Venere in pelliccia di Roman Polanski con Emmanuelle Seigner, Mathieu Amalric

Divenuti i modelli dei loro autori,
  gli attori non erano più gli stessi. 
Diventavano indimenticabili
perché ad un certo punto
un regista – o il Cinema – li aveva usati
per compiere impudentemente
un atto d’amore verso se stesso.
Serge Daney

la vénus à la fourrureE mentre te ne stai lì, lasciandoti pigramente ingannare da schermaglie di piccolo cabotaggio, sognando al riparo delle semplici e solide certezze che ti sei costruito, vieni travolto da una creatura furiosa e affascinante, che smaschera le debolezze che così minuziosamente avevi nascosto, e ti risveglia dal molle torpore in cui ti eri adagiato. La straordinaria creatura che ti invade la mente e gli occhi è La vénus à la fourrure di Roman Polanski, geniale film che sta allo spettatore come, sulla scena, Vanda sta a Thomas.

In un teatro parigino, al termine di una giornata di audizioni fallimentari, Thomas (un immenso Mathieu Amalric), “adattatore” del romanzo Venere in pelliccia (1870) di Leopold von Sacher-Masoch per una pièce teatrale di cui è anche regista, si ritrova davanti Vanda (Emmanuelle Seigner, sublime), un’attrice apparentemente volgare, ignorante e pronta a tutto per ottenere la parte, che assai rapidamente si trasforma in un seducente e spietato angelo sterminatore.

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the canyons

16 novembre 2013

The Canyons di Paul Schrader con Lindsay Lohan, James Deen, Nolan Gerard Funk, Amanda Brooks, Tenille Houston, Gus Van Sant

Questo mio pezzo è uscito sulla rivista Cineforum (web) col titolo Fine del desiderio. È più breve dei brani che solitamente scrivo, anche per esigenze di spazio della rivista, con la quale mi sono trovata, con grande piacere, a collaborare. Può darsi che in seguito, su questo blog però, torni sopra il film di Schrader, davvero complesso e affascinate, per scriverne ancora. Per ora non lo so.

the canyons posterLucido e spietato requiem postmoderno, The Canyons decreta con mirabile consapevolezza la fine del cinema di desiderio, ossia del cinema che evoca, che sgorga inesauribile dalle immagini. Non sono solo le sale cinematografiche a essere in disfacimento, abbandonate e in via di demolizione, è un intero immaginario a non essere più in grado di rigenerarsi, e a trovare nella ripetizione piatta e svuotata l’unica via per perpetuare – lacanianamente – il godimento. Che non è, appunto, il desiderio.

Alle immagini misteriose e inafferrabili si sostituiscono immagini autoreferenziali e onanistiche, ossia immagini pornografiche – non perché abbiano a soggetto l’esplicitazione dell’atto sessuale, ma perché rimandano solo e esclusivamente a quello che mostrano. La mescolanza di generi – dal melodramma all’horror – non appassiona né turba, annoia, semmai, per il suo essere, volutamente, una copia seriale e mortifera.

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