Stasera gli ultimi due film (non so se domani vedrò qualcosa, forse un premiato o più probabilmente niente): Passion di Brian De Palma e Un giorno speciale di Francesca Comencini.

Passion è un gigantesco gioco di specchi, di riverberi delle ossessioni proprie del regista (che rimanda al solito a Hitchcock ma anche a se stesso – Dress to Kill, Sisters), ma, in un certo senso, si pone come qualcosa di totalmente opposto a Redacted. Se in Redacted l’immagine manipolata, “falsa” (il regista vede in Internet filmati che a sua volta rimette in scena e rifilma per poi montarli sulla base di una sceneggiatura), smaschera qualcosa di vero e reale, in “Passion” il problema della verità non si pone nemmeno: tutto è un trompe l’œil, un divetissement in cui le tre donne (che manipolano immagini per mestiere, lavorando nella pubblicità) si specchiano una nell’altra, Christine e Dani potrebbero tranquillamente essere le proiezioni di Isabelle (vedere le tonalità e lo stile dell’abbigliamento, il tipo di sensualità, il rapporto sadomasochistico – servo-padrone – che le lega e che è completamente reversibile). D’altra parte il riferimento insistito a L’Après-midi d’un faune, nella sua versione danzata, risulta abbastanza esplicito: il balletto mette in scena in maniera onirica l’incontro di un fauno, carico di desiderio, con delle ninfe e il gioco con una di loro, che però, spaventata, scappa, lasciando cadere uno scialle che il fauno cerca di possedere come se fosse il corpo della ninfa. Gioco masturbatorio. Una sciarpa è anche l’oggetto che può scagionare o meno la protagonista, colpevole di omicidio, omicidio che non è mai mostrato direttamente nel film, ma attraverso il filmato di un cellulare. Certo la struttura che mescola sogno e veglia, ricordando forse Mulholland Drive, ma senza il ricorso a una psicologia che potrebbe caratterizzare i personaggi, confonde ancor più il piano narrativo, ma nel momento in cui si accetta il gioco questo non pone un problema. L’Identificazione di una donna, attraverso immagini e simulacri che riverberano e collassano l’uno nell’altro, rimane affascinante e giocoso, ma per nulla vuoto. Bel film.

Un giorno speciale, invece, è un film a tesi, girato (anche piuttosto bene) con le migliori intenzioni da Francesca Comencini, mostrando però i limiti di un’opera didascalica e supportata da una sceneggiatura a dir poco imbarazzante. Una ragazza, spinta dalla madre, deve incontrare un politico che le darà una mano a iniziare la carriera d’attrice. La va a prendere un coetaneo, al primo giorno di lavoro come autista (lavoro ottenuto grazie all’intercessione di un prete). Poiché il politico continua a rimandare l’incontro, i due trascorreranno la giornata assieme, un po’ bisticciando, un po’ innamorandosi, fino alla conclusione, ovvia, in cui la ragazza verrà ricevuta dal politico, gli si concederà nello squallore più totale e tornerà a casa con altrettanto squallore addosso. Il ragazzo, disgustato, deciderà di mollare il lavoro. Sì, lo so. La storia non è certo nuova: basta scorrere (ormai da un po’ di anni) le prime pagine di “Repubblica” per trovare ogni giorno testimonianze sempre nuove e sempre uguali di situazioni del genere. Però, perché devi piazzarmi il monologo della ragazza che schifata dice che cercando lavoro in Internet come cassiera o come cameriera, siccome è carina, le chiedono solo prestazioni sessuali (davvero?), e poi la fai capitolare di fronte al politico viscido che allunga immediatamente le mani? Perché è un po’ confusa e incoerente? Sì? Bene. Ma, allora, se la ragazza ha delle ambiguità o delle latenze, magari non sarebbe male rendere il personaggio un po’ più complesso. Perché poi le fai rubare un vestito da 5.000 euro per poi buttarlo in spregio al lusso? Sempre perché ha moti di attrazione/repulsione nei confronti di quel mondo? Sì? E provare a renderlo un po’ meno schematico? In quale mondo, dopo che hai letteralmente rubato 5.000 euro, e i bodyguard del negozio ti hanno anche preso e minacciano di chiamare la polizia, tu dici, con atteggiamento da donna vissuta ma con una parlata da periferia romana anni ’50, “Mo’ chiamo il mio agggente”, i bodyguard e le commesse, spaventati, ti lasciano andare? Spiegazione: “Perché quando vai nei negozi da ricchi devi fa ‘a stronza e te credono”. Ma perché la maggior parte dei film italiani deve essere scritta coi piedi in questo modo, come se gli sceneggiatori avessero come unico contatto col mondo il tg di Mentana e le prime pagine di “Repubblica”? Ma questi se li fanno due passi per strada? Perché i personaggi devono essere raccontati con una tale banalità, pur con le migliori intenzioni? E perché gli spettatori devono essere sempre trattati come degli imbecilli e tutto quanto deve esser loro spigato nei minimi dettagli (sai mai che “il messaggio” non venga colto)? Se è l’inconscio (collettivo) al potere quello che alla Comencini interessa affrontare, ecco, basterebbe anche solo la sequenza delle terme di Bella addormentata, col politico in crisi che parla con un altro deputato, psicanalista, a spazzar via qualsiasi faccetta anonima e carina, qualsiasi banalità di cui sono infarciti i dialoghi, qualunque frase didascalica, e a dimostrare che vale più una visione, per quanto onirica, di una “spiega” di comune e ovvio buon senso.

