L’ubicazione del bene di Giorgio Falco è un libro necessario. Penetra la quotidianità media come un ago la vena. Eppure non c’è sangue. Non ci sono umori corporei. L’ambiente è asettico, i soggetti anestetizzati. A differenza dei personaggi che animavano Pausa caffè, demenziali e vacui, eppure sconsideratamente vivi, i protagonisti del suo ultimo romanzo sono privi di volontà. Ciò che li spinge è l’inerzia. Manca lo sconsiderato affanno per ottenere qualche briciola di visibilità, un avanzamento di carriera, il riscatto, seppur misero, dall’anonimato. Non c’è ironia. Uomini e donne che vivono una morte lenta, rateizzata, ma implacabile. Il dolore è sordo, continuo e sordo. Un dolore col quale si convive, senza dar più nemmeno peso, come con certi acciacchi dell’età, certe abitudini sbagliate.

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