuster o meno, un film se e bello è bello. Con buona pace di Schrader che, evidentemente, non si è mari ripreso dall’attacco dello “squalo”!
      van

  3. Cara Vanessa,
    che “Venere in pelliccia” sia un film straordinario non c’è dubbio! Era davvero tanto tempo che non mi divertivo così al cinema e tornerei in sala a rivederlo anche oggi! Ma, appunto, questo non è il cinema che ha in mente Schrader, ma il suo opposto. Il film di Polanski fa ancora parte di una nicchia in grado di giocare con un immaginario vivido e vitale, sovrapponendo riferimenti, giocando col cinema stesso e coi ruoli, con gli attori e i testi. Sono due film opposti. Quello di Schrader mi pare sia una specie di rito funebre per come vede lui la deriva di un certo cinema. Ovviamente questa è la sua visione e io la trovo interessante, ma penso che lui stesso non avesse intenzione di “parlare” a nome di tutto il cinema, ma solo a nome suo e di un certo tipo di produzioni. Quando è venuto a Venezia quest’anno, in un’intervista ha dichiarato che era contento di poter incontrare Bertolucci. Per me Bertolucci è un regista che fa cinema di desiderio (e è anche uno dei più bravi e talentuosi): gli basta una cantina, un mantello e una lampada e tu stai lì a guardare e ti vedi il cinema che si fa sotto i tuoi occhi, vivo, cangiante, affascinante, e ti piacerebbe entrare nello schermo. Questo per dire che Schrader, secondo me, ha ben presente cosa sia il cinema di desiderio, ma che si renda conto che la maggior parte delle pellicole ormai non va più in quella direzione. Il suo commento al film è stato questo: “Il primo giorno delle prove ho detto agli attori che il film parla di un gruppo di ventenni di Los Angeles in fila al cinema. Solo che a un certo punto il cinema chiude e loro rimangono in fila perché non hanno dove altro andare”. E a me pare piuttosto eloquente. Un fortissimo abbraccio e grazie ancora per i tuoi commenti!
    gloria

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