Stasera solo un film, San zimei (Three Sisters) di Wang Bing, bellissimo.

Il regista documenta per qualche mese, tra l’autunno e l’inverno, le vicende di una famiglia di contadini in un villaggio di montagna nello Yunnan, in Cina. In particolare segue con la macchina da presa le tre sorelle tra i quattro e i dieci anni. Le bambine preparano da mangiare, accudiscono gli animali, giocano tra loro. Quando il padre va in città per lavoro, porta con sè le due più piccole, lasciando col nonno la più grande, che deve andare a scuola. A quel punto la storia diviene la sua: l’attenzione con cui fa i compiti, l’incredibile maturità con la quale svolge i lavori di casa, la solitudine in cui prepara il cibo e mangia avidamente una patata, seduta vicino al fuoco. E poi il ritorno del padre con le due sorelle e una donna con le sue figlie (la città era diventata troppo costosa), l’indigenza in cui vivono, ma che riescono a gestire con grandissima dignità. E poi la ripetitività delle giornate, l’incontro con gli altri bambini, le riunioni di villaggio e l’unico vero “banchetto” che tutto il piccolo paese si concede grazie all’uccisione del maiale. La macchina da presa non è mai invadente, ma discreta e restituisce l’enorme rispetto e amore, mi verrebbe da dire, che il regista ha per le persone che filma, per la loro umiltà nell’affronatare situazioni di estrema difficoltà. C’è una profonda dolcezza nel suo sguardo, ricambiato da quello, splendido, delle tre bambine, che ogni tanto guardano la macchina da presa col sorriso di chi ha fatto una marachella, per poi scordarsi della sua presenza, occupate nelle loro faccende da adulte. Magnifico.

Due film stasera: Bella addormentata di Marco Bellocchio, magnifico, e Spring Breakers di Harmony Korine, abbastanza interessante.

Bella addormentata è un film profondamente laico sulla libertà. Non è libera l’attrice che si è ritirata dalle scene per stare con la figlia in coma irreversibile, mettendo in scena un teatrino di disperazione, incatenata al suo dolore e alla figlia addormentata; non è libero suo figlio, legato alla madre distante che non riesce ad amarlo e a donargli attenzione; non è libera la ragazza che manifesta affinché la Englaro continui a essere alimentata, bloccata a un falso ricordo d’infanzia e al conseguente risentimento nei confronti del padre; non è libero suo padre, appartenente a un partito politico che vorrebbe votare una legge infame (risentire Berlusconi che dice che Eluana, in coma irreversibile da 17 anni, ha le mestruazioni e quindi potrebbe procreare è talmente terrificante nella sua idiozia, da risultare ributtante), in crisi di coscienza poiché ha aiutato la moglie a morire come ultimo atto d’amore, e vuole votare contro la legge in preparazione; non è libero il ragazzo che manifesta affinché la Englaro possa essere lasciata morire, condizionato dalla presenza di un fratello che palesa momenti di follia e che lo obbliga a interrompere la relazione amorosa appena iniziata con la ragazza che manifesta coi pro-life; non è libera la ragazza tossicodipendente, chiusa nella sua autodistruzione e nella sua volontà suicida; non è libero il medico che tenta di salvarla “perché se vedi una persona che tenta di buttarsi da una finestra, la fermi, e non perché sei un medico, ma perché umanamente è così”, che però è favorevole all’interruzione dell’alimentazione a Eluana. In Bellocchio c’è sempre il conflitto tra le ragioni intime, sentimentali, legate agli affetti, all’amore e quelle razionali, ideologiche se vuoi, e queste due posizioni compongono sempre una dialettica. La bellezza del film sta nel dare dignità a ogni posizione ma soprattutto ai dubbi che muovono i protagonisti, che si confrontano con qualcosa di abissale e misterioso, irriducibile a un discorso e a una qualsiasi razionalizzazione. Impossibile, comunque sintetizzare in poche parole. È un film che andrebbe rivisto almeno una seconda volta per la sua densità, e di cui si potrebbe e dovrebbe parlare per ore. Straordinario.

Spring Breakers è abbastanza interessante per come mette in scena una società consumista in cui ciò che si consuma è indistinto (alcol, droga, sesso, qualsiasi cosa è indifferente), ma bulimico nella sua intenzione. Fortunatamente non è moralista come i film che Korine aveva sceneggiato per Larry Clark (le quattro ragazzine non muoiono, evviva, vedendo puniti i loro “peccati”). È un film profondamente americano. Meno interessante il tentativo provocatorio di “far perdere l’innocenza” alle ragazzine di Disney Channel. Le protagoniste però son state scelte bene, incredibilmente anonime nei loro volti e nei loro corpi un po’ tozzi, un po’ imperfetti (benché adorate dai fans). E sta proprio nell’adorazione della ragazzina anonima (che non ha niente di Lolita: Lolita era il desiderio, queste ragazze sono il godimento) il punto: come quando entri in un supermercato e scegli la bibita dozzinale, che ha una marca precisa, e che poi ti stomacherà con la sua chimica e i suoi colori sgargianti. Fame chimica.

Due film anche stasera: Linhas de Wellington di Valeria Sarmiento e Pieta di Kim Ki-duk. Il primo è girato molto bene, grande cura formale, il progetto (di Raul Ruiz) ambiziosissimo, però freddo, distaccato. Interessante l’attesa per la battaglia tra francesi e portoghesi + inglesi sulle Linee di Wellington: beffa della Storia, la battaglia non avverrà mai, poichè i francesi battono in ritirata. E se i generali francesi non fanno altro che essere intrattenuti in pranzi e cene e Wellington spende gran parte delle sue energie a correggere il pittore (francese) che lo ritrae (forse la cosa migliore del film), nelle retrovie ci si innamora, si muore, si rischia la vita. E il nemico non si incontra mai: è una presenza attesa, temuta, ma che rimane fuori campo. Un fantasma. Un po’ Il Deserto dei Tartari. Eppure al contrario di Buzzati ciò che si manifesta non è la morte, il vuoto, il nulla. Solo, appunto, l’ennesima beffa della Storia. Però poi esci dal cinema e te ne scordi.

Pieta invece è bellissimo nella sua radicalità. Storia di redenzione cristiana. Un usuraio incontra una donna che dice di essere la madre che lo aveva abbandonato da piccolo. Attraverso questo incontro e l’accettazione da parte della madre della sua colpa originaria (“io ti ho abbandonato e tu sei diventato così”), l’usuraio inizierà un percorso di consapevolezza e redenzione che, nonostante l’estrema differenza stilistica e culturale, fa venire in mente il primo Pasolini. Era Kierkegaard, se non sbaglio, che diceva che quando si ama profondamente una persona, con questa persona si vuole avere torto, non ragione. E quindi, anche, assumersi colpe per mondare l’altro (che poi è ciò che fa il Cristo scegliendo di morire sulla croce). L’assolutezza dei sentimenti è fuori discussione (io per te sono disposto/a a morire, farmi mutilare, umiliare, ecc.), ma quando la madre scoprirà che la prima vittima del figlio-usuraio (cioè la scena che apre il film) è l’altro figlio, paraplegico, ucciso con un gancio e buttato in un frigorifero, deciderà di togliere al figlio ritrovato ciò che ormai ha di più caro, cioè se stessa, uccidendosi, e permettendogli di capire di aver in precedenza ucciso il fratello debole e buono (Caino e Abele?). A quel punto l’unico modo per espiare la colpa è la morte. Il sangue si monda col sangue.

Stasera due film molto noiosi: Après Mai di Olivier Assayas e Outrage Beyond di Takeshi Kitano.

Après Mai è un film vuoto, freddo e che si prende terribilmente sul serio. Fosse stato ironico, sarebbe stato la versione francese di Ecce Bombo: ci sono i ragazzi orfani del ’68, che un po’ fanno politica, un po’ fanno gli artisti, un po’ si piacciono, un po’ si lasciano, ma condividono ben poco. Tra di loro, il protagonista (alter ego di Assayas), rimane un po’ esterno: non si compromette troppo con la politica (un compagno, invece, finirà in una cellula terroristica), non troppo con la droga (la prima fidanzata si butta dalla finestra e muore sotto acido), nemmeno tanto con l’arte campata per aria (la coppia in cui lei vuole diventare una danzatrice di danze sacre – cosa diavolo sono? – e lui andare a imparare a dipingere a Kabul – mah), neanche col classico viaggio in India (ce ne verrà mai risparmiato uno?), e nemmeno con l’idea godardiana (ma che stravolge Godard rendendolo ridicolo) di fare film in modo politico che sembra abbracciare la seconda fidanzatina, poi legata a un tizio regista che sembra davvero uscito dal film di Nanni Moretti e che dice: “abbiamo dato in mano la macchina da presa agli operai e filmano meglio di noi!”. Allora il protagonista molla tutti e va a Londra per imparare sul serio a fare il regista: di giorno lavora sul set di film improbabili come Godzilla contro i nazisti e di sera va a vedere film sperimentali, dove appare la sua prima fidanzata (morta in acido), che è primo amore, musa e metafora di un tempo che è andato ma che resterà per sempre dentro di noi. Amen. Tra parentesi, un po’ bizzarre le immagini di Lola Créton in campagna e a Parigi, in bicicletta, lasciata dal fidanzato: identiche a quelle di Un amour de jeunesse di Mia Hansen Løve. Altro film vuoto, noioso e falso.

Outrage Beyond è un giocattolone, scritto parecchio male, di cui non si sentiva l’esigenza, l’ennesimo film sulla yakuza, anche poco godibile. Molto violento, ma questo non sarebbe il problema, è che sembra non aver molto da dire. Mentre i film precedenti Takeshi’s, Glory to the Filmmaker e Achille e la tartaruga, pur sbavati cercavano di arrivare da qualche parte, se ne apprezzava il talento, la sincerità, l’intelligenza e una certa sensibilità a lavorare e giocare con sè stesso e il suo personaggio, e con l’irrimediabile crisi creativa, qua niente di tutto questo, una simulazione di qualcosa di già visto. Peccato.

Solo un film stasera, per non fare la fine della sera precedente con The Master (il film successivo passato a pensare al film precedente). Incredibile la reazione della sala a To the Wonder di Terrence Malick: gente che urlava, fischiava esasperata, ecc. Ricordo una reazione del genere solo col Garrel dello scorso anno, bellissimo e in buona parte incompreso. Malick ancora una volta mette in scena una perdita e la ricerca dell’assoluto. Una donna innamorata vede l’amore svanire, un prete perde la fede. Non c’è una ragione per cui l’amore svanisce (litigi, fughe, tradimenti, sono solo accidentali, sintomi). Stesso discorso per la fede: il prete continua nella sua missione, aiuta i deboli, dice messa, fa quello che un prete dovrebbe fare, ma non sente più dio con lui. Quella che si perde è la meraviglia, che è anche quella che si cerca. Nel film precedente era la grazia. Stessa cosa. In The Three of Life il protagonista, lasciato dalla donna, entra in depressione e ricerca la grazia perduta di quando era bambino. Una perdita chiama un’altra perdita (l’infazia, la giovinezza, l’innocenza, il fratello che viene a mancare). Dov’era la grazia? La bellezza? In un movimento del corpo, uno sguardo, una luce. Tutto crolla e tutto si rigenera. The Three of Life era più potente di To the Wonder (quest’ultimo ha anche la pecca di avere il cameo di un’attrice italiana – proiezione della protagonista – davvero pessimo, a causa dell’attrice veramente incapace), ma ugualmente, anche in quest’ultimo, quello che rimane sono immagini, ritagli di momenti insignificanti eppure indispensabili. Non è mai una scena madre a rimanere, sono i dettagli minimi. Anche in questo caso la macchina da presa non è mai ferma, rincorre qualcosa, è alla ricerca di qualcosa. Come i protagonisti inquieti, che hanno perduto la grazia (dio, l’amore) e ricercano il momento di meraviglia, Malick è a sua volta alla ricerca di un assoluto che non vuole rivelarsi, che sfugge, si intravede, c’è stato e forse non c’è più. Malick si spinge, appunto, verso la meraviglia (to the wonder), che è inafferrabile, indicibile.

Incredibile come un sentimento di questo tipo, che dovrebe essere comune a chiunque, scateni nel pubblico reazioni così violente: la perdita d’abitudine a confrontarsi con qualcosa di misterioso e irragionevole, non esplicabile. Se si accetta nella vita non capisco perchè non si debba accettare al cinema.

Stasera The Master di Paul Thomas Anderson e È stato il figlio di Daniele Ciprì. Il film di Anderson è bellissimo, forse meno potente di There Will Be Blood (Il petroliere), ma ugualmente ambizioso, complesso, stratificato. Impossibile parlarne in poche righe, si dovrebbe andare avanti a discurne ore. Il film è incentrato su un rapporto amoroso, che come tale non può che creare dipendenza (al contrario della “relazione”, cioè la sua veste mondana, il “legame” si nutre poprio dell’incomprensione del mondo di fronte a esso, che trova molto spesso inspiegabile), tra maestro (Philip Seymour Hoffman) e allievo (Joaquin Phoenix), che instaurano un legame padre-figlio che però si genera da una gigantesca impostura. Lo scapestrato allievo, testa calda, refrattario a qualsiasi regola, randagio, alcolizzato e fissato col sesso, completamente solo, abbandonato dai genitori, vive nel rimpianto dell’unica ragazza davvero amata, la virginale e casta Doris, dalla quale è fuggito e dalla quale vorrebbe tornare, suo unico ancoraggio, ideale accogliente e materno. Nelle sue fughe (viene costantemente allontanato da qualsiasi luogo di lavoro – ha attraversato la guerra, il campo di lavoro, la fame, ecc.) si imbatte in un sedicente maestro, che contro il parere di tutti lo accoglie e ne fa il figlio prediletto (i suoi figli biologici sono oggettivamente delle pappemolli). Eppure l’allievo non è un adepto alla setta, non crede al metodo del maestro, sa che quelle che va blaterando sono imposture da imbonitore, glielo dice anche, ma è l’unico che arriva alle mani per difenderlo, che non sopporta di vederlo deriso o attaccato. Al tempo stesso il maestro, pur col parere contrario della moglie, dei figli, dei collaboratori più stretti, non può che accoglierlo e amarlo, pur sapendo che è un ladro, un borderline. È esattamente quello che accade tra un padre e un figlio, o tra gli innamorati (io ho visto i tuoi mostri, li conosco e mi fanno orrore, ma ti amo lo stesso, non posso che amarti proprio per questo). Allora, come capita, il maestro tenta, col suo metodo, di irrigimentarlo di normalizzarlo, con delle sedute di parapsicologia in cui, attraverso l’ipnosi, dovrebbe uscire il grande trauma di questo ragazzo, e guarirlo. Ma il metodo è un falso, e l’unica cosa che può fare è tentare di infantilizzare il più possibile l’allievo. Gli adepti ci cascano tutti come allocchi, l’allievo non ce la fa. Bello il dialogo tra il maestro e un’adepta: “Ma lei, nel suo metodo, chiedeva sempre “cerca di ricordare…”, perchè nel libro che ha scritto ora dice “cerca di immaginare”?”, domanda che manda il maestro su tutte le furie, poichè una religione non si discute. La cosa interessante è che non essendo nel campo della pscioanalisi, in cui l’immaginazione e il discorso attorno al vissuto sono la cosidetta Talking Cure, un cambio del genere (ricordare-immaginare), svela palesemente l’impostura sulla quale si basa tutto il credo della setta. L’allievo prediletto se ne andrà, per niente normalizzato e sempre più solo, alla ricerca della ragazza amata, che nel frattempo si è sposata e ha avuto due figli. Deluso e ancora più solo tornerà dall’unica persona che davvero lo ha amato, il maestro, dopo averlo sognato che lo richiamava a sè, che però, come un amante tradito gli dice, dopo avergli spiegato come nella vita precedente i due si erano già conosciuti, vivendo in simbiosi, “puoi restare, se vuoi, ma se te ne andrai ancora e ci dovessimo reincontrare nella prossima vita, io sarò il tuo più acerrimo nemico, non avrò pietà”. Resa dei conti. L’allievo riparte, usa il metodo imparato dal maestro per ipnotizzare le persone, scherzando, mentre è a letto con una ragazza (a quel metodo non ha mai creduto, ma, come dire, “fa palco”). Infine si ritrova sulla spiaggia in cui era all’inizio del film, abbracciato a una gigantesca figura femminile fatta con la sabbia, dalla enorme vagina che lui, in precedenza, aveva posseduto. Un tentativo di rientrare nel ventre materno (la mancanza, l’impossibilità che genera il desiderio – in fondo l’allievo non vuole che essere accolto, amato e trovare un riparo da se stesso, da cui però non può ovviamente liberarsi)? Quello che interessa a Anderson è comunque l’America, coi suoi miti falsi di fondazione, coi padri che sono degli impostori e i figli che si dividono tra creduloni ottusi e ribelli senza causa. Un Paese che ha bisogno di giustificare un legame sincero (come quello tra i due protagonisti) con una gigantesca farsa religiosa, la ricerca sempre e costantemente del dominio, anche e soprattutto di ciò che si ama. The Master è la risposta a tutti gli At Any Price e anche a tutti i Paradies: Glaube: il mistero c’è e non è esplicabile: come possono gli uomini essere in balìa di passioni che non giustificano? Vittime di eventi che non capiscono? E allora va bene bersi l’enorme bugia, così come i protagonisti si bevono gli intrugli alcolici e quasi velenosi preparati dall’allievo: e più è grande e pericolosa la bugia e più ha effetto, più la gente ci crede. Il film è tragico. Tragica è la solitudine dei due. Non c’è rimedio alla disperazione rabbiosa dell’allievo, al suo bisogno di fuga e contraddittoriamente di riparo che lo porta a incatenarsi mani e piedi alla miseria della sua vita, così come non c’è rimedio al bisogno del maestro di sedurre la persona reticente, alla sfida di vederlo capitolare, il brivido di un potere che ha piegato migliaia di persone (che non contano niente), ma non l’Altro verso il quale, proprio perché irrimediabilmente altro da te, vai a sbattere e vuoi con tutte le tue forze.

È stato il figlio invece è un film visivamente molto bello (Ciprì è un grande direttore della fotografia), ma debolissimo. Il parallelo luoghi devastati-corpi devastati: umanità terminale sulla quale si basavano i film con Maresco (ma anche Cinico TV) funziona assai meno, si è ammorbidita, passa ancora una volta attraverso il grottesco, però, una volta uscito dal cinema, a parte alcune inquadrature degli ecomostri palermitani, illuminati da una luce a dir poco sinistra, non ti rimane più niente. Vero è anche che, vederlo dopo aver visto The Master, certo non aiuta.

Stasera ho visto At Any Price di Ramin Bahrani e Paradies: Glaube di Ulrich Seidl. Il primo è un film da poco, l’ennesimo tentativo di raccontare come l’America si fondi sul sangue e sull’ipocrisia. In tanti l’hanno fatto così bene, perchè l’ennesimo episodio edulcorato per neofiti? Comunque il film ruba a manbassa da La valle dell’Eden e da Il gigante. Il ragazzetto protagonista addirittura si chiama Dean e corre in macchina. Eppure il lavoro evocativo non riesce. Una delle più grandi icone del ‘900 non riesce a essere messa in scena di nuovo (p.s.: ma te lo ricordi Bowie in quella trasmissione televisiva che canta vestito come James Dean in Rebel Without a Cause, lui che gli stili li ha sempre ‘fondati’?). Allora forse il tema del film è l’America che ha perduto il suo immaginario. Ma anche questo non è nuovo.

Paradies: Glaube invece è un buon film. Con l’eccesso che per Seidl tutta l’umanità è mostruosa, anche fisicamente: la protagonista ultracattolica non fa che imbattersi in mostri dalle esistenze e dai corpi devastati. La scena di orgia che osserva di nascosto sembra uscita da Idioti. L’ipocrisia nella quale vive non è però nuova: Freud parlava di sublimazione, la donna non fa che proiettare nelle immagini religiose (e senza immagini il discorso sembra crollare) un ideale di purezza inarrivabile. Ogni volta che si presenta una pulsione la donna si punisce, come dono a dio, in realtà perchè si sente sporca. Come Lady Macbeth che pur lavandosi le mani le vedeva sempre sporche di sangue. È interessante il tentativo patologico di uscire dalla solitudine creandosi irrimediabilmente un lager. Al di lá di tutto ciò fatico sempre a non vedere nelle persone piuttosto religiose una patologia conclamata. Eppure ‘capisco’ gli atti di fede e il tentativo di preservare il mistero. In questo mi viene in mente Je vous salue, Marie.

P.S.(ancora sul film di Seidl): Assieme a Demme (che comunque resta una spanna sopra), è tra le cose migliori viste finora (io come sai vedo solo i film serali). La religione comunque è un pretesto, come credo lo fosse l’amore (in realtà sesso mercenario) in Paradies: Liebe (che non ho visto, ma che da quel che ho letto un po’ mi faceva venire in mente Vers le sud, benchè stilisticamente diversissimo, un po’ mi sembra di capire ci fosse sempre una protagonista ottusa e sola come un cane, alla ricerca di affetto che non può che essere venduto e comprato, e quindi non è più affetto: nella logica mercantile non può che essere accumulo – corpi, gentilezze pagate, ecc., ma anche in quella più “semplicemente” dettata dal godimento). Quindi mi pare che in un caso (paradiso-amore) e nell’altro (paradiso-fede), il soggetto sia la strumentalizzazione dell’oggetto (amore e fede). Dovrebbe essere gratuito l’amore, dovrebbe essere gratuito il sesso, dovrebbe essere gratuito il sentimento che muove la fede. Nel momento in cui tutto questo è strumentale (cioè, diventa altro da quello che è, per esempio un riempitivo) l’oggetto perde senso e diventa qualcos’altro (un simulacro?). La fede per la protagonista del film di stasera è qualcosa che mette a tacere il suo persecutore, le dà tregua, le permette di vivere il totale deserto in cui si ritrova e, per esempio, di non ammazzarsi. La fede patologicamente riempie la sua vita, così come per un tossico la droga, per un alcolista il bere. Nel caso di Seidl tutto però vira al grottesco, la disperazione di questa donna è ridicola (è impossibile non ridere quando la vedi andare di casa in casa costringendo a pregare personaggi improbabili e portandosi appresso una statua dell’altezza di un metro della madonna). Eppure quello che cerca è un assoluto. Bisognerebbe forse domandarsi quanti di noi sono in grado di vivere l’amore, il sesso, la fede (in dio o in qualsiasi altra idea) in maniera non strumentale (pur senza arrivare, ovvio, alla patologia psichiatrica). Come si fa a fare dei distinguo. Allora forse il discrimine è proprio il mistero. Per quello mi veniva in mente Je vous salue, Marie: è così, si accetta e basta, senza patologie, senza strumentalizzazioni (come fai a strumentalizzare un mistero, se lo percepisci come mistero? Non puoi). Allora forse sarebbe stata interessante (almeno per me) una dialettica tra un assoluto in realtà strumentale e un assoluto tale perchè misterioso (amore, sesso, fede, perso il mistero, che poi è un indicibile, perdono la loro ragione d’essere tali, diventano, appunto, altro). Questa cosa nel film di Seidl manca. C’è un’unica prospettiva. Manca la dialettica e quindi senti un po’ la forzature di una tesi, di un film che non si mette in gioco, ma è chiuso, finito e determinato. Non c’è un residuo. E questo è un vero peccato.

Xavier Giannoli, con Superstar, ha fatto un film vecchio, l’argomento è totalmente esaurito, anche nella sua versione kafkiana. È tutto telefonato. Ci sono i buoni sentimenti dietro l’angolo e poi c’è la famigerata ‘spiega’ didascalica per spettatori idioti. Il film è parecchio brutto.

Izmena (Betrayal) di Kirill Serebrennikov, invece, ha delle cose buone, ma si perde, rimane in superficie. Peccato perchè visivamente è bellissimo: la luce, la macchina a spalla, i piani sequenza, lo stare addosso ai corpi dei protagonisti. È sprecato. Ci sono un paio di morti desiderate ma non causate (o almeno in un caso la questione è ambigua) ma non è strutturato come Cronaca di un amore. E non prende nemmeno la via del grottesco come Estasi di un delitto. Rimane buttata lì. Così come il tentativo dei coniugi traditi di ricreare un amore o quanto meno un legame anche solo erotico si perde nella storia per altro schematica dei due che traditi finiscono a loro volta per tradire i nuovi compagni iniziando una relazione. Ma non è In the Mood for Love che principalmente lavorava sul tempo (memoria, ricordo, elaborazione di una perdita, ispirato dal Resnais di Hiroshima o Marienbad) e sullo spazio mentale della proiezione. Avrebbe potuto lavorare sulla perdita di identità della protagonista conseguente alla perdita di desiderio del marito, dalla quale veniva definita. Ma si perde. Così come si perde il suo essere portatrice di morte. Insomma non mi ha molto convinta.

Quelli che seguiranno da qui ai prossimi giorni sono brevi mail e sms che durante la 69. Mostra del Cinema ho spedito a un amico che quest’anno non era al Lido, impossibilitato dal lavoro. Mi è mancato il suo punto di vista su film che in gran parte non mi hanno esaltato, ma che, in alcuni casi, avevano un’ambizione, un’interesse e una bellezza sui quali sarà opportuno tornare nei mesi a venire.

La prima serata si apre con The Reluctant Foundamentalist di Mira Nair e Enzo Avitabile Music Life di Jonathan Demme.
Quello di Mira Nair è un polpettone in cui tutti hanno un po’ ragione e un po’ torto. Non esattamente un film profondo e nemmeno esaltante: telefonato, piatto, non necessario. Lo scontro di culture, la radicalità delle idee, la lotta tra ragione di Stato e ragione intima, privata, non sono che sfondi, nemmeno di troppa importanza. Le parole sono vuote, i gesti ruffiani, l’opera superficiale.

Enzo Avitabile Music Life è invece un piccolo gioiello. Demme segue Avitabile nei suoi concerti con musicisti dell’area mediterranea, a casa tra le figlie e le sue composizioni, nel quartiere dove è nato e cresciuto e tra gli amici. Ne esce la grande umanità e il grande talento di un uomo umile, guardato con affetto ed empatia da un regista che non ha perso la sua curiosità e la voglia di partecipare a progetti estremamente eterogenei